Dal Vangelo secondo Luca 21,5-19
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
Parola del Signore
OMELIA DI DON CARLO MOLARI
Sottolineo solo due insegnamenti di questa pagina molto densa. Ma prima vorrei fare alcune considerazioni sul ruolo centrale di Gerusalemme per la spiritualità ebraica.
Noi oggi non ci rendiamo conto – perché viviamo in altre culture, abbiamo altri punti di riferimento – di che cosa poteva significare predire la distruzione del tempio e la rovina di Gerusalemme.
Già dal 1000 a.C. Gerusalemme aveva cominciato ad emergere come il centro della religiosità ebraica, con la costruzione del Tempio da parte di Salomone. Ma poi soprattutto nel VII secolo l’importanza di Gerusalemme si accentuò, quando il re Giosia concentrò nel Tempio di Gerusalemme tutto il culto. Prima infatti c’erano diversi templi dedicati al Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, al Dio di Mosè, cioè al Dio della tradizione ebraica, quello che gli ebrei nominavano col tetragramma, che però non pronunciavano. Dunque con Giosia tutto il culto del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, fu concentrato in Gerusalemme e ci fu un certo rifiorire di quello che viene chiamato il ‘culto jahvistico’. Anzi, proprio allora fu trovato tra le rovine del Tempio un libro che probabilmente un levita del nord aveva lasciato lì e questo libro poi rappresentò l’inizio del Deuteronomio, l’inizio di una nuova fase della storia ebraica. Dopo poco tempo verrà l’esilio a Babilonia e poi dopo il ritorno e la ricostruzione del Tempio e la ripresa del culto centrato su Gerusalemme. Successivamente Erode il Grande fece ricoprire d’oro il Tempio, per cui il tetto risplendeva al sole.
Tutti gli ebrei andavano a Gerusalemme tre volte l’anno (a Pasqua, a Pentecoste e per la Festa delle Tende), appunto perché era l’unico luogo dove si sacrificava, ma soprattutto perché era il luogo dove ritenevano abitasse Dio. Avevano infatti anche una concezione spaziale della presenza di Dio, che era solo lì nel Tempio. Di qui l’importanza che avevano per loro il Tempio e Gerusalemme.
Eppure Gesù prevede la fine di quella fase che sembrava gloriosa. E la fine avverrà effettivamente poi nel 70, con la distruzione del Tempio e una certa dispersione degli ebrei. Soprattutto avverrà poi nel secolo successivo, nel 172, con Adriano, quando anzi verrà praticato il culto pagano a Gerusalemme e tutti gli ebrei verranno cacciati.
Gesù aveva cercato di introdurre categorie nuove e iniziò un cammino diverso, in questo senso, per cui il Tempio perdeva quel valore centrale che aveva nella religiosità ebraica. Ricordate la riflessione che poi Giovanni svilupperà nel capitolo 4: “Non su questo monte né a Gerusalemme: i veri adoratori adoreranno Dio in spirito e verità” (Gv.4,23). Anche la sua presa di distanza dalle tradizioni legate ai tempi e agli spazi sacri derivano precisamente da questo modo diverso di vivere il rapporto con Dio.
L’importanza delle scelte storiche.
Il valore che ha questa indicazione di Gesù è molto più ampio del semplice episodio di Gerusalemme, perché sottolinea l’importanza delle scelte storiche. Gesù infatti collega la distruzione al rifiuto che hanno opposto alla sua proposta. Poco prima, nel capitolo 13 di Luca, dice appunto: “Quante volte ho cercato di raccogliere i tuoi figli e tu non hai voluto! Non hai riconosciuto i giorni in cui sei stata visitata, non hai accolto i giorni della tua pace!” (Lc. 13,34).
Le scelte storiche hanno un’incidenza che spesso noi non prevediamo, anzi, che non possiamo prevedere. Questo è il criterio che dobbiamo continuamente tenere presente, nelle scelte personali ma anche in quelle comunitarie: dobbiamo cioè essere consapevoli che il male che le scelte contengono (che a volte non possiamo evitare, perché fa parte della nostra imperfezione e della nostra inadeguatezza) poi si sviluppa ed ha delle conseguenze che non possiamo prevedere.
