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Don Luigi Garbini: «Le canzoni sono come dei lumini che mettiamo nei nostri altari, che ci rappresentano anche quando noi non ci siamo. Per questo Ornella Vanoni è dentro la nostra esistenza da non riuscire neanche più a scinderla dalla nostra storia personale»

Ecco il testo integrale dell’omelia di Don Luigi Garbini, parroco della chiesa di San Marco di Milano, al funerale di Ornella Vanoni. Che è pura poesia – 26 novembre 2025

Vorrei anch’io pregare così, con queste parole del Vangelo e dire: «Ti benedico e ti ringrazio o Padre del cielo e della terra perché ci hai dato Ornella Vanoni».Se pensiamo infatti a quello che rappresentano le canzoni per la nostra esistenza, non musica soltanto ma, come lei ha detto, «parole sulle note», scopriamo che in quelle parole sulle note ci siamo tutti. L’universale diventa singolare e viceversa. Le canzoni diventano veri e propri ritornelli della vita, «momenti di essere» – per dirla con Virginia Woolf – o viceversa irruzioni insopportabili, inudibili, non più ascoltabili perché legati a momenti a volte cruciali e troppo densi della nostra vita. Le canzoni sono come dei lumini, quelli che mettiamo nei nostri altari, che sono lì a muovere la loro fiammella, continuando a rappresentarci anche quando noi non ci siamo. Se pensiamo a questo ci rendiamo conto di quanto la vita artistica di Ornella sia dentro la nostra esistenza da non riuscire neanche più a scinderla dalla nostra storia personale e, in senso più generale, dalla storia culturale italiana. Quasi un secolo di vita passata dentro il teatro, la televisione, il cinema e la canzone. Ed in tutti i casi – come ha osservato Gino Castaldo – è sempre stata la musica ad impossessarsi di lei. Sappiamo bene che i posseduti sono come dei tarantolati, non possono opporsi al «morso» della musica. Ornella è stata posseduta dall’inizio della sua vita alla fine.Ma questa fine che viviamo oggi in realtà è un nuovo inizio. Fintantoché non si muore non si riesce a vedere l’inizio e la fine insieme. Ce l’ha detto il libro dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato: il principio e al fine, l’alfa e l’omega. Allora potremmo dire che questa notte che verrà sia La prima notte di quiete. Per Goethe questa prima notte è la notte della morte, quella che non ha sogni, ma neppure incubi. Una notte di sollievo, finalmente. C’è un film di Zurlini che ha questo titolo: una pellicola nella quale possiamo ascoltare Ornella che canta Domani è un altro giorno mentre le coppie si stringono forte e si baciano sulla pista da ballo.
La frase, la mezza frase vera che aspettiamo non è quella del rimpianto, non è neppure quella del ricordo… Canta Ornella: rimpianti adesso non ne ho più…E non c’è niente di più triste in giornate come queste che ricordare la felicità… Sapendo già che è inutile ripetere chissà domani è un altro giorno e si vedràI ricordi sono frammentari, velleitari, il rimorso poi è parente del bilancio e si ferma alla fragilità della vita. La memoria invece è un esercizio quotidiano, una qualità del nostro cervello che rischiamo di perdere, perdendo anche la voce, il timbro della voce, quella voce inconfondibile e penetrante che aveva Ornella. È per questo che oggi facciamo memoria, cioè eucaristia: «Fate questo in memoria di me»: che significa: solo cantando Ornella, facendo questo come memoria potremo «provare anche con Dio. In fondo…non si sa mai…».