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VITO MANCUSO

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LA VITA AUTENTICA

Quel
che ci rende unici

di Vito Mancuso

Raffaello Cortina, 2009

pp. 172, euro 13,50

 

La biografia
I libri

VIDEO
A "Chetempochefa" (16-1-2010)
A "Le store vere" (23-2-2010)

Articoli

 

“Era un uomo!” dice Amleto a Orazio a proposito del padre defunto. Ma che cosa fa di qualcuno “un uomo”, qual è la caratteristica che, persino di fronte a un nemico mortale, ci fa sentire in presenza di un “vero uomo”? Per Vito Mancuso, tutto dipende dalla sincerità verso di sé. Le menzogne che impediscono alla nostra vita di essere autentica sono la conseguenza inevitabile delle menzogne che diciamo a noi stessi. È la verità verso di sé la fonte di ciò che trasforma una vita disordinata e falsa in una vita autentica.

Di seguito un'anticipazione del volume e un estratto del suo intervento alla rassegna "Torino Spiritualità" del 27 settembre 2009.


LE NOSTRE VITE DI FRONTE ALL'AUTENTICO - di Vito Mancuso

pubblicato dal quotidiano "La Repubblica" del 18 novembre 2009

Che cos' è il mondo, e che cosa sono gli altri, per ognuno di noi? Il mondo è uno scenario dove l' Io, già costituito, si esibisce cercando la più ampia affermazione possibile, oppure è costitutivo dell'Io il quale viene all' esistenza solo come il risultato di una serie di relazioni? Si tratta di stabilire che ruolo giochi il mondo per l' Io, per poi capire come l' Io si debba comportare verso il mondo e verso gli altri che ne fanno parte. La mia tesi è che la relazione col mondo è costitutiva per l' Io, il quale esiste in quanto frutto delle sue relazioni. Ovvero: Io = relazione.
Dalla nostra stessa natura emerge che il modo più adeguato di vivere è quello a favore dei cosiddetti valori, ovvero di quegli stili di vita che incrementano l' armonia e l' ordine delle relazioni, e non il modo contrario del conflitto e del disordine. A sostegno della mia tesi presento i seguenti argomenti:
- la struttura dell' essere;
- la struttura dell' Io;
- la struttura della convivenza sociale.
a) La fisica insegna che l'essere è energia. Non c' è nulla di statico, di consistente in sé e per sé, non ci sono sostanze prime, ci sono solo aggregati, insondabili nella loro natura peculiare perché si ignora se le particelle subatomiche siano in sé corpuscoli oppure onde. La materia è una configurazione provvisoria dell' energia, anche ognuno di noi è una configurazione provvisoria dell' energia (certamente provvisoria per il corpo di carne, con qualche ragionevole probabilità di poter essere non provvisoria per quella speciale forma di energia umana chiamata "anima spirituale") e ogni fenomeno vince il caos presentandosi al mondo come fenomeno ordinato solo in virtù delle sue relazioni, le quali risultano costitutive della sua ontologia.
b) Ma scendiamo ancora più nel concreto approfondendo il discorso sul singolo individuo in se stesso. L' Io è un insieme ordinato di relazioni, particelle che formano atomi, atomi che formano molecole, molecole che formano cellule, cellule che formano tessuti, tessuti che formano organi, organi che formano l' organismo. L' essere umano dal punto di vista della fisica è un sistema estremamente complesso (il più complesso in tutto l' universo conosciuto) la cui esistenza si deve alla logica della relazione ordinata. La salute del corpo fisico si può esprimere come armonia delle relazioni, e la cosa vale anche per la salute mentale La vita della psiche si esprime come ininterrotta ricerca di relazioni, e tanto più si è dotati di salute psichica quanto più le relazioni sono mature producendo organizzazione, stabilità, armonia. La relazione per eccellenza, unitaria, totalizzante, è l' amore. C' è un così immenso bisogno di amore radicato nell' essere umano che mi porta a pensare ogni singolo individuo come una specie di cellula aploide, un gamete, un fenomeno intrinsecamente orientato verso l' altro a causa di una specie di mancanza originaria. È l' intuizione espressa miticamente nel Simposio di Platone, laddove si dice che gli uomini attuali sono la risultanza di una divisione da parte di Zeus che tagliò in due la loro natura originaria, così che "ciascuna metà, desiderando fortemente l' altra metà che era sua, tendeva a raggiungerla". Continua Platone: "Dunque da così tanto tempo è connaturato negli uomini il reciproco amore degli uni per gli altri che ci riporta all' antica natura e cerca di fare di due uno e di risanare l' umana natura". È la medesima concezione antropologica che, nello stesso periodo, l' autore biblico esprime più sobriamente nel primo capitolo della Genesi: «Dio creò l' uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» ( Genesi 1,27).
c) L'ordine, che a livello dell' organismo in se stesso si chiama salute (fisica e mentale), a livello delle relazioni tra gli organismi si chiama giustizia. La logica è la medesima, è la relazione ordinata. La medicina, il diritto, la politica, l' economia, raggiungono tanto più il loro obiettivo quanto più sanno creare relazioni ordinate, e l' azione a favore di un mondo più giusto riproduce la medesima logica che governa l' essere naturale del mondo, cioè la relazione ordinata. Il che ha ripercussioni decisive anche sulla cosiddetta volontà di potenza. Anche a me sta a cuore la potenza, non voglio certo essere senza volontà propria, obbediente soldatino di piombo di una delle tante milizie politiche o religiose presenti nel mondo. Ma l' acquisizione della potenza che spetta a un vero uomo, cioè la volontà umana di una potenza umana, si determina nella direzione della relazione armoniosa con l' ambiente e con gli altri, e non nel suo contrario. I migliori leader non sono coloro che impongono se stessi a dispetto e contro gli altri, ma coloro che sanno creare sistema, squadra, organizzazione, cioè concerti di relazioni ordinate. E questo vale per qualunque forma di leadership, dalla politica all' economia allo sport. Il che significa che proprio per perseguire al meglio la forza, il metodo più adeguato è la giustizia, perché è solo la giustizia che dà stabilità al sistema. Una famiglia basata sull' autoritarismo in realtà non è forte, alla lunga non regge perché i figli, appena potranno, se ne andranno risentiti. Regge invece quella famiglia dove l' autorità viene esercitata non con arbitrio ma con giustizia, cioè dove sono i genitori per primi a sottomettersi alle regole. Il che vale per ogni altra forma di organizzazione umana, dalle aziende agli stati:è la giustiziaa garantire il più alto, il più stabile, il più resistente, livello di forza.
È in base a questi argomenti che io sostengo che la maniera migliore di realizzare se stessi è stabilire rapporti autentici e giusti con gli altri, e che la reale attuazione del proprio bene contiene la cura di rapporti leali. La cura di sé si consegue più nella linea dell' altruismo che non dell' egoismo. Il bene in questa prospettiva non è nulla di straordinario, ma è la realtà più normale e più logica, proviene dall' essere stesso del mondo e coincide con la pienezza della dimensione naturale. Chi fa il bene e la giustizia compie se stesso e vive una vita degna di un vero uomo.


