
Tenerezza ordinaria
Pietrificazione
In una pagina delle sue bellissime Lezioni americane scrive Italo Calvino: «In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa». Questa immagine di una graduale pietrificazione del mondo e delle persone mi ha riportato alla durezza di molte situazioni in cui ci troviamo a vivere. Benché viviamo nella più flessibile delle società mai esistite, non possiamo non avere talvolta (o sempre più spesso) la sensazione che la vita intorno a noi si faccia particolarmente dura. E in un tempo – come il nostro – in cui lo sguardo inesorabile della Medusa pietrifica la vita delle cose e delle persone, si invoca qualcosa o qualcuno capace di interrompere questo processo di indurimento, invertendo per così dire il corso del tempo. Abbiamo bisogno di qualcuno o qualcosa capace di tagliare la testa della Medusa, prima che tutto si faccia di pietra. Potrebbe apparire ingenuo o persino patetico pensare che l’eroe di questa impresa, che possiede la forza necessaria per contrastare ogni durezza, sia la tenerezza. Eppure, se si ha il coraggio di pensare senza cinismo (che spesso si maschera di ponderato realismo) che un gesto di tenerezza ci ha messi al mondo e un gesto di tenerezza ci ha tenuti in vita, si può anche iniziare a pensare che solo grazie a gesti di tenerezza la vita possa sprigionare la sua vera potenza: rigenerare gli umani e dare vita alle cose. Se infatti nella lingua della tenerezza originaria veniamo al mondo, soltanto grazie alla lingua della tenerezza ordinaria possiamo continuare ad abitarlo e a generarlo in modo umano.
Clinamen
La tenerezza non è una debolezza sentimentale: più che una passione, è un affetto penetrante che illumina il mondo, una forza vitale che orienta la resistenza umana nei confronti dell’ottuso e risveglia la passione del vivere intelligente. Insieme. Non è un’esperienza che si subisce, ma un atto di conoscenza. È un modo di percepire e vedere il mondo, che diviene pura espressione di gioia alla presenza di un altro. È un modo di orientarsi, un vettore che orienta la vita. Nel senso etimologico orientarsi significa guardare a Oriente, guardare a una luce che sorge, invece che stare sempre a pensare al tramonto.
Cercare questo punto di orientamento e di inclinazione, che modifica i nostri percorsi individuali e collettivi, non è un affare di cuore, una questione sentimentale. Il clinamen, come gli antichi filosofi atomistici nominavano una piccola inclinazione casuale che devia la traiettoria degli atomi in modo che si possano incontrare/scontrare, è precisamente il lavoro della politica. Ma è anche il lavoro della tenerezza: essa è infatti una forza che preme su traiettorie individuali troppo rigide e autoreferenziali, troppo concentrate su se stesse, per risvegliarle a un’altra dimensione di socialità. La tenerezza rende flessibili e disponibili all’incontro: è il clinamen delle nostre durezze, capace di curvarci nella direzione dell’altro.
Affetti
I nostri corpi e le nostre menti sono infatti centri ad alta densità affettiva, ogni incontro ne modifica l’intensità di vita. Nella sua Etica, il filosofo Baruch Spinoza offre analisi straordinarie delle molteplici variazioni dei nostri affetti, mostrando che ci sono alcuni stati affettivi che accrescono la nostra intensità di vita e altri che la diminuiscono, impedendoci di vivere una vita libera. Ci sono idee, mondi, persone che rallegrano e allargano il nostro gradiente affettivo, altri che lo restringono, intristendoci e chiudendoci in una cupa solitudine. Ci sono gesti di tenerezza che ci risvegliano a noi stessi, facendoci improvvisamente alzare la testa e mutando così il paesaggio dei nostri pensieri e dei nostri incontri. Ci sono incontri, gesti e parole che aumentano la gioia di vita, e incontri che la spengono, come una valanga di cenere sopra braci ardenti. Nelle infinite combinazioni che possiamo sperimentare nei nostri incontri quotidiani, occorre dunque farsi attenti a valorizzare eventi aggreganti e non disgreganti, a promuovere corrispondenze gioiose o a prevenire vicoli ciechi di tristezze certe, che si autoriproducono in un circolo mortifero.
In una sorta di dinamismo generativo che dona fisicità agli incontri e agli scambi fra i soggetti, il reciproco «toccarsi», intenerirsi e affezionarsi corrisponde a una reciproca donazione di senso, in cui ciascuno lascia la propria impronta sul corpo e sull’anima dell’altro. Precisamente grazie a tale flusso molecolare di affetti e di sensibilità sociali, che si trasmette come per travaso di corpo in corpo, di contatto in contatto, si costruisce un mondo comune. Ogni soggetto stabilisce, grazie alla sua capacità di affezionarsi e di affezionare, le traiettorie possibili di tale «divenire materiale» del senso, nella tessitura delle sue infinite relazioni vitali.
La tenerezza è ciò che sa cercare e trovare la brace sotto la cenere, sa liberare la brace sotto la cenere, e così ridare vita al fuoco. Questa è la tenerezza combattiva, che non ha nulla a che fare con romanticherie svenevoli. Non è una faccenda per smidollati. Proprio per questo è rivoluzionaria: contrasta l’uomo-macchina che nasce in laboratorio, programmato secondo un principio di prestazione inflessibile.
