| LE DOMANDE CHE
I RAGAZZI RIVOLGONO A GESU'
di Vito Mancuso
in “la Repubblica” del 12 gennaio 2010
Il Sermig di Torino, movimento cattolico fondato
da Ernesto Olivero, ha sottoposto un esteso questionario a migliaia
di giovani sulla figura di Gesù.
Alla domanda numero 7, che chiedeva «Cosa diresti a Gesù se potessi
parlare con lui oggi?», le principali risposte dei giovani furono
le seguenti: Perché si deve morire? Che senso ha la mia vita? Perché
esiste il male? Perché muoiono tanti giovani? Cosa mi aspetta dopo
la morte? Perché mi hai creato? Queste domande dei giovani a Gesù
(ipotetiche quanto alla possibilità di raggiungere il destinatario,
ma assolutamente reali quanto a valore esistenziale) mostrano un
intenso bisogno di significato, si potrebbe dire di filosofia. Più
che a Gesù quale singolo personaggio storico, le interpellanze dei
giovani si rivolgono al Cristo, al Figlio di Dio in quanto Dio,
a Dio, all' Assoluto. Sono tre infatti le questioni capitali:
1) chi sono io e perché sono qui;
2) perché questo mondo è colmo di ingiustizia;
3) che cosa ne sarà di me dopo la morte.
Oggi la teologia e la predicazione della Chiesa sono concentrate
sul Gesù storico, sulla sua esistenza, la sua predicazione, il suo
messaggio, la sua morte e la sua risurrezione. I corsi biblici organizzati
dalle parrocchie non si contano più. Ma queste domande mostrano
chiaramente che l' interesse degli uomini d' oggi non è per una
storia lontana, destinata ogni anno a divenire sempre più lontana,
ma per il senso di questa vita qui e ora. Gesù non interessa come
singolo personaggio storico a cui accadono delle cose speciali (emblematico
che nessuno tra i giovani gli avrebbe chiesto lumi sul suo concepimento
verginale, sulla veridicità dei suoi miracoli, sui responsabili
della sua morte, sulla realtà della sua risurrezione) ma interessa
come il maestro a cui chiedere spiegazioni su questa vita e sui
suoi conti che faticano a tornare. Una risposta di un ragazzo di
quindici anni metteva addirittura in crisi il sacrificio espiatorio
di Gesù, o meglio la teologia tradizionale che interpreta Gesù quale
«vittima immolata per la nostra redenzione» (come viene definito
da alcune parole del canone della Messa). Che cosa appare allora
da queste domande dei giovani? Appare quello che già Hegel vedeva
come il limite della coscienza cristiana tradizionale, cioè l' essere
una «coscienza infelice». Da questi giovani emerge chiaramente un
disorientamento sulla loro identità di uomini, segno dell' inefficacia
delle risposte tradizionali della fede ascoltate nelle lezioni di
catechismo. A differenza di quanto avveniva al tempo di sant' Agostinoe
di san Tommaso d' Aquino, dalla fede cristiana di oggi non emerge
più una veritiera e affidabile visione del mondo. Da qui il senso
diffuso di infelicità, da qui il disagio rispetto al proprio essere
al mondo. I credenti adulti suppliscono questa incertezza teoretica
con il ricorso al principio di autorità (è così perché è stato sempre
insegnato che è così), ma con i giovani questo principio (se purtroppo
o se per fortuna, non lo so) non funziona. C' è un detto medievale
che dice: «Vengo non so da dove; sono non so chi; muoio non so quando;
vado non so dove; mi stupisco di essere lieto». Il filosofo Karl
Jaspers, che lo cita all' inizio del libro La fede filosofica di
fronte alla rivelazione, dice che per questa unione di ignoranza
e di gioia tale detto non può essere cristiano.E poi aggiunge un
affondo terribile, affermando che, al contrario, la coscienza cristiana
ha sì le risposte a tutte le questioni perché sa da dove viene,
perché sa chi è, perché sa che morirà quando lo deciderà Dio (non
prima e non dopo), perché sa dove andrà, ma, sapendo tutto ciò,
non è per nulla lieta, per nulla serena, ma è immersa nella macerazione
e in una continua tensione con il mondo con cui non riesce a riconciliarsi.
A mio avviso ha ragione: la coscienza cristiana troppo spesso appare
come una coscienza infelice, a tratti risulta persino aggressiva,
soprattutto in coloro che coltivano sopra ogni cosa l' adesione
alla dottrina stabilita dalle gerarchie ecclesiastiche e che coniugano
il verbo "credere" sempre accanto a "obbedire e combattere".
Da dove nascono invece quell' essere lieti in profondità, quella
gioia inestirpabile verso la vita, quella quiete dello spirito e
della mente, che sono il contrassegno di una autentica esperienza
spirituale e che sole possono dare risposte convincenti alle inquietudini
dei giovani? Nascono dal sapere di essere a casa in questo mondo
di Dio, dal senso di intima comunione con l' essere e con la natura
che portò Francesco d' Assisi a scrivere il "Cantico delle
creature", e dalla certezza che l' incarnazione di Dio non
riguarda solo un giorno lontano di tanti anni fa ma è la dinamica
che si avvera ogni giorno, in tutti gli uomini che amano il bene
e la giustizia. Gesù è l' uomo che cessa di fare di se stesso il
centro del mondo e si pone al servizio di una realtà più importante
di sé. Anche la Chiesa deve cessare di fare di se stessa il centro
del mondo e si deve porre al servizio di qualcosa di più grande
di sé, del bene comune e di ogni singolo individuo di questa nostra
società, credente o non credente, bianco o nero, etero o omosessuale.
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