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PERCHE' ENTRA IN CRISI IL VINCOLO DEI SACERDOTI
da "la Repubblica" del 18 marzo 2010
«Non è bene che l'uomo sia solo», dice Dio di fronte al primo uomo.
Per rimediare crea gli animali, ma l' uomo non è soddisfatto. Allora
gli toglie una costola, plasma la donna e gliela presenta. A questo
punto l'uomo non ha più dubbi: «Questa è osso delle mie ossa e carne
della mia carne. La si chiamerà isà (donna) perché da is (uomo)
è stata tolta». Una voce fuori campo commenta: «Per questo l'uomo
lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno
una carne sola» (Genesi 2,23-24). Questa scena mitica, mai avvenuta
in un punto preciso del tempo perché avviene ogni giorno, insegna
che la relazione uomo-donna è scritta dentro di noi e che, ben prima
dei genitali, riguarda la carne e le ossa. La Sacra Scrittura esprime
così nel modo più intenso che noi siamo relazione in cerca di relazione,
che viviamo con l'obiettivo di formare "una carne sola"
e di compiere l' uomo perfetto, quello pensato da subito nella mente
divina come maschio+femmina, secondo quanto insegna Genesi 1,27:
«Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio
e femmina li creò». La vera immagine di Dio, che è comunione d'
amore personale, non è né il monaco né il prete celibe e neppure
il papa, ma è la coppia umana che vive di un amore reciproco così
intenso da essere "una carne sola". Per questo, secondo
un detto rabbinico, «il celibe diminuisce l' immagine di Dio». Lo
stesso si deve dire della paternità e della maternità. Se Dio è
padre che eternamente genera il Figlio e che temporalmente genera
gli uomini come figli nel Figlio, la sua immagine più completa sulla
terra sono gli uomini e le donne che a loro volta generano figli
e spendono una vita di lavoro per farli crescere. Per questo la
Bibbia ebraica considera la scelta celibataria di non avere figli
qualcosa di innaturale che trasgredisce il primo comando dato agli
uomini cioè "crescete e moltiplicatevi". Naturalmente
tutti sanno che Gesù era celibe, e così anche san Paolo. Ma mentre
Gesù conservava una visione positiva del matrimonio, san Paolo giunge
a ribaltare quanto dichiarato da Dio al principio dei tempi («non
è bene che l' uomo sia solo») scrivendo al contrario che «è cosa
buona per l' uomo non toccare donna» (1Cor 7,1). Per lui il matrimonio
è spiritualmente giustificabile solo «a motivo dei casi di immoralità»,
nulla più cioè che un remedium concupiscentiae per i deboli di spirito
che non sanno controllare le passioni della carne. L' apostolo non
poteva essere più esplicito: «Se non sanno dominarsi, si sposino:
è meglio sposarsi che ardere» (1Cor 7,9). Da qui sorge la visione
che domina la tradizione occidentale che assegna una schiacciante
superiorità morale e spirituale al celibato e solo un valore secondario
al matrimonio. Da qui la chiesa latina del secondo millennio sarà
portata a legare obbligatoriamente il sacerdozio alla condizione
celibataria. Ma su che cosa si fondava l' idea di Paolo? Qualcuno
parla di sessuofobia, ma a mio avviso il motivo è un altro e si
chiama escatologia: ovvero la sua ferma convinzione che «il tempo
ormai si è fatto breve» (1Cor 7,29), che «passa la scena di questo
mondo» (1Cor 7,31), che quanto prima cioè giungerà la fine del mondo
con il ritorno di Cristo. La Prima Corinzi, lo scritto decisivo
in ordine alla fondazione del celibato ecclesiastico, è dominata
dall' attesa dell' imminente parusia (vedi 15,51-53): se Cristo
tornerà a momenti, «al suono dell' ultima tromba», a che serve sposarsi
e mettere al mondo figli? Il mancato ritorno di Cristo al suono
dell' ultima tromba ha portato naturalmente a moderare l' impostazione
già nelle lettere deuteropaoline, tra cui in particolare quella
agli Efesini i cui passi si leggono spesso durante le cerimonie
nuziali, ma questo avrà solo l' effetto di giustificare il matrimonio
in quanto sacramento, non di ritenerlo spiritualmente degno almeno
quanto il celibato. Anzi, la tradizione ascetica e mistica dei padri
della chiesa e della scolastica è unanime nell' affermare la superiorità
indiscussa del celibato rispetto al matrimonio. Tommaso d' Aquino
la sintetizza col dire che «indubitabilmente la verginità deve essere
preferita alla vita coniugale» ( Summa theologiae II-II, q. 152,
a. 4),e il decreto del Concilio di Trento del 1563 arriva persino
a scomunicare chi osi dire che «non è cosa migliore e più felice
rimanere nella verginità e nel celibato che unirsi in matrimonio»
(DH 1810). Una scomunica che, a ben vedere, colpisce lo stesso Dio
Padre per quella sua frase imprudente all' inizio della Bibbia!
Oggi assistiamo alla fine abbastanza ingloriosa del modello di vita
sacerdotale sancito dal Concilio di Trento,e in genere portato avanti
nel secondo millennio cristiano, con il legare obbligatoriamente
alla vita sacerdotale la scelta celibataria. I crimini legati al
clero pedofilo (che la gerarchia conosceva e copriva per anni) stanno
scavando la fossa, anzi hanno già scavato la fossa, alla falsa idea
della superiorità morale e spirituale del celibato. Naturalmente
non intendo per nulla cadere nell' eccesso opposto di chi ritiene
la vita celibataria alienante e disumana a priori. Conosco preti
celibi straordinari, modelli integerrimi di vita serena, pura, felicemente
realizzata. Voglio piuttosto esprimere la mia ferma convinzione
che ciò che conta per un uomo di Dio (perché nulla di meno il prete
è chiamato a essere) sia avere l' anima piena della luce e della
gioia del vangelo, e che a questo scopo la condizione migliore sarà
per uno vivere nel celibato e per un altro metter su famiglia, a
seconda del temperamento e dell' attitudine personali. Il che è
esattamente quello che avveniva tra gli apostoli, come ci fa sapere
san Paolo quando scrive che, a differenza di lui, «gli altri apostoli
e i fratelli del Signore e Cefa» vivevano con una donna (1Cor 9,5).
I capi della Chiesa non avevano ancora dimenticato che «non è bene
che l' uomo sia solo».
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