Vulnerabilità
La tenerezza è in questo senso un contro-potere: esprime infatti una speciale sensibilità, senza paure e infingimenti, per i segni che provengono dalla fragilità della vita, perché sa guardare e toccare con gentilezza i tratti più vulnerabili e indifesi dell’umano. La tenerezza, ossia provare tenerezza per qualcuno o qualcosa, è una questione di percezione, di emissione e di ricezione di segni, di sensibilità per un particolare tipo di segni che esercita sul soggetto una pressione e una violenza, obbligandolo a pensare. Ciascun soggetto ha una particolare disposizione rispetto alla percezione di un particolare tipo di segni che toccano le radici della vita e che aprono a una nuova comprensione di essa. Tale comprensione non si fonda tuttavia su una comunità di idee, su una affinità mentale o sull’appartenenza a un contesto socio-culturale definito, ma su un pre-linguaggio condiviso che ha i tratti del mistero. C’è, infatti, qualcosa di molto misterioso nel fatto di sentirsi toccati da qualcuno, di sentire tenerezza per qualcuno: per questo la tenerezza è una questione che riguarda la filosofia, la teologia e la politica.
È infatti possibile considerare la tenerezza come categoria filosofica significativa non in quanto esperienza di un vago sentimento di vicinanza e di empatia, ma in quanto percezione elementare della finitezza, ossia della fragilità e caducità di tutte le cose. Si prova in certo modo “tenerezza per il finito”: ciò indica la presa di coscienza della consistenza delicata del reale e dunque il sentimento elementare dell’incontro del soggetto con la caducità del mondo. Si tratta della percezione del finito in quanto coscienza della sua fragilità e del suo sempre possibile venir meno. Sotto lo sguardo della tenerezza il finito si illumina nella sua pura contingenza, ossia nel suo essere che potrebbe anche non essere, che oscilla fra identità e dispersione, fra persistenza e scomparsa, fra forza e debolezza, fra stabilità e precarietà, fra presenza e assenza. Si tratta dunque dell’esposizione di un essere non necessario, che non può dare ragione di sé a partire da se stesso, ma soltanto in rapporto all’Altro.
Aureola
Per questa via, la contemplazione della finitezza come “gioia e dolore di esserci” (S. Penna) può aprire un varco verso la dimensione effettiva dell’esistere, oltre ogni idealizzazione e mistificazione. La percezione ambivalente e inquietante della caducità e fragilità delle cose non conduce necessariamente verso la noncuranza, il cinismo e l’indifferenza: essa può al contrario trasformarsi in un sentimento intensivo del tempo, che rivela, per un attimo, la realtà nella prospettiva del Giudizio Universale, ossia sotto il segno della salvezza. «Questa tenerezza della miseria umana» – scrive Pasolini a Sandro Penna in una lettera del febbraio 1970 – «ti circonda come un’aureola terrestre intorno a un capo celeste». Pasolini osserva l’amico poeta con uno sguardo intensivo e affettivo grazie a cui si apre una zona di indistinzione fra mondo terrestre e mondo celeste: qui la tenerezza è come un’aureola che rende indeterminati i limiti fra i due mondi, come effetto dell’incontro con la vulnerabilità della singolarità individuale. La percezione della miseria umana non radicalizza la dispersione e l’alienazione, bensì, al contrario, intensifica la cura e la protezione.
La tenerezza corrisponde allora a una speciale sensibilità e affezione per l’oscillazione del reale, capace di resistere a ogni tentazione di fissazione paranoica, di possesso indiscriminato, di giudizio senza appello. Per questo il filosofo Whitehead rintraccia nella tenerezza una vera e propria dimensione metafisica e teologica, legata alla condizione non-compiuta e precaria del mondo. La tenerezza di Dio è costituita, per Whitehead, dalla «tenera preoccupazione che nulla vada perduto»: in modo simile scrive Francesco in Evangelii Gaudium: «Ogni essere umano è oggetto dell’infinita tenerezza del Signore, ed Egli stesso abita nella sua vita» (EG, 274). La tenerezza corrisponde allora a uno sguardo messianico sulla caducità delle cose, profondamente cosciente del carattere transeunte – e dunque non-oggettivabile, invalutabile e non-dominabile – di ogni possibile felicità. Entro tale percezione del finito, emerge la dimensione messianica della corporeità imperfetta, di cui, come indicano suggestivamente i versi di Mariangela Gualtieri, avremo infinita nostalgia, per l’eternità:
Sii dolce con me. Sii gentile.
È breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Nella caducità stessa brilla la luce della redenzione, non in un movimento di trasfigurazione, ma nell’assunzione integrale della natura finita, al di là di ogni forma di «occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza» (EG, 231).
Entro questa prospettiva, tenerezza del finito è il gesto che non soltanto percepisce, ma anche reagisce all’esposizione della caducità, intensificando la cura, la protezione, l’affezione. Di conseguenza la tenerezza conserva una relazione fondamentale con il tempo: è la coscienza della brevità della vita, e dunque la coscienza della mortalità dei viventi, che getta un nuovo sguardo sulle relazioni elementari della vita, provocandone un’attenzione speciale, donando carezze – perché poi non si avranno più né guance né mani.
La tenerezza ha il potere di modificare il nostro elementare incontro con il mondo. Non per nulla, nella sua lettera ai Corinzi, l’apostolo Paolo ha avuto il coraggio di dire: «Quando sono debole è allora che sono forte» (2 Cor 12,10). Qui si può percepire una sorta di disarmo dell’io, delle sue pretese eccessive e delle sue euforie esauste. Qui si può imparare un atteggiamento di abbandono al mondo, che non ha nulla a che fare con fughe utopistiche o romanticherie svenevoli. Come direbbe Søren Kierkegaard, non è questa una faccenda per smidollati, e nemmeno un’esperienza che si subisce. È come un atto di conoscenza e di presenza, un modo di percepire il mondo, che taglia la testa della Medusa, mettendo così in circolazione una nuova potenza gentile di agire e di sentire.
OreUndici