“Era un uomo!” dice Amleto a Orazio
a proposito del padre defunto. Ma che cosa fa di qualcuno “un uomo”,
qual è la caratteristica che, persino di fronte a un nemico mortale,
ci fa sentire in presenza di un “vero uomo”? Per Vito Mancuso, tutto
dipende dalla sincerità verso di sé. Le menzogne che impediscono
alla nostra vita di essere autentica sono la conseguenza inevitabile
delle menzogne che diciamo a noi stessi. È la verità verso di sé
la fonte di ciò che trasforma una vita disordinata e falsa in una
vita autentica.
Di seguito un'anticipazione del volume e un estratto del suo intervento
alla rassegna "Torino Spiritualità" del 27 settembre 2009.
LE NOSTRE VITE DI FRONTE ALL'AUTENTICO - di Vito Mancuso
pubblicato dal quotidiano "La Repubblica" del 18 novembre
2009
Che cos' è il mondo, e che cosa sono gli altri, per ognuno di noi?
Il mondo è uno scenario dove l' Io, già costituito, si esibisce
cercando la più ampia affermazione possibile, oppure è costitutivo
dell'Io il quale viene all' esistenza solo come il risultato di
una serie di relazioni? Si tratta di stabilire che ruolo giochi
il mondo per l' Io, per poi capire come l' Io si debba comportare
verso il mondo e verso gli altri che ne fanno parte. La mia tesi
è che la relazione col mondo è costitutiva per l' Io, il quale esiste
in quanto frutto delle sue relazioni. Ovvero: Io = relazione.
Dalla nostra stessa natura emerge che il modo più adeguato di vivere
è quello a favore dei cosiddetti valori, ovvero di quegli stili
di vita che incrementano l' armonia e l' ordine delle relazioni,
e non il modo contrario del conflitto e del disordine. A sostegno
della mia tesi presento i seguenti argomenti:
- la struttura dell' essere;
- la struttura dell' Io;
- la struttura della convivenza sociale.
a) La fisica insegna che l'essere è energia. Non c' è nulla di statico,
di consistente in sé e per sé, non ci sono sostanze prime, ci sono
solo aggregati, insondabili nella loro natura peculiare perché si
ignora se le particelle subatomiche siano in sé corpuscoli oppure
onde. La materia è una configurazione provvisoria dell' energia,
anche ognuno di noi è una configurazione provvisoria dell' energia
(certamente provvisoria per il corpo di carne, con qualche ragionevole
probabilità di poter essere non provvisoria per quella speciale
forma di energia umana chiamata "anima spirituale") e
ogni fenomeno vince il caos presentandosi al mondo come fenomeno
ordinato solo in virtù delle sue relazioni, le quali risultano costitutive
della sua ontologia.
b) Ma scendiamo ancora più nel concreto approfondendo il discorso
sul singolo individuo in se stesso. L' Io è un insieme ordinato
di relazioni, particelle che formano atomi, atomi che formano molecole,
molecole che formano cellule, cellule che formano tessuti, tessuti
che formano organi, organi che formano l' organismo. L' essere umano
dal punto di vista della fisica è un sistema estremamente complesso
(il più complesso in tutto l' universo conosciuto) la cui esistenza
si deve alla logica della relazione ordinata. La salute del corpo
fisico si può esprimere come armonia delle relazioni, e la cosa
vale anche per la salute mentale La vita della psiche si esprime
come ininterrotta ricerca di relazioni, e tanto più si è dotati
di salute psichica quanto più le relazioni sono mature producendo
organizzazione, stabilità, armonia. La relazione per eccellenza,
unitaria, totalizzante, è l' amore. C' è un così immenso bisogno
di amore radicato nell' essere umano che mi porta a pensare ogni
singolo individuo come una specie di cellula aploide, un gamete,
un fenomeno intrinsecamente orientato verso l' altro a causa di
una specie di mancanza originaria. È l' intuizione espressa miticamente
nel Simposio di Platone, laddove si dice che gli uomini attuali
sono la risultanza di una divisione da parte di Zeus che tagliò
in due la loro natura originaria, così che "ciascuna metà,
desiderando fortemente l' altra metà che era sua, tendeva a raggiungerla".
Continua Platone: "Dunque da così tanto tempo è connaturato
negli uomini il reciproco amore degli uni per gli altri che ci riporta
all' antica natura e cerca di fare di due uno e di risanare l' umana
natura". È la medesima concezione antropologica che, nello
stesso periodo, l' autore biblico esprime più sobriamente nel primo
capitolo della Genesi: «Dio creò l' uomo a sua immagine; a immagine
di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» ( Genesi 1,27).
c) L'ordine, che a livello dell' organismo in se stesso si chiama
salute (fisica e mentale), a livello delle relazioni tra gli organismi
si chiama giustizia. La logica è la medesima, è la relazione ordinata.
