| LA LIBERTA' DI PENSARE
DIO SFIDANDO LA CHIESA
in “la Repubblica” del 10 dicembre 2009
Si apre oggi a Roma e durerà fino a sabato un convegno internazionale
promosso dal Progetto Culturale della Cei con il patrocinio del
Comune di Roma: "Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto".
Il programma prevede la partecipazione di scienziati, storici, filosofi,
scrittori, giornalisti, teologi. Condividendo l´urgenza dell´argomento,
presento alcune considerazioni in forma necessariamente schematica
che consegno alla pubblica riflessione.
1. La sfida della postmodernità alla fede in Dio non è più l´ateismo
materialista. Tale era l´impresa della modernità, caratterizzata
dal porre l´assoluto nello stato-partito o nel positivismo scientista,
ma questi ideali sono crollati e oggi gli uomini sono sempre più
lontani dall´ateismo teoreticamente impegnato. Gli odierni alfieri
dell´ateismo vogliono distruggere la religione proprio mentre si
connota il presente come "rivincita di Dio", anzi la vogliono
distruggere proprio perché ne percepiscono il ritorno, ma i loro
stessi libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione,
finiscono per alimentare la rivincita di Dio.
2. La questione epocale è piuttosto un´altra, cioè che tale rivincita
non corrisponde per nulla a una rivincita del Dio cristiano. La
postmodernità col suo crescente desiderio di spiritualità non intende
per nulla tradursi nelle tradizionali forme cristiane. Anzi, il
cristianesimo continua a perdere fascino, annoia, nel migliore dei
casi consola. La questione diviene quindi quale forma di spiritualità
sia concepibile per un ´epoca che vuole essere religiosa (persino
mistica come prevedeva Malraux) ma non intende più essere cristiana
nella forma tradizionale del termine. Affrontare questa sfida è
essenziale per la teologia cristiana.
3. La teologia può tornare a far pensare gli uomini a Dio solo a
due condizioni: radicale onestà intellettuale e primato della vita.
Ha scritto Nietzsche: "Nelle cose dello spirito si deve essere
onesti fino alla durezza". È vero. Se vuole tornare a essere
significativa, la teologia deve configurarsi come radicale onestà
intellettuale. Vi sono stati pensatori che nel ‘900 hanno scritto
di Dio in questo modo: penso a Florenskij, Bonhoeffer, Weil, Teilhard
de Chardin. Si tratta di continuare sulla loro strada. Oggi la coscienza
europea non è più disposta a dare credito a una teologia che dia
il sospetto anche del minimo mercanteggiare.
4. In questa prospettiva la teologia deve intraprendere una lotta
all´interno della Chiesa e della sua dottrina, talora persino contro
la Chiesa e la sua dottrina, senza timore di dare scandalo ai fedeli
perché il vero scandalo è il tradimento della verità e l´ipocrisia.
Ha scritto nel 1990 il cardinal Ratzinger: "Nell´alfabeto della
fede al posto d´onore è l´affermazione: In principio era il Logos.
La fede ci attesta che fondamento di tutte le cose è l´eterna Ragione".
Parole sublimi, ma ecco il punto: proprio dall´esercizio della ragione
all´interno della fede sorgono acute difficoltà logiche su non pochi
asserti dottrinali. Simone Weil rilevò il paradosso: "Nel cristianesimo,
sin dall´inizio o quasi, c´è un disagio dell´intelligenza".
Tale malaise de l´intelligence è attestato anche dal fatto che i
principali teologi cattolici del ‘900 hanno avuto seri problemi
con il magistero, penso a Teilhard de Chardin, Congar, de Lubac,
Chenu, Rahner, Häring, Schillebeeckx, Dupuis, Panikkar, Küng, Molari.
E oggi le cose non sono migliorate, anzi.
5. L´impostazione dominante rimane oggi la seguente: la teologia
si esercita nella Chiesa e per la Chiesa e deve avere un esplicito
controllo ecclesiale. Nel documento La vocazione ecclesiale del
teologo, firmato dal cardinal Ratzinger nel 1990, il nesso chiesa-magistero-teologia
è strettissimo. A mio avviso è precisamente questo nesso che oggi
la teologia deve sottoporre a critica. Perché il cristianesimo possa
continuare a vivere in Europa, è necessario che la teologia liberi
il pensiero di Dio dalla forma rigidamente ecclesiastica impostale
lungo i secoli con la morsa degli anathema sit e faccia entrare
l´aria pulita della libertà. Non sto auspicando la scomparsa del
magistero, ma il superamento della convinzione che la verità della
fede si misuri sulla conformità a esso. Ciò che auspico è l´introduzione
di una concezione dinamico-evolutiva della verità (verità uguale
bene) e non più statico-dottrinaria (verità uguale dottrina). Una
teologia all´altezza dei tempi non può più configurarsi come obbedienza
incondizionata al papa. L´obbedienza deve essere prestata solo alla
verità, il che impone di affrontare anche le ombre e le contraddizioni
della dottrina.
6. Ciò comporta il passaggio dal principio di autorità al principio
di autenticità, ovvero il superamento dell´equazione "verità
uguale dottrina" per porre invece "verità maggiore dottrina".
È esattamente la prospettiva della Bibbia, per la quale la verità
è qualcosa di vitale su cui appoggiarsi e camminare, pane da mangiare,
acqua da bere. In questo orizzonte l´esperienza spirituale ha più
valore della dottrina, il primato non è della dogmatica ma della
spiritualità, e i veri maestri della fede non sono i custodi dell´ortodossia
ma i mistici e i santi (alcuni dei quali formalmente eterodossi
come Meister Eckhart e Antonio Rosmini). Ne viene che un´affermazione
dottrinale non sarà vera perché corrisponde a qualche versetto biblico
o a qualche dogma ecclesiastico, ma perché non contraddice la vita,
la vita giusta e buona. Si tratta di passare dal sistema chiuso
e autoreferenziale che ragiona in base alla logica "ortodosso-eterodosso",
al sistema aperto e riferito alla vita che ragiona in base alla
logica "vero-falso", e ciò che determina la verità è la
capacità di bene e di giustizia. Così la teologia diviene autentico
pensiero del Dio vivo, qui e ora.
7. Concretizzando. Non si può continuare insegnare che la morte
è stata introdotta dal peccato dell ´uomo, mentre oggi si sa che
la morte c´è da quando esiste la riproduzione sessuata, cioè milioni
di anni prima della comparsa dell´uomo. Né si possono più sostenere
così come sono i dogmi sul peccato originale, sull´origine dell´anima,
sull´eternità dell´inferno, sulla risurrezione della carne. Occorre
inoltre prendere atto dell´insufficiente risposta alla questione
del male e del dolore innocente, la più antica e la più attuale
sfida a ogni pensiero di Dio. Per quanto riguarda poi la morale
sessuale, le parole del card. Poupard sul caso Galileo, cioè che
la Chiesa di allora fu incapace di "dissociare la fede da una
cosmologia millenaria", devono portare a domandarsi se oggi
non si è allo stesso modo incapaci di dissociare la fede da una
biologia altrettanto millenaria e altrettanto sorpassata. È necessario
un immenso lavoro perché l´occidente torni a riconoscersi nella
sua religione, e la condizione indispensabile è che il cantiere
della teologia si apra alla libertà. Infatti (per riprendere il
sottotitolo del convegno romano) con o senza libertà cambia tutto.
Ma l ´attuale gerarchia della Chiesa è spiritualmente grado di cogliere
l´urgenza della situazione e di aprirsi al rischio della libera
intelligenza?
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