
di Anna Foa in “La Stampa” del 2 novembre 2025
Trent’anni fa, il 4 novembre 1995, a Tel Aviv il premier israeliano Yitzhak Rabin fu assassinato al termine di una manifestazione a favore degli accordi di pace, di fronte a migliaia di persone. A ucciderlo, sparandogli tre colpi di pistola da una distanza ravvicinata, un giovane estremista della destra religiosa, vicino al partito Kach, un partito messo fuorilegge perché razzista, Yigal Amir. Erano passati due anni dagli accordi di Oslo, con cui si sanciva l’inizio del processo di formazione di uno Stato palestinese, un processo che non sarebbe mai stato portato a compimento. Per questo accordo nel 1994, insieme al suo ministro degli esteri Shimon Peres e a Yasser Arafat, Rabin aveva ottenuto il Premio Nobel per la pace. Con il suo assassinio finiva la stagione di Oslo, una stagione, per israeliani e palestinesi, di apertura e speranza.
Con la sua scelta di pace, Rabin era diventato il bersaglio della destra sionista religiosa. Veniva ritratto vestito da nazista, paragonato a Hitler, minacciato continuamente di morte. Rabbini della destra estrema avevano posto sulla sua testa una sorta di fatwa. Un giovane della destra si era vantato di essere arrivato fino alla sua macchina e di poter, allo stesso modo, arrivare fino a lui. Era Itamar Ben Gvir, ed è attualmente ministro della sicurezza nel governo di Netanyahu. Il clima era molto teso in tutto il Paese e si temeva lo scoppio di una guerra civile vera e propria. Inoltre, gli attentati suicidi di Hamas si succedevano, causando un gran numero di vittime.
La piazza in cui si svolse la grande manifestazione a sostegno della politica del governo di Rabin si chiamava allora piazza Re di Israele e divenne solo successivamente piazza Rabin, in ricordo di quel giorno. Rabin parlò di fronte a una folla di decine di migliaia di persone e alla fine del suo discorso si unì al canto della cantante Noa in favore della pace. Poi, i colpi di pistola, la corsa verso l’ospedale, l’annuncio della sua morte. Ai suoi funerali, seguiti da un milione di persone alla presenza dei capi di Stato di molti Paesi, la sua vedova, Leah Rabin, rifiutò di stringere la mano di Netanyahu, a cui attribuiva la campagna di delegittimazione che aveva causato il suo assassinio. Circolavano voci complottistiche che parlavano di complicità dei servizi segreti e della polizia, domande su come Amir potuto arrivare fino a lui. La verità è forse più semplice, un uomo si avvicina al palco, fra i tanti, il solo che regge in mano un’arma. Inoltre, Rabin si era sempre rifiutato di prendere troppe precauzioni contro i suoi detrattori.
Negli anni seguenti, e non solo in occasione dell’anniversario, la piazza divenne meta di persone che andavano a raccogliervisi in meditazione, ricordo di esservi stata più volte e ricordo il clima di commozione che a poco a poco diventava angoscia di fronte a come si trasformava il Paese.L’anno dopo, nel 1996, alle elezioni, Netanyahu divenne per la prima volta primo ministro. Era un deputato, leader del partito di destra Likud. Le elezioni erano state precedute dall’inasprirsi della campagna terroristica di Hamas e della Jihad islamica, con attentati molto gravi che avevano spostato l’attenzione dell’elettorato dal tema della pace a quello della sicurezza.Di famiglia di origine russa, ma nato a Gerusalemme, Rabin era un militare prima ancora che un politico. Aveva salito i gradini più alti dell’esercito, fino a diventare capo di Stato Maggiore negli anni Sessanta, durante la guerra del 1967. Era diventato premier per la prima volta nel 1974, sostituendo Golda Meir travolta dalla guerra del Kippur. Fu anche a capo della dura repressione della prima Intifada. Non era quindi certo un uomo di sinistra, ma fu capace di guardare alla pace e vide la pace possibile solo in un contesto di rapporti pacifici con i palestinesi. Di qui, dalla sua iniziativa, gli accordi di Oslo che, nonostante le loro carenze e le loro contraddizioni, si sono rivelati per Israele l’ultima possibilità di raggiungere la pace. Le voci di chi oggi rievoca il suo assassinio ricordano i pianti, il dolore, la percezione che quanto era accaduto avrebbe segnato la storia del Paese. Ma forse, nessuno allora ebbe la percezione di quanto gravi e di quanto durature sarebbero state le conseguenze di quella sera. Ci siamo ancora dentro. Chi ha sollecitato e preparato l’assassinio di Rabin è oggi al potere in Israele ed è difficile vedere e capire quale sarà, per israelianie palestinesi, l’esito di quel giorno funesto di 30 anni fa.