QUANDO SI DICE UN UOMO VERO - di Vito Mancuso

pubblicato dal quotidiano “La Repubblica” il 26 settembre 2009

E' un estratto dell' intervento che Vito Mancuso ha pronunciato il 27 settembre 2009 alla giornata di chiusura della rassegna «Torino spiritualità», dedicata al tema: «Dis-inganno. Dietro ciò che appare ciò che è».

Già con le opere d' arte l' autenticità è una questione complessa: quel crocifisso sarà veramente di Michelangelo? quei due brani saranno davvero inediti mozartiani? Spesso si accendono discussioni infuocate, ma quasi mai si riesce a stabilire chi ha ragione. Un' eccezione abbastanza spassosa si ebbe a metà degli anni Ottanta a proposito di alcune sculture a forma di teste umane ritrovate a Livorno e presto attribuite a Modigliani dai maggiori critici, e che invece poi si scoprì essere una burla ottimamente congegnata. Ma se è complessa per gli oggetti, tanto più la questione dell' autenticità lo è per la vita, notoriamente ben poco oggettivabile. A questo proposito io mi chiedo se esista, e quale sia, il criterio dell' autenticità di una vita, e spiego ciò che intendo con una celebre pagina di Shakespeare. La battaglia di Filippi si è conclusa, i capi dei congiurati sono morti, l' assassinio di Cesare è finalmente vendicato. Nel vedere il cadavere di Bruto però, Antonio dichiara: «Gli elementi erano così composti in lui che la natura potrebbe levarsi e proclamare a tutto il mondo: Questo era un uomo!" ( Giulio Cesare, 5, 5). Antonio aveva mosso guerra a Bruto fin dal primo istante, ma ora di fronte al suo cadavere sente salire dentro di sé un irresistibile senso di rispetto: «Questo era un uomo!». Io mi chiedo quale sia quella qualità che, persino di fronte a un nemico mortale, ci fa sentire in presenza di "un uomo", mentre in assenza della quale, anche con un amico o un alleato, avvertiamo di essere in presenza di uno spirito servile. Mi chiedo che cosa fa di un uomo "un vero uomo". È questo che intendo con "autenticità della vita", ed è questo l' oggetto che vado a indagare (...). L' autenticità è una dimensione sintetica dell' esistenza, uno di quei rari concetti che può servire da sigla complessiva per definire un uomo per quello che veramente è, al di là di quello che possiede, di quello che sa, e anche al di là di quello che compie. Che un uomo non sia autentico grazie alle sue ricchezze o alla sua erudizione, penso non ci sia bisogno di rimarcare. Ma io aggiungo che non bastano neppure le azioni, perché persino dietro atti eroicie gesti sublimi di carità ci può essere solo narcisismo. Lo sottolineava già san Paolo: «Se anche dessi in cibo tutti i miei beni ma non avessi l' amore, a nulla mi servirebbe». Io ritengo che nella pienezza del concetto di autenticità siano presenti due dimensioni, una soggettiva e una oggettiva. La prima riguarda il rapporto del soggetto con se stesso e si traduce in genuinità, spontaneità, schiettezza. La seconda riguarda il rapporto del soggetto con gli altri e si traduce in sincerità, onestà, fedeltà, giustizia. Mi soffermo anzitutto sul livello soggettivo dell' autenticità. Dato che ogni essere umano è in se stesso interiorità ed esteriorità, la situazione di autenticità soggettiva si ha quando tra l' esteriorità (le parole che uno dice, le azioni che uno compie) e l' interiorità (le intenzioni che lo animano, i sentimenti che prova davvero) c' è armonia. Un uomo così dice quello che pensa, compie quello che crede, sente davvero quello che manifesta. Ognuno di noi infatti è abitato da una duplice melodia: una melodia interiore che risuona da sé quasi in modo necessario («per l' uomo il carattere è il suo destino», diceva Eraclito) e una melodia esteriore che eseguiamo consapevolmente in relazione