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Le ferite morali dei soldati di Israele

di Anna Foa su lastampa.it dell’11.05.26

Un giovane israeliano in visita a Madrid si ferma al Prado davanti ad un quadro famoso di Goya che mostra un uomo con le mani alzate che guarda con gli occhi pieni di terrore i soldati che puntano il fucile su di lui. Improvvisamente, nello sconcerto generale, il giovane comincia a piangere senza più riuscire a fermarsi. Siamo nel 2024 ed è da poco tornato dal servizio militare a Gaza come riservista. Il giovane soffre di quella che recentemente è stata definita in Israele “ferita morale”, un dissidio terribile fra quanto fatto o visto a Gaza e i principi etici in cui ha vissuto fino a quel momento e che lo caratterizzano da civile. Lo racconta, in un ampio articolo su questo tema significativamente intitolato “Mi sono sentito un mostro”, il 17 aprile di quest’anno il giornale israeliano Haaretz. È una storia vera

Perché a soffrire non sono solo le vittime, i palestinesi in questo caso, sono, anche se non sempre, anche i persecutori. Chi tiene il fucile dalla parte del manico e è stato cresciuto nell’idea che non si debba sparare, almeno non su vittime inermi, vecchi e bambini. I racconti di chi è tornato da Gaza e si è trovato ad affrontare questi fantasmi, sono terribili, e quasi tutti quelli che si raccontano sono in cura presso psichiatri o psicologi. Il dissidio tra quello che hai fatto in questo massacro, o anche a cui non ti sei opposto, e quello in cui hai creduto, che hai assunto come principio in base a cui regolare la tua esistenza, è dilaniante. Festeggiati come eroi, tra chi torna emerge l’idea di essere in realtà mostri. È una sindrome diversa da quella post-traumatica che pure è molto presente tra chi ha vissuto questa esperienza, in cui la cura spinge a dimenticare il trauma dopo averlo affrontato. Qui si tratta di perdonarsi.

Quando si parla di suicidio morale di Israele si pensa anche a questo. A quei ragazzi mandati ad obbedire a ordini ingiusti, ad uccidere civili innocenti, che al loro ritorno si ritrovano soli coi loro fantasmi, in un mondo in cui troppo spesso chi manifesta questo dissidio è accusato di tradimento o di viltà. Perché, anche se certo non si può dire, ammesso che mai sia stato vero, che l’esercito israeliano è il più morale del mondo, resta comunque ancora un esercito di popolo, reso tale dalla frequenza dei richiami in servizio e dalla reputazione di cui, nonostante tutto, ancora gode nella società. Per questo, il termine “genocidio” è tanto difficile da accettare, anche se gli attivisti israeliani che manifestano ogni settimana lo hanno ormai adottato: perché accusa l’esercito, uno dei pilastri della società israeliana.

Allo stesso dissidio tra prassi ed etica appartiene anche il grande aumento dei suicidi verificatosi in Israele dopo il 2023. Quasi l’80% è di soldati o ufficiali impegnati a Gaza. Migliaia di altri soldati soffrono di malattie psichiche. I dati ufficiali tendono ad essere taciuti, per il loro terribile significato: che il governo di Netanyahu non sta solo compiendo un genocidio nei confronti dei palestinesi, ma sta uccidendo l’anima dei suoi figli.

E anche se la definizione di antisemitismo che va per la maggiore anche in Italia, dove dovrebbe essere posta alla base di una nuova legge contro l’antisemitismo in discussione alla Camera, considera antisemita “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”, non posso fare a meno di ricordare le modalità e le motivazioni di una parte almeno dei perpetratori tedeschi dello sterminio degli ebrei, la loro acquiescenza agli ordini, il loro adeguarsi alla volontà genocidaria del gruppo. Forse c’è un filo comune che unisce ovunque, in tutti i contesti, chi spara guardando negli occhi la propria vittima a mani alzate, come nel dipinto di Goya. Non posso che sperare con tutto il cuore che con queste ferite morali si arrivi a ricostituire, sia pure con difficoltà e dolore, la vecchia etica scomparsa o forse una nuova morale di pace e uguaglianza. Non sembra facile, ma chissà!