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Una spiritualità per l’uomo d’oggi. L’attualità di don Michele Do

di Giovanni Ferretti in “www.finesettimana.org” del 28 dicembre 2025
Intervento tenuto da Giovanni Ferretti in occasione del convegno sulla figura di don Michele Do
svoltosi ad Alba sabato 8 novembre 2025 e promosso dalla Associazione “il Campo”. La nostra
trascrizione della relazione non è stata rivista del relatore.

Con molto piacere partecipo al convegno in memoria di don Michele Do, nel XX anniversario della sua morte. Michele Do è stato un testimone autentico della spiritualità cristiana e un appassionato ricercatore di Dio, dell’immagine pura di Dio, come egli usava dire, in modo più preciso, della pura immagine della pura essenza di Dio. Ed è stato anche il pittore di un cristianesimo mistico della interiorizzazione di Dio, altro termine a lui molto caro, che non si risolve quindi in idee o pratiche esteriori e tanto meno in apparati istituzionali. E poeta della bellezza del cristianesimo e del suo fascino, che riteneva capace di rispondere ai bisogni più profondi del cuore umano. E soprattutto vorrei sottolinearlo, come già ben testimoniato dalla lettura fatta poca fa, innamorato di Gesù Cristo. Diceva, infatti, esprimendo la sua convinzione più profonda, “sento con sicurezza assoluta quell’immagine che Gesù ci ha dato di Dio, dell’uomo e del destino dell’uomo, chiamato a
diventare uno con Dio e in Dio, la più alta, la più nobile, la più affascinante avventura che si possa
immaginare”. Rileggendo alcuni suoi testi in preparazione a questo incontro, in particolare quelli
raccolti nel volume “Per un’immagine creativa del cristianesimo” editi pro manuscrpto a cura di
Chiara Gennaro Silvana Molina e Pietro Racca, mi sono piacevolmente meravigliato della grande
attualità del suo pensiero e della sua esperienza cristiana di vita. In particolare in riferimento a due
problemi che ritengo di primaria importanza per il cristianesimo, dato il contesto sociale e culturale
in cui ci troviamo, vale a dire il problema della spiritualità e, strettamente connesso, il problema di
Dio.
Una connessione che don Michele aveva ben presente, espressa per esempio da un testo come
questo: “Ogni vero profondo rinnovamento religioso consiste nel riscoprire, nel ritrovare la purezza
dell’immagine di Dio, perché questa possa generare ogni vita spirituale. Questa è la vera riforma
religiosa e anche il dialogo interreligioso deve partire da queste profondità”.
Ho pensato quindi di concentrarmi su questi due problemi evidenziando la novità e l’urgenza con
cui oggi si pongono. Situarmi da questo punto di vista è stato per me prezioso per accostare con
interesse e ammirazione i suoi testi, rilevandone tutta l’attualità, non tanto negli aspetti di
contrapposizione critica, che in parte mi paiono superati, quanto in quelli propositivi, positivi.
dalle religioni alla spiritualità
Nel primo punto tratterò del passaggio dalle religioni alla spiritualità.
In tempo di secolarizzazione e di allontanamento dalla religione assistiamo a un crescente interesse
per la spiritualità. Basta entrare in una grande libreria e vedere come il settore spiritualità sia
generalmente presente e occupi un ampio spazio. A Torino, come tutti sappiamo, ormai da più di
20anni si svolge a settembre una specie di festival della spiritualità, detto “Torino Spiritualità”, di
impostazione laica. Non solo di impostazione non ecclesiale ma neppure religiosa, con centinaia di
relatori e sempre più numeroso pubblico.
Questo fenomeno interpella la fede cristiana soprattutto se ne cogliamo alcune caratteristiche
inedite.
Primo. La spiritualità si presenta come un fenomeno autonomo, indipendente dalle religioni nella
loro forma istituzionale ed ecclesiale. Esso testimonia quindi un ulteriore ampliamento della
secolarizzazione come progressivo rendersi autonomo dalla religione dei vari aspetti e sfere sociali. Dopo la scienza, la politica, l’economia, l’arte, la morale, lo stesso istituto familiare, ora anche la spiritualità si rende autonoma dalla religione.
secondo. la spiritualità si presenta non solo emancipata dalla religione, ma anche in alternativa e in contrapposizione alla religione. La religione comprimerebbe la libertà e l’intelligenza umana, con le sue norme, i suoi riti, i suoi dogmi e il suo controllo autoritario delle coscienze. La spiritualità
invece sgorga delle esigenze interiori del cuore e vive di convinzioni maturate in prima persona e
liberamente scelte come guida nella vita. Si assiste quindi ad un vero e proprio passaggio dalla
religione alla spiritualità, che si diffonde ultimamente anche all’interno del cristianesimo, con il movimento che va sotto il nome di post-teismo. Le religioni, identificate con il teismo, sarebbero
ormai superate dalla coscienza culturale moderna, non così la spiritualità che farebbe parte dei
bisogni fondamentali dell’uomo.
