Il tempo che ci è donato è occasione propizia per farsi dono agli altri
Abbiamo voluto dedicare questo quaderno ai tanti tra voi che avete già superato la soglia “dell’età grande” e con fedeltà, simpatia e amicizia ci seguite da tanto tempo.
Man mano che l’età aumenta, ci si accorge del divario sempre più evidente tra il desiderio di fare tante cose e le reali possibilità di realizzarle. Il corpo da silente, come negli anni giovanili, comincia a far sentire la sua presenza e pone limiti prima neppure pensati.
Le esperienze del dolore, l’ombra della morte fanno capolino e acuiscono la consapevolezza del dono della Vita. Il gusto e la voglia di vivere trovano sprazzi di crescita nella sensibilità e nella gioia, insieme a paure e insicurezze inedite, che rischiano di togliere serenità al futuro.
Ricordo nonna Maria, una socia di Ore undici morta a 101 anni e mezzo, che nonostante gli acciacchi diceva sorridendo: «Non mi par vero, ho 100 anni, ma dentro me ne sento 16!».
A tal proposito, un augurio speciale a Franca e Peppino, arzilli centenari proprio quest’anno! Siamo creature in divenire, ci ricorda l’amato don Carlo: il dono più prezioso che ci è dato è quello del tempo e non è infinito. Diventa importante custodirne la preziosità. Cogliere l’importanza di come ricordiamo il passato, ci orientiamo al futuro e soprattutto di come viviamo il presente, l’unico tempo che ci appartiene realmente.
Creature in cammino verso un compimento irripetibile, che appartiene all’unicità di ciascuno.
Don Mario sulla scia di don Carlo, nel suo ultimo tratto di vita ripeteva spesso queste riflessioni che ora cerchiamo di fare nostre: eredità preziosa da vivere.
«Noi anziani, siamo rallentati nei movimenti, tanto spesso siamo fermi in poltrona, ci dobbiamo occupare dei tanti malanni. Dobbiamo evitare di alimentare la nostalgia del passato, il rimpianto del bene mancato, i rimorsi degli errori fatti. Abbiamo la possibilità di esercitarci negli atteggiamenti vitali tanto preziosi per la vita spirituale: la lode, il ringraziamento, la gratitudine.
Possiamo sorridere di fronte al fatto di ritrovarci fragili e limitati senza troppo rattristarci e cogliere così le occasioni per radicarci nell’essenziale e lasciar andare tutto ciò che diventa superfluo.
Il compimento della nostra vita non sarà un salto nel nulla se ci saremo allenati nell’abbandono fiducioso all’Amore che ci avvolge e di cui abbiamo fatto esperienza.
Porteremo con noi tutto il Bene vissuto, le amicizie, i doni ricevuti che nessuno potrà togliere dal nostro cuore, anche se la memoria potrà diventare più flebile e scostante. » Anche quest’anno a luglio, in occasione degli esercizi spirituali di Camaldoli, abbiamo trascorso la settimana nel confronto e nel dialogo su come allenarci a vivere questi atteggiamenti vitali, nella riconciliazione e nella pacificazione con le nostre storie. Per divenire operatori di pace, occorre innanzitutto esercitare la tenerezza e la misericordia verso noi stessi e le persone che hanno tessuto, e intrecciato, le nostre vite.
In quest’occasione, in dialogo con uno di voi sulla soglia dei novant’anni, mi è stata posta questa domanda che ho trovato di una grande saggezza spirituale: alla fine, ciò che porteremo realmente con noi, non sarà forse solo ciò che avremo donato? Tanti di voi hanno anche il dono di essere nonni.
Quale regalo più grande del poter stare vicino ai bimbi e ai ragazzi che si aprono alla Vita. Camminare con loro perché possano crescere nella fiducia di un Amore grande che sempre ci avvolge, ci sostiene, ci accompagna e che chiede silenziosamente e con umiltà di entrare nelle nostre vite attraverso il nostro sì, nel quotidiano che ci è dato di vivere.
Un caro saluto
Agnese
OreUndici