Essere consapevoli di questo ci deve condurre ad un senso di responsabilità che non è la responsabilità soggettiva in ordine alla libertà di cui tante volte parliamo. E’ la responsabilità oggettiva, cioè il renderci conto che quello che noi compiamo non resta limitato alle nostre persone, che le scelte che una generazione compie non restano limitate al suo ambito storico, ma hanno conseguenze e sviluppi nelle generazioni successive.
Per cui il male di cui abbiamo consapevolezza deve renderci attenti, anche se sul momento sembrano cose di minimo valore. Per esempio a livello personale può essere la rabbia che mettiamo in certe azioni o l’egoismo che s’infiltra in certe decisioni o la volontà di possedere o di dominare gli altri… Spesso non ci rendiamo conto che quel male di cui prendiamo coscienza poi si svilupperà e avrà espressioni che non potremo più controllare.
Questo vale anche per l’aspetto storico. Pensate per esempio all’ecologia; e pensate alle scelte violente di questi giorni, quali conseguenze potranno avere negli sviluppi delle generazioni successive, quali reazioni susciteranno negli altri popoli. Noi vediamo solo le nostre reazioni, le conseguenze che possono avere per noi, calcoliamo ciò che perdiamo e ciò che possiamo acquistare dopo. In fondo molte decisioni, anche violente, sono il risultato di questi calcoli che noi facciamo. Pensiamo: “Poi ci siederemo al tavolo dei vincitori, potremo rivendicare i nostri diritti”. E in questo modo consentiamo un male che riteniamo accettabile rispetto ai beni che poi acquisteremo. Ma il problema è che il male è degli altri e il bene è per noi o anche che il male per noi ci sembra molto limitato; e non ci rendiamo conto che nel frattempo noi inseriamo nella storia dei meccanismi di violenza, di opposizione, i cui effetti non possiamo prevedere.
Al tempo di Gesù certo non prevedevano quali potevano essere le conseguenze del rifiuto di quelle scelte che Gesù proponeva giorno dopo giorno; sembravano conseguenze abbastanza limitate, ma in realtà sono state molto profonde e gravi. Ma anche oggi noi continuiamo a opporre questi rifiuti, proprio gli stessi rifiuti che opposero al tempo di Gesù, perché noi ancora del Vangelo accogliamo tanto poco!
Dobbiamo allora interrogarci: quali conseguenze queste scelte avranno nel futuro? E allora, alla luce di questo interrogativo, saremo molto più attenti, molto più prudenti; e forse riusciremo a scorgere un male che è già presente e che non scorgiamo, precisamente perché ci lasciamo portare dai nostri interessi, da quello che ci sembra così evidente: combattere il male sembra una missione e un compito così nobile, che può giustificare la violenza che utilizziamo o le morti che provochiamo per altri. E non ci rendiamo conto invece che il meccanismo è molto più grande di noi e diventa devastatore e può impedire poi lo sviluppo della stessa umanità.
Questo richiamo di Gesù credo sia molto importante per noi. Gerusalemme diventa un simbolo in questo senso, come lo è stato per i primi cristiani: ricordate che l’Apocalisse richiama la ‘Gerusalemme nuova’ proprio come simbolo del regno di Dio che viene. Quindi possiamo mantenere questa simbologia di Gerusalemme, proprio anche per riflettere sugli eventi che stiamo vivendo in questi giorni.
La testimonianza nei momenti difficili.
La seconda riflessione riguarda invece la testimonianza che Gesù chiede anche in queste circostanze. Può sembrare strano che Gesù non richiami la testimonianza in rapporto a dei trionfi, a dei successi, alla propagazione del Vangelo, al riconoscimento del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. No, richiama la testimonianza in ordine a questi periodi di sofferenza, ai tribunali, alle prigioni: “Uccideranno alcuni di voi in nome mio”. E sappiamo che questo accade anche oggi: proprio alcuni giorni fa diverse persone sono state uccise in Africa anche in nome di Cristo a cui si richiamavano. E anche noi qui incontriamo difficoltà oggi nel proporre il Vangelo: sembra che la stragrande maggioranza della gente consideri le attuali scelte di guerra come doverose, come una missione per vincere il male. In nome del Vangelo. Certamente a noi sembra che gli ideali del Vangelo non vengano riconosciuti e chi li vuole difendere si trova in minoranza, si trova emarginato.
E Gesù allora dice: “Sarete testimoni”. E dice: “Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa”, cioè: non pensate già di essere in grado di affrontare queste situazioni. “Io vi darò lingua e sapienza”.