agli altri con le parole, le azioni, i sorrisi, i silenzi e le altre consuete cerimonie quotidiane. Ognuno contiene una sorta di polifonia: da un lato il canto fermo o basso continuo rappresentato dalla musica che scaturisce dal temperamento personale indipendentemente dalla volontà, e dall' altro il motivo dominante, più acuto, più elaborato, dato dalle azioni e dalle parole volontarie, che si sovrappone al basso continuo del temperamento. Quando tra i due motivi c' è armonia, siamo in presenza di una persona soggettivamente autentica, e questo è ciò che io definisco il primo livello dell' autenticità umana. Esso però non basta perché esiste una seconda dimensione della vita autentica, che concerne la qualità oggettiva della prospettiva per la quale si vive. Un uomo infatti al proprio interno può essere del tutto autentico, ma tuttavia vivere per un ideale sbagliato. Il caso esemplare è il fanatismo, politico o religioso. Abbiamo a che fare con veri e propri asceti, nessun dubbio al riguardo, ma asceti dell' idiozia, talora persino del crimine.È probabile che Osama Bin Laden (una specie di Bruto alla potenza) sia soggettivamente del tutto autentico, così fedele al suo ideale da rischiare ogni giorno la vita, per di più senza festini, né ville, né escort, solo un mitra e una copia del Corano. Forse anche Hitler era così soggettivamente irreprensibile, forse anche Lenin e Stalin, forse anche i brigatisti rossi e neri. Forse anche Torquemada, il fondatore dell' Inquisizione spagnola, era soggettivamente autentico, e forse lo era anche san Roberto Bellarmino, cardinale e dottore della Chiesa, che fece bruciare vivo Giordano Bruno perché non aveva abiurato e anni dopo risparmiò l' anziano Galileo perché invece aveva abiurato, e forse lo è anche l' attuale vescovo di Recife in Brasile che ha scomunicato la madre di una bambina di 9 anni per aver autorizzato l' aborto sulla figlia in pericolo di vita perché incinta (di due gemelli) in seguito alle violenze del patrigno. Tutti uomini soggettivamente autentici. Ma l' ideale a cui un uomo è fedele può essere distruttivo per gli altri e una prigione per lui. Occorre quindi un secondo livello per una vita realmente autentica, il livello che concerne la qualità dell' ideale che attrae e modella l' energia vitale.A questo riguardo annotava Marco Aurelio: «Ognuno vale tanto quanto le cose a cui si interessa». Parole corrispondenti a quelle del suo quasi contemporaneo Gesù di Nazaret: «Dov' è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore». A questo secondo livello il concetto di autenticità rimanda a una specie di permanente tensione di tutto noi stessi verso la verità o (che è lo stesso alla luce del concetto relazionale di verità) verso la giustizia. Si tratta di una tensione che conduce il soggetto a uscire da sé superando i suoi interessi immediati, compresi quelli del partito o movimento o chiesa in cui milita, a cui non sacrificherà mai la sua onestà intellettuale, a cui non venderà mai la sua anima. La fedeltà alla verità e alla giustiziaè per lui l' unica stella polare. In questa uscita da sé il soggetto però non si perde, ma si ritrova a un livello più profondo, e si compie divenendo un vero uomo. È la vita autentica. Il vero uomo è colui che ha trovato qualcosa più grande di sé per cui vivere, ma che proprio per questo acquisisce un timbro personale inconfondibile. Si consegna a qualcosa più grande, ma lungi dall' alienarsi diviene veramente se stesso, acquisendo una peculiarità personale per descrivere la quale ricorro ancora una volta a Shakespeare: «Dammi quell' uomo che non è schiavo della passione, ed io lo porterò nell' intimo del mio cuore, sì, nel cuore del mio cuore» ( Amleto, 3,2).


