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Mattarella non è il Papa. E il Papa non è il Presidente

di Pietro Giordano in “landino” del 26 dicembre 2025

Negli ultimi giorni una parte del pacifismo cattolico italiano ha scelto un bersaglio sorprendente:
Sergio Mattarella, accusato di essere “guerrafondaio” e contrapposto al Papa come se i due svolgessero lo stesso mestiere, rispondessero allo stesso mandato, parlassero dallo stesso luogo
morale e istituzionale.
È una forzatura grave. E dispiace vederla sostenuta anche da un giurista raffinato come Tommaso
Greco.
Nel suo recente post Facebook, Greco arriva a evocare il Papa come correttivo morale dell’azione
del Presidente della Repubblica, invitando Mattarella – implicitamente – a “guardare al Papa” per
cambiare posizione. Ma qui non siamo più nel legittimo dibattito etico: siamo nella confusione dei
piani, dei ruoli e delle responsabilità.
Il Papa è una guida spirituale universale. Parla alle coscienze, richiama l’ideale, indica l’orizzonte
ultimo della pace, della fraternità, della riconciliazione. Non governa Stati, non garantisce alleanze, non ha la responsabilità diretta della sicurezza di un popolo.
Il Presidente della Repubblica, invece, non annuncia il Vangelo. Custodisce la Costituzione.
Rappresenta l’unità nazionale. È garante degli impegni internazionali dell’Italia, della sua
collocazione europea e atlantica, della sicurezza collettiva.
Mettere questi due ruoli in contrapposizione non è solo scorretto: è intellettualmente inaccettabile.
Colpisce che proprio chi si richiama al pensiero cristiano dimentichi un punto decisivo: la Chiesa
non ha mai predicato un pacifismo assoluto. Ha sempre riconosciuto – da Agostino a Tommaso, fino al Magistero contemporaneo – la legittimità della difesa, personale e collettiva, quando è l’unico
mezzo per proteggere vite innocenti e fermare un’aggressione ingiusta.
Non è Mattarella ad “andare contro il Papa”. È una parte del pacifismo cattolico che va oltre il Papa,
trasformando l’annuncio profetico della pace in una prescrizione politica immediata, astratta, valida
sempre e comunque, anche a costo di consegnare i più deboli alla violenza altrui.
Mattarella non ha mai glorificato la guerra. Non ha mai usato un linguaggio bellicista. Ha parlato –
come impone il suo ruolo – di difesa del diritto internazionale, di sostegno ai popoli aggrediti, di
responsabilità dell’Europa.
Accusarlo di “guerrafondaio” significa svuotare le parole di senso, trasformare il pacifismo in
slogan e rinunciare a distinguere tra chi aggredisce e chi subisce.
È un errore morale prima ancora che politico.
C’è un rischio, in questo dibattito: quello di un cristianesimo che si rifugia nella purezza
dell’intenzione e abbandona la complessità della storia. Un cristianesimo che chiede allo Stato di
comportarsi come una coscienza individuale, dimenticando che la politica è il luogo della
responsabilità tragica, non dell’innocenza.
Il Papa può – e deve – dire “la pace è possibile”.
Il Presidente deve anche chiedersi: chi paga il prezzo se la pace viene imposta solo a chi è aggredito?
Forse una replica a Tommaso Greco era necessaria. Non per polemica personale, ma per rispetto
della verità.
Perché la pace non nasce dalla confusione, né dalla delegittimazione delle istituzioni democratiche.
E perché contrapporre Mattarella al Papa significa indebolire entrambi.
La pace, quella vera, non si costruisce disarmando la ragione. Si costruisce tenendo insieme
coscienza morale e responsabilità politica. Senza scorciatoie.