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Davide Cavallo, il ragazzo che ha perdonato i suoi aggressori: “oggi va di moda la vendetta, ma l’odio non è logico: fa solo soffrire di più”

di Federico Berni su milano.corriere.it del 20.05.26

Tribunale, Processo in abbreviato per i due giovani che l’ottobre scorso hanno picchiato ed accoltellato uno studente 22enne, Davide Cavallo aggredito
di Federico Berni

Nell’ottobre 2025 Cavallo, studente alla Bocconi, era stato accoltellato in corso Como per una sigaretta. Gli imputati si sono scusati. Il legale: «Ma i genitori di Davide non riescono a perdonare»

Lo ha scritto. Lo ha fatto. L’abbraccio, da simbolico, annunciato in una lettera in cui esprimeva parole di comprensione per i ragazzi che lo hanno accoltellato, è diventato concreto, fisico. Davide Simone Cavallo li ha rivisti in faccia ieri. Due dei cinque ragazzi che in una folle aggressione dello scorso autunno lo hanno costretto all’invalidità. Durante l’attesa della sentenza ha avuto un momento di avvicinamento con loro. Poi è arrivata la decisione del giudice (20 anni per Alessandro Chiani, che lo ha colpito; dieci mesi per Ahmed Atia, per omissione di soccorso). Se la famiglia di Davide, come sottolineato dai propri legali, non si è detta «disposta a perdonare», lui invece ha dichiarato di andare verso quella direzione.

Davide, che giornata è stata? Come si sente?
«Davvero particolare. Nulla è stato facile»
Aveva dichiarato, prima del processo, che si aspettava una decisione «lucida e giusta». È andata così?
«Non sono felice, quando uno immagina cosa voglia dire per un ragazzo così giovane una condanna a 20 anni: farebbe male a chiunque. Sono contento da un punto di vista giuridico. Il giudice è stato bravo e intelligente, sento che è stata fatta giustizia, non mi sento preso in giro. Sono stati tutti molto professionali, anche i difensori. Ma soprattutto — ripeto — è il giudice che mi ha colpito; ha preso una decisione dura, coraggiosa però chiara, molto netta. Ha voluto dire: “Non andate in giro con i coltelli”».

All’altro ragazzo è andata diversamente.
«Penso sia stata una valutazione giusta anche per lui. E poi si è mostrato realmente pentito».
È stato coerente con quanto scriveva nella sua lettera. Ha abbracciato i suoi aggressori. Ci racconta come è andata?
«Le scuse le ho ricevute da entrambi, ma quelle di Atia sono state particolarmente sentite. Sono entrato in aula, e credevo di non avere la possibilità di parlare con loro. Questo mi disturbava. Ahmed ha chiesto di consegnarmi una lettera dalle sue mani. C’è stato un cenno tra noi, durante il processo. Per una vittima non c’è nulla di meglio che il reale pentimento dei suoi aggressori. Ho chiesto se potevo stringergli la mano. La sua avvocata, dopo un attimo di incredulità, mi ha detto di sì. E lì mi ha detto una cosa che ritengo fondamentale».

Quale?
«Mi ha chiesto: “Come stai?”. E poi ci siamo detti altro. Lui si è offerto di aiutarmi. Mi ha guardato negli occhi, non è facile reggere lo sguardo di chi, come me, ha subito una cosa così grave».

Ma ritrovarsi faccia a faccia con chi le ha segnato la vita: la rabbia sarebbe del tutto comprensibile.
«Ho provato quella sensazione quando i miei avvocati hanno dichiarato in aula cosa sta passando la mia famiglia».

L’ha letta subito la lettera di Atia?
«Non subito. Oltre alle sue scuse, mi ha raccontato qualcosa di lui, come gli avevo chiesto io in un nostro precedente scambio».

Chiani le è apparso più in difficoltà?
«Deve essere difficile per lui accettare di aver sbagliato in un modo così enorme. Immaginavo, è comprensibile che fosse più restio all’emotività».

Dopo il verdetto cosa ha fatto?
«Una passeggiata. Dovevo cercare di assimilare. Non è facile, alla mia età, pensare di essere coinvolto in una situazione in cui un ragazzo potrebbe uscire di galera che non è più un ragazzo. Tutti pensano che sia strano da parte mia essere dispiaciuto, ma non ci trovo nulla di anormale. Sarebbe dura per tutti vedere un ragazzino a cui crolla la vita davanti in un’aula di tribunale. Però un momento piacevole c’è stato».

Quando?
«Nel momento in cui sono entrato in aula mi tremavano le gambe, e sudavo freddo. Sono uscito che camminavo più fluido e spedito. Questo perché quando quei due ragazzi mi hanno chiesto scusa, ho sentito che, in me, qualcosa si è ricucito».