DISPUTA SU DIO
e dintorni

di Vito Mancuso
e Corrado Augias

Mondadori, 2009

 

Una recensione di Silvia Pettiti, pubblicata su "Oreundici" di maggio 2009:

Un sabato sera davanti alla televisione, invece del solito chiacchiericcio frivolo, capita di trovare tre uomini intenti a discorrere in modo personale, coinvolgente, autentico, sincero. Erano Corrado Augias, Vito Mancuso e Fabio Fazio. Parlavano di Dio, cioè si interrogavano su qual è la nostra origine, qual è il nostro destino, perché la vita è impastata con la sofferenza, la morte e l’ingiustizia, come convive l’onnipotenza di Dio con il male che si perpetua nel mondo. Non è stato soltanto il sollievo nell’ascoltare per una volta parole che durano più dell’intrattenimento che offrono, quello che ha stupito e rallegrato di più è che Dio sia uscito dal tempio, abbia trovato ospitalità presso uomini pensanti, non importa se credenti o meno, che ne prendono sul serio la parola e la vita, sia diventato carne dentro uno studio televisivo che ha per scopo il servizio pubblico, cioè fare qualcosa per le persone che pagano per mantenere quello strumento. Qualcosa di religioso, verrebbe da pensare, se sostanza della religione sono il senso morale e la giustizia. Ospiti di Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa, Vito Mancuso e Corrado Augias (teologo cattolico, docente all’Università San Raffaele di Milano, editorialista per la Repubblica il primo; giornalista, scrittore, conduttore televisivo di grande fama, non credente, il secondo) hanno presentato il libro Disputa su Dio e dintorni (edizioni Mondadori, in libreria dal 4 aprile), frutto di due anni di dialogo e confronto. Un esempio per comprendere il tono della disputa e del libro. “Non posso che attribuire al caso il fatto di essere nato in Italia, piuttosto che in Indonesia o in Africa” ha detto Corrado Augias. “Altrimenti non potrei spiegare come un Dio che si dice infinitamente buono e onnipotente, voglia il benessere di alcuni e la miseria di altri. Tanto meno mi potrei spiegare le grandi tragedie del Novecento, riassunte in tutto il loro orrore dalla tragedia dell’Olocausto”. “Credere in Dio per me non significa credere che ognuno di noi sia oggetto di un Suo disegno personale e particolare, ma piuttosto che il principio del Bene sia presente in ogni essere umano e che sia il vero motore della vita, in tutte le sue espressioni, anche quando viene tradito, violentato, ucciso. Se così non fosse, se l’onnipotenza di Dio significasse che ogni cosa è da Lui preordinata e decisa in anticipo, la libertà dell’uomo non avrebbe più senso né spazio” ha replicato Mancuso. Augias e Mancuso hanno parlato di Dio con autorevolezza appassionata, in virtù della serietà e della coerenza del loro ragionare, della loro competenza rigorosa, della reciproca apertura al dubbio, al mistero, all’oltre. “Il dialogo è stato facile perché anche dentro di me, che mi dico credente, c’è il dubbio del non credente, come spero che in Augias che si professa non credente, ci sia anche il credente” ha detto Mancuso. “È stato un dialogo autentico perché più di una volta il professor Mancuso mi ha sorpreso con affermazioni che stavano alla “mia sinistra” e che mi hanno chiesto di interrogarmi e ricollocarmi” ha aggiunto Augias. Quando credenti e non credenti sono pensanti, le divisioni ideologiche e le contrapposizioni strumentali si sciolgono e non ne resta niente. Resta soltanto la “convivialità delle differenze”.