Sono indicazioni che credo possano essere molto utili. Noi spesso presumiamo – per i nostri ragionamenti, per la nostra preparazione, per la forza che abbiamo acquisito o che crediamo di avere – di poter affrontare queste situazioni da persone forti, sicure. E invece dobbiamo accogliere una Parola che ancora non conosciamo, dobbiamo lasciarci penetrare da una forza di vita che non possediamo; perché è solo allora che si inventano le nuove modalità di convivenza, di fraternità, di condivisione, di giustizia per la pace del Regno. Invece con la nostra presunzione noi impediamo alla novità di sorgere.
E’ significativo che in questi giorni ci siano state varie iniziative. Il Papa ha annunciato la volontà di organizzare una nuova giornata ad Assisi di incontro delle diverse religioni per l’anno prossimo. Forse non sarebbe venuta, questa decisione, se non ci fossero stati questi eventi tristi e violenti, a cui appunto il Papa si vuole opporre con le armi della preghiera, dell’incontro, del dialogo, del richiamo agli ideali. Anche Assisi è un simbolo, in fondo, come Gerusalemme. C’è stata anche un’altra iniziava di alcuni laici, con un appello, di organizzare una giornata per il dialogo islamo-cristiano, come c’è la giornata per il dialogo ebraico-cristiano. E’ un’iniziativa che non sarebbe stata presa se non ci fossero stati questi eventi.
Vivere le situazioni in modo da consentire la novità dello Spirito e non presumere quindi di avere già tutti gli elementi per affrontarle, ci conduce ad essere testimoni, testimoni cioè della verità di Dio e della verità del Vangelo.
Testimoni della verità di Dio, perché è così che mostriamo che realmente ciò che è in gioco nella vita è molto più grande di noi, che c’è una forza positiva, che la vita non è semplicemente un intreccio caotico di spinte distruttrici, ma c’è al fondo una forza creatrice che è positiva e contiene delle ricchezze che ancora non abbiamo espresso. Questo è il diventare testimoni di Dio: che realmente il Bene esiste in una forma piena (anche se sulla terra è molto frammentario e provvisorio), che esiste la vita quindi.
E poi testimoni del Vangelo, cioè che le proposte di Gesù, che le beatitudini non sono un’utopia lanciata per idealismo, senza rapporto con la storia degli uomini, ma che sono criteri del cammino umano. Ma questo deve apparire: deve apparire che i costruttori di pace sono figli di Dio e che i figli di Dio sono costruttori di pace. E come può apparire se non nascono figli di Dio in mezzo a noi, se non ci sono persone che si dedicano interamente perché la pace finalmente diventi l’orizzonte della storia umana? E’ possibile, questo, perché la forza creatrice già contiene queste ricchezze, ma richiede testimoni che siano in grado di percorrere questa strada che Gesù ha indicato.
“Neppure un capello del vostro capo andrà perduto”.
Ci sarebbe un’ultima riflessione, ma il tempo ormai è passato, la accenno solo brevemente.
Gesù, dopo aver parlato della morte, delle difficoltà, delle prigioni, dice: “Neppure un capello del vostro capo andrà perduto”. Può sembrare un assurdo, ma è un’indicazione molto chiara del livello profondo della vita, che può sempre essere alimentato, anche nelle stagioni tristi e violente della storia degli uomini. Neppure un capello va perduto, cioè noi possiamo vivere anche le cose minime, le situazioni di ogni giorno, in modo positivo, in modo salvifico, cioè in modo da diffondere vita intorno a noi, da far crescere figli di Dio, da creare ambienti positivi. Possiamo vivere in modo che nulla vada perduto di ciò che noi sperimentiamo, delle situazioni nelle quali ci veniamo a trovare.
E’ questa certezza che Gesù ha vissuto fino alla morte: ha reso salvifica persino la croce, perché l’ha vissuta con un amore tale, da renderla segno di salvezza. Il che vuol dire che tutto può essere vissuto in modo positivo: neppure un capello che cade, cade senza senso, se noi sappiamo vivere queste esperienze in modo salvifico.
Chiediamo allora al Signore di essere consapevoli di questa possibilità, perché è il segreto per vivere bene anche le situazioni di sofferenza, di difficoltà, di ingiustizia e di violenza, quali oggi siamo chiamati a vivere.
(Omelia di don Carlo Molari del 18 novembre 2001)