La medicina, il diritto, la politica, l' economia, raggiungono tanto
più il loro obiettivo quanto più sanno creare relazioni ordinate,
e l' azione a favore di un mondo più giusto riproduce la medesima
logica che governa l' essere naturale del mondo, cioè la relazione
ordinata. Il che ha ripercussioni decisive anche sulla cosiddetta
volontà di potenza. Anche a me sta a cuore la potenza, non voglio
certo essere senza volontà propria, obbediente soldatino di piombo
di una delle tante milizie politiche o religiose presenti nel mondo.
Ma l' acquisizione della potenza che spetta a un vero uomo, cioè
la volontà umana di una potenza umana, si determina nella direzione
della relazione armoniosa con l' ambiente e con gli altri, e non
nel suo contrario. I migliori leader non sono coloro che impongono
se stessi a dispetto e contro gli altri, ma coloro che sanno creare
sistema, squadra, organizzazione, cioè concerti di relazioni ordinate.
E questo vale per qualunque forma di leadership, dalla politica
all' economia allo sport. Il che significa che proprio per perseguire
al meglio la forza, il metodo più adeguato è la giustizia, perché
è solo la giustizia che dà stabilità al sistema. Una famiglia basata
sull' autoritarismo in realtà non è forte, alla lunga non regge
perché i figli, appena potranno, se ne andranno risentiti. Regge
invece quella famiglia dove l' autorità viene esercitata non con
arbitrio ma con giustizia, cioè dove sono i genitori per primi a
sottomettersi alle regole. Il che vale per ogni altra forma di organizzazione
umana, dalle aziende agli stati:è la giustiziaa garantire il più
alto, il più stabile, il più resistente, livello di forza.
È in base a questi argomenti che io sostengo che la maniera migliore
di realizzare se stessi è stabilire rapporti autentici e giusti
con gli altri, e che la reale attuazione del proprio bene contiene
la cura di rapporti leali. La cura di sé si consegue più nella linea
dell' altruismo che non dell' egoismo. Il bene in questa prospettiva
non è nulla di straordinario, ma è la realtà più normale e più logica,
proviene dall' essere stesso del mondo e coincide con la pienezza
della dimensione naturale. Chi fa il bene e la giustizia compie
se stesso e vive una vita degna di un vero uomo.
QUANDO SI DICE UN UOMO VERO - di Vito Mancuso
pubblicato dal quotidiano “La Repubblica” il 26 settembre 2009
E' un estratto dell' intervento che Vito Mancuso ha pronunciato
il 27 settembre 2009 alla giornata di chiusura della rassegna «Torino
spiritualità», dedicata al tema: «Dis-inganno. Dietro ciò che appare
ciò che è».
Già con le opere d' arte l' autenticità è una questione complessa:
quel crocifisso sarà veramente di Michelangelo? quei due brani saranno
davvero inediti mozartiani? Spesso si accendono discussioni infuocate,
ma quasi mai si riesce a stabilire chi ha ragione. Un' eccezione
abbastanza spassosa si ebbe a metà degli anni Ottanta a proposito
di alcune sculture a forma di teste umane ritrovate a Livorno e
presto attribuite a Modigliani dai maggiori critici, e che invece
poi si scoprì essere una burla ottimamente congegnata. Ma se è complessa
per gli oggetti, tanto più la questione dell' autenticità lo è per
la vita, notoriamente ben poco oggettivabile. A questo proposito
io mi chiedo se esista, e quale sia, il criterio dell' autenticità
di una vita, e spiego ciò che intendo con una celebre pagina di
Shakespeare. La battaglia di Filippi si è conclusa, i capi dei congiurati
sono morti, l' assassinio di Cesare è finalmente vendicato. Nel
vedere il cadavere di Bruto però, Antonio dichiara: «Gli elementi
erano così composti in lui che la natura potrebbe levarsi e proclamare
a tutto il mondo: Questo era un uomo!" ( Giulio Cesare, 5,
5). Antonio aveva mosso guerra a Bruto fin dal primo istante, ma
ora di fronte al suo cadavere sente salire dentro di sé un irresistibile
senso di rispetto: «Questo era un uomo!». Io mi chiedo quale sia
quella qualità che, persino di fronte a un nemico mortale, ci fa
sentire in presenza di "un uomo", mentre in assenza della
quale, anche con un amico o un alleato, avvertiamo di essere in
presenza di uno spirito servile. Mi chiedo che cosa fa di un uomo
"un vero uomo". È questo che intendo con "autenticità
della vita", ed è questo l' oggetto che vado a indagare (...).