 


L'ANIMA
E IL SUO DESTINO

di Vito Mancuso

Raffaello Cortina, 2007

 

Una recensione di Claudio Hotico, pubblicata su "Oreundici" di gennaio 2008:

L’opera di Vito Mancuso, “teologo fuori le mura”, è un libro di teologia destinato alla coscienza laica contemporanea sull’anima e il suo destino. Ci si interroga, mettendo insieme come in un unico vaso (perché il mondo è uno solo, non diviso) la teologia con la filosofia e i dati della scienza, sulla morte e l’al di là della morte; interessa all’autore non che cosa ci sarà ma se ci sarà qualcosa. Ecco allora la strada che verrà percorsa: “conoscere l’anima per giungere a conoscere la verità, e farlo alla luce della natura” ossia alla luce del “fondo primordiale dell’essere, ciò che fa nascere e apparire le cose, sia quelle inanimate come le pietre, sia quelle animate”, come gli animali o gli esseri umani. L’anima (dal latino anima che ha come radice la parola greca ánemos che significa “vento”; il termine greco corrispondente è psyché) verrà intesa come qualcosa di naturale, come il principio della vita, come la realtà più concreta dell’essere, come il “surplus” di energia, sempre al lavoro, sempre in evoluzione, sempre in movimento verso un maggior ordine, verso l’armonia, verso il Logos (inteso come relazione tra il Principio Ordinatore e l’uomo). La logica dell’ordine e della simmetria, che sta alla base del percorso dell’energia nell’universo, nell’essere umano trova la sua più alta manifestazione mediante il senso morale nell’anima; l’idea del bene coincide con quella dell’ordine. La scommessa dell’uomo, della sua libertà sarà allora quella di iscriversi o meno in questo ordine. La salvezza significherà riuscire a tenere fuori il male e “preservare la nostra anima dal caos” (Dietrich Bonhoeffer), dalla vita disordinata, dal nostro Io e non da qualcosa che sta fuori di noi; essere salvati vorrà dire scavare dentro di noi per trovare il bene e purificare l’anima dalle menzogne, dalle bugie, dalle “voglie” come direbbe con tanta forza Arturo Paoli. Essere salvati vorrà dire entrare nella dimensione dello spirito e mettersi al servizio della verità per poter accogliere il “Principio Ordinatore” impersonale del mondo (il Logos) manifestato come persona in Gesù di Nazaret. Il cammino dell’anima è un cammino di liberazione, un lavorare per pensare bene, un cammino graduale verso la punta dell’anima che è lo spirito; per tutto questo, dice l’autore: “… la via dell’interiorità, del lavoro onesto su se stessi mediante l’esposizione alla luce del bene e della giustizia, è l’unica via (l’unica) per entrare nell’autentica dimensione dell’essere, per vincere le illusioni del tempo e attingere l’eternità”. Così il destino dell’anima sarà un destino universale di vita, e dalla concretezza della vita naturale Vito Mancuso tenterà poi di avviare il discorso sulla possibile continuazione della vita, sull’immortalità dell’anima al di là della dimensione naturale (“la quinta discontinuità cosmica”) con i vari esiti, paradiso, inferno, purgatorio, a seconda dell’unico giudizio con il quale verremo giudicati: “l’eterno ordine, che è essere, luce, armonia”. Tutto l’argomentare di Vito Mancuso, che abbiamo cercato molto sinteticamente di catturare in queste righe, è a favore della bellezza, della giustizia, della sensatezza della vita, dell’amore per la vita che non tradisce mai a condizione di essere giusti. Le critiche portate da rappresentanti di alcune correnti filosofiche (strutturalismo, decostruzionismo) al non aver sottoposto la ragione alla critica faranno ancora più invogliante e invitante la lettura di questo saggio di teologia.