Questo fenomeno del passaggio dalla religione alla spiritualità è certamente un segno dei tempi che
interpella le chiese cristiane, tanto più se accompagnato dalla costatazione che esse non sono più in grado di rispondere adeguatamente al bisogno e alla ricerca di spiritualità. Non per nulla, per soddisfare tale bisogno, non ci si rivolge più alle chiese, ma sempre più ad altre fonti di spiritualità.
In particolare quelle orientali, come il buddismo o le varie scuole di meditazione religiosa o alle
correnti mistiche presenti nelle diverse tradizioni religiose, considerate tra loro convergenti al di là
delle differenze di fede. La grande tradizione della spiritualità cristiana che ha nutrito l’Occidente
per secoli sembra che si sia spenta. Il suo nucleo incandescente di verità e di vita, giace come
sepolto sotto la cenere dei secoli. E necessita di essere riscoperta e ravvivata tramite un
aggiornamento sotto la provocazione della mentalità contemporanea, e una migliore comprensione del vangelo di Gesù.
Aggiornamenti necessari “per una spiritualità cristiana nel contesto moderno”
Mi permetto di fare alcuni esempi di tali necessari aggiornamenti in riferimento a 4 valori spirituali
della modernità, che si possono desumere dai due grandi affreschi della cultura moderna, offerti da
Charles Taylor nei libri “Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna” e “L’età secolare”.
Questi 4 valori sono stati individuati nella vita comune, nella autenticità, nella riflessività, e nella
pienezza di vita. Sono valori che ho trovato ben presenti in don Michele e che guidano in modo più
o meno esplicito il suo ripensamento della spiritualità cristiana.
Come premessa vorrei ricordare che nucleo incandescente della spiritualità cristiana che si tratta di ripensare, consiste nello spirito dell’amore di Dio diffuso nel cuore umano, fino a farlo palpitare
dello stesso amore di Dio, come ben ci ricorda san Paolo, nella lettera i Romani. Questo spirito
accolto liberamente e convintamente – don Michele parla di interiorizzazione di Dio, dello spirito
dell’amore di Dio – non solo ci abilita e ci spinge a ricambiare l’amore di Dio entrando in relazione
di reciproco amore con lui, ma ci abilita e ci spinge ad amare ogni uomo in sintonia con lo stesso
amore di Dio. La spiritualità cristiana consiste quindi essenzialmente nella pienezza dell’amore di
Dio e del prossimo, strettamente intrecciati, secondo lo stile dell’amore di Cristo. “Amatevi gli uni
gli altri come io vi ho amato, o si potrebbe anche meglio tradurre “in virtù del modo con cui vi ho
amati”.
In altri termini la spiritualità del cristiano nel suo culmine mistico consiste nel vivere in modo
sublime l’amore di Dio amando il prossimo con lo stesso amore di Dio fino a fare un tutt’uno con
Dio, come è stato in modo sommo in Gesù. “Io e il Padre siamo uno”, come si dice in Giovanni, che
don Michele non si stanca di citare in sintonia con tutta la mistica giovannea.
La sollecitazione dei 4 valori spirituali della modernità prima ricordati non può e non deve mettere in discussione questa mistica cristiana dell’amore, ma aiutare a viverla con maggiore
consapevolezza.
Passiamo quindi ad alcune brevi considerazioni in riferimento a tali valori.
primo. Per vita comune si intende il valore spirituale moderno dell’uguale dignità di ogni persona
indipendentemente dal suo stato sociale o religioso. E quindi la tensione e la valorizzazione di
quegli elementi della vita accessibili a tutti. Alla luce di tale valore la spiritualità cristiana
dell’amore di Dio è sollecitata a svincolare la pienezza o sublimità dell’amore di Dio dalla sua connessione con fenomeni straordinari, come i miracoli, le estasi, le fughe ascetiche dal mondo,
anche da particolari scelte di vita religiosa proprie di pochi. Anzi anche indipendentemente
dall’adesione esplicita a Cristo e alla fede cristiana. La sublimità dell’amore cristiano la si può
vivere anche nella vita comune, al di fuori del cristianesimo. Essa è accessibile a tutti e tutti vi sono chiamati, perché Dio è presente con l’urgenza del suo amore e con l’immagine di suo figlio nel
cuore di ogni uomo, costituendone la dignità assoluta, come don Michele amava ripetere e
sottolineare. secondo. Per autenticità, un valore spirituale portato in primo piano soprattutto dalla cultura postmoderna, si intende la coerenza tra l’interno e l’esterno, la capacità di vivere nella vita ciò che si è e si sente veramente, anche se talora questo valore viene svilito in una espressività che mette in piazza le proprie emozioni esibendole come spettacolo per apparire e sentirsi vivi nei social, esso costituisce una provocazione importante, sia come denuncia di ogni ipocrisia religiosa, già ben criticata da Gesù nel vangelo, sia come vigilanza a non ridurre la spiritualità dell’amore a formule
di fede, riti liturgici e norme morali esteriori. Il forte e costante richiamo di don Michele al fatto che
il cristianesimo non è una religione dell’esteriorità, ma dell’interiorità, mi pare un prezioso e attuale
contributo in vista di una spiritualità sensibile alla autenticità della vita.
terzo. Per riflessività critica si intende il valore spirituale moderno