L' autenticità è una dimensione sintetica dell' esistenza, uno di
quei rari concetti che può servire da sigla complessiva per definire
un uomo per quello che veramente è, al di là di quello che possiede,
di quello che sa, e anche al di là di quello che compie. Che un
uomo non sia autentico grazie alle sue ricchezze o alla sua erudizione,
penso non ci sia bisogno di rimarcare. Ma io aggiungo che non bastano
neppure le azioni, perché persino dietro atti eroicie gesti sublimi
di carità ci può essere solo narcisismo. Lo sottolineava già san
Paolo: «Se anche dessi in cibo tutti i miei beni ma non avessi l'
amore, a nulla mi servirebbe». Io ritengo che nella pienezza del
concetto di autenticità siano presenti due dimensioni, una soggettiva
e una oggettiva. La prima riguarda il rapporto del soggetto con
se stesso e si traduce in genuinità, spontaneità, schiettezza. La
seconda riguarda il rapporto del soggetto con gli altri e si traduce
in sincerità, onestà, fedeltà, giustizia. Mi soffermo anzitutto
sul livello soggettivo dell' autenticità. Dato che ogni essere umano
è in se stesso interiorità ed esteriorità, la situazione di autenticità
soggettiva si ha quando tra l' esteriorità (le parole che uno dice,
le azioni che uno compie) e l' interiorità (le intenzioni che lo
animano, i sentimenti che prova davvero) c' è armonia. Un uomo così
dice quello che pensa, compie quello che crede, sente davvero quello
che manifesta. Ognuno di noi infatti è abitato da una duplice melodia:
una melodia interiore che risuona da sé quasi in modo necessario
(«per l' uomo il carattere è il suo destino», diceva Eraclito) e
una melodia esteriore che eseguiamo consapevolmente in relazione
agli altri con le parole, le azioni, i sorrisi, i silenzi e le altre
consuete cerimonie quotidiane. Ognuno contiene una sorta di polifonia:
da un lato il canto fermo o basso continuo rappresentato dalla musica
che scaturisce dal temperamento personale indipendentemente dalla
volontà, e dall' altro il motivo dominante, più acuto, più elaborato,
dato dalle azioni e dalle parole volontarie, che si sovrappone al
basso continuo del temperamento. Quando tra i due motivi c' è armonia,
siamo in presenza di una persona soggettivamente autentica, e questo
è ciò che io definisco il primo livello dell' autenticità umana.
Esso però non basta perché esiste una seconda dimensione della vita
autentica, che concerne la qualità oggettiva della prospettiva per
la quale si vive. Un uomo infatti al proprio interno può essere
del tutto autentico, ma tuttavia vivere per un ideale sbagliato.
Il caso esemplare è il fanatismo, politico o religioso. Abbiamo
a che fare con veri e propri asceti, nessun dubbio al riguardo,
ma asceti dell' idiozia, talora persino del crimine.È probabile
che Osama Bin Laden (una specie di Bruto alla potenza) sia soggettivamente
del tutto autentico, così fedele al suo ideale da rischiare ogni
giorno la vita, per di più senza festini, né ville, né escort, solo
un mitra e una copia del Corano. Forse anche Hitler era così soggettivamente
irreprensibile, forse anche Lenin e Stalin, forse anche i brigatisti
rossi e neri. Forse anche Torquemada, il fondatore dell' Inquisizione
spagnola, era soggettivamente autentico, e forse lo era anche san
Roberto Bellarmino, cardinale e dottore della Chiesa, che fece bruciare
vivo Giordano Bruno perché non aveva abiurato e anni dopo risparmiò
l' anziano Galileo perché invece aveva abiurato, e forse lo è anche
l' attuale vescovo di Recife in Brasile che ha scomunicato la madre
di una bambina di 9 anni per aver autorizzato l' aborto sulla figlia
in pericolo di vita perché incinta (di due gemelli) in seguito alle
violenze del patrigno. Tutti uomini soggettivamente autentici. Ma
l' ideale a cui un uomo è fedele può essere distruttivo per gli
altri e una prigione per lui. Occorre quindi un secondo livello
per una vita realmente autentica, il livello che concerne la qualità
dell' ideale che attrae e modella l' energia vitale.A questo riguardo
annotava Marco Aurelio: «Ognuno vale tanto quanto le cose a cui
si interessa». Parole corrispondenti a quelle del suo quasi contemporaneo
Gesù di Nazaret: «Dov' è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore».
A questo secondo livello il concetto di autenticità rimanda a una
specie di permanente tensione di tutto noi stessi verso la verità
o (che è lo stesso alla luce del concetto relazionale di verità)
verso la giustizia. Si tratta di una tensione che conduce il soggetto
a uscire da sé superando i suoi interessi immediati, compresi quelli
del partito o movimento o chiesa in cui milita, a cui non sacrificherà
mai la sua onestà intellettuale, a cui non venderà mai la sua anima.