RIFONDAZIONE
DELLA FEDE

di Vito Mancuso

Mondadori, 2007

 

Una recensione di Claudio Hotico, pubblicata su "Oreundici" di ottobre 2008:

Che cosa significa rifondare la fede? Che cosa è la fede? Quali paradigmi e quali scenari sono cambiati, cosicché la fede deve essere posta su basi rinnovate, ovvero rifondata? Cosa va sradicato e perché? Dopo il successo de L’anima e il suo destino, viene riproposto al pubblico un precedente saggio di Vito Mancuso, Per amore. Rifondazione della fede. Questa volta il titolo è stato semplificato in Rifondazione della fede per rispondere “a una logica di maggiore chiarezza comunicativa” (p.11). Secondo l’autore la rivoluzione scientifica del Seicento è il momento che ha introdotto l’uomo nel cammino che lo ha reso protagonista del suo destino e padrone del mondo fino a fare a meno di postulare Dio. Questo evento e il decorso ulteriore della storia hanno provocato uno stravolgimento del vecchio paradigma di fede come obbedienza. Da qui prende le mosse Vito Mancuso, sulla scia di Simone Weil, per sostenere e proporre la necessità di ripensare e rifondare la fede su nuovi presupposti. Secondo il nostro autore, è l’amore (esistenziale ed intellettuale) l’unico motore che può portare a credere in Dio: “È l’amore per gli uomini a condurre la mente a postulare l’esistenza di un senso… e a chiamare questo senso “Dio”. Mancuso è convinto che la fede oggi abbia senso solo se ci rende più liberi, più veri, più uomini; altrimenti potremmo farne a meno come già avviene per gran parte delle persone. Ma che cos’è la libertà? L’autore introduce la distinzione fondamentale tra libero arbitrio e libertà, cioè tra scelta legata alle necessità, ai bisogni delle tre catene (cibo, sesso, raggiungimento della gloria nella società), che in sé non sono né bene né male, e capacità di guidare, di dare una direzione e un senso al libero arbitrio. Sono pochi gli uomini che approdano alla meta della libertà; i più rimangono prigionieri della necessità e non vogliono la libertà perché la libertà è fatica, sacrificio. La libertà è il movimento innaturale di uscita da sé, dal proprio Io verso qualcosa di più grande di sé; la libertà è un gesto di ribellione al funzionamento obbligato, necessario della natura e della storia. La vera libertà sarà una vittoria su se stessi, la scelta e il compimento del bene, della vita buona, della verità. Se la verità è condizione essenziale per accostarsi a Dio (v. Gv 4,23-24), “l’unica motivazione della fede in Dio è l’adesione incondizionata dell’anima al bene” (p. 37) e alla “forza che discende dal bene e che si chiama amore” (p. 169), la vera libertà – quella di scegliere il bene puro per se stesso - porterà l’anima ad una dimensione propria dello Spirito, alla dimensione della fede in Dio come grazia. Scrive Mancuso: “La fede che nasce dalla grazia perde ogni carattere arbitrario se si comprende la natura della grazia come l’evento gratuito dell’adesione incondizionata al bene in un mondo che, né a livello storico né a livello naturale, conosce in alcun modo la gratuità, ma dove tutto è sempre e solo forza. Il bene, l’idea del bene puro, è ciò che ci muove interiormente a credere in Dio … ed è ciò che ci fa legittimamente ritenere che il mistero di Dio sommo bene sia stato definitivamente e irreversibilmente svelato dalle parole e dai gesti di Gesù …”.


IL DOLORE INNOCENTE.
L'handicap,
la natura e Dio

di Vito Mancuso

Mondadori, 2008

 

 

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