se volessimo verificare la capacità di amare che abbiamo raggiunto, un indicatore sicuramente significativo potrebbe essere il nostro modo di comunicare con gli altri. Siamo troppo abituati a vedere i nostri comportamenti da un punto di vista personale, sarebbe invece importante osservarci obiettivamente dall’esterno, avremmo così molte indicazioni preziose. Ci renderemmo conto che al centro del nostro comunicare spesso ci siamo solo noi, con i nostri problemi, le nostre sofferenze, i nostri fili, i nostri progetti, le nostre presunte virtù.
Un’altra modalità molto comune di comunicazione è quella caratterizzata da un atteggiamento difensivo nei confronti degli altri. Temiamo di essere giudicati, rifiutati, messi in discussione, soprattutto se l’altro è estraneo o diverso. Ancora una volta siamo noi al centro.
Per tradurre in gesti l’amore che vogliamo comunicare al nostro prossimo, occorre una grande maturità. Essa va raggiunta attraverso un lungo itinerario, ma soprattutto, acquisendo la consapevolezza che le nostre ferite d’amore sono sempre infinitamente inferiori all’amore da scoprire e che può dare forza e integrazione ad ogni esistenza, qualunque sia la sua storia.
Solo questa consapevolezza ci permetterà di esprimere un modo di comunicare che, nelle sue finezze, fa sentire l’altro accolto e al centro della relazione. La nostra comunicazione sarà allora ricca di tutte quelle tenerezze e attenzioni che Cristo, nei circa centocinquanta incontri riportati dal Vangelo, esprimeva ai suoi interlocutori. Al centro vi era sempre l’altro con le sue storie di vita: solo sette o otto volte si a riferimento al suo “peccato”. E’ questo il motivo per cui ognuno se ne andava via dalla relazione con Cristo, diverso, più compreso e arricchito nella sua identità profonda: aveva ricevuto amore che promuoveva vita.
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