La fedeltà alla verità e alla giustiziaè per lui l' unica stella
polare. In questa uscita da sé il soggetto però non si perde, ma
si ritrova a un livello più profondo, e si compie divenendo un vero
uomo. È la vita autentica. Il vero uomo è colui che ha trovato qualcosa
più grande di sé per cui vivere, ma che proprio per questo acquisisce
un timbro personale inconfondibile. Si consegna a qualcosa più grande,
ma lungi dall' alienarsi diviene veramente se stesso, acquisendo
una peculiarità personale per descrivere la quale ricorro ancora
una volta a Shakespeare: «Dammi quell' uomo che non è schiavo della
passione, ed io lo porterò nell' intimo del mio cuore, sì, nel cuore
del mio cuore» ( Amleto, 3,2).
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DISPUTA
SU DIO
e dintorni
di Vito Mancuso
e Corrado Augias
Mondadori, 2009 |
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Una recensione di Silvia Pettiti, pubblicata su "Oreundici"
di maggio 2009:
Un sabato sera davanti alla televisione, invece del solito chiacchiericcio
frivolo, capita di trovare tre uomini intenti a discorrere in modo
personale, coinvolgente, autentico, sincero. Erano Corrado Augias,
Vito Mancuso e Fabio Fazio. Parlavano di Dio, cioè si interrogavano
su qual è la nostra origine, qual è il nostro destino, perché la
vita è impastata con la sofferenza, la morte e l’ingiustizia, come
convive l’onnipotenza di Dio con il male che si perpetua nel mondo.
Non è stato soltanto il sollievo nell’ascoltare per una volta parole
che durano più dell’intrattenimento che offrono, quello che ha stupito
e rallegrato di più è che Dio sia uscito dal tempio, abbia trovato
ospitalità presso uomini pensanti, non importa se credenti o meno,
che ne prendono sul serio la parola e la vita, sia diventato carne
dentro uno studio televisivo che ha per scopo il servizio pubblico,
cioè fare qualcosa per le persone che pagano per mantenere quello
strumento. Qualcosa di religioso, verrebbe da pensare, se sostanza
della religione sono il senso morale e la giustizia. Ospiti di Fabio
Fazio nella trasmissione Che tempo che fa, Vito Mancuso e Corrado
Augias (teologo cattolico, docente all’Università San Raffaele di
Milano, editorialista per la Repubblica il primo; giornalista, scrittore,
conduttore televisivo di grande fama, non credente, il secondo)
hanno presentato il libro Disputa su Dio e dintorni (edizioni Mondadori,
in libreria dal 4 aprile), frutto di due anni di dialogo e confronto.
Un esempio per comprendere il tono della disputa e del libro. “Non
posso che attribuire al caso il fatto di essere nato in Italia,
piuttosto che in Indonesia o in Africa” ha detto Corrado Augias.
“Altrimenti non potrei spiegare come un Dio che si dice infinitamente
buono e onnipotente, voglia il benessere di alcuni e la miseria
di altri. Tanto meno mi potrei spiegare le grandi tragedie del Novecento,
riassunte in tutto il loro orrore dalla tragedia dell’Olocausto”.
“Credere in Dio per me non significa credere che ognuno di noi sia
oggetto di un Suo disegno personale e particolare, ma piuttosto
che il principio del Bene sia presente in ogni essere umano e che
sia il vero motore della vita, in tutte le sue espressioni, anche
quando viene tradito, violentato, ucciso. Se così non fosse, se
l’onnipotenza di Dio significasse che ogni cosa è da Lui preordinata
e decisa in anticipo, la libertà dell’uomo non avrebbe più senso
né spazio” ha replicato Mancuso. Augias e Mancuso hanno parlato
di Dio con autorevolezza appassionata, in virtù della serietà e
della coerenza del loro ragionare, della loro competenza rigorosa,
della reciproca apertura al dubbio, al mistero, all’oltre. “Il dialogo
è stato facile perché anche dentro di me, che mi dico credente,
c’è il dubbio del non credente, come spero che in Augias che si
professa non credente, ci sia anche il credente” ha detto Mancuso.
“È stato un dialogo autentico perché più di una volta il professor
Mancuso mi ha sorpreso con affermazioni che stavano alla “mia sinistra”
e che mi hanno chiesto di interrogarmi e ricollocarmi” ha aggiunto
Augias. Quando credenti e non credenti sono pensanti, le divisioni
ideologiche e le contrapposizioni strumentali si sciolgono e non
ne resta niente. Resta soltanto la “convivialità delle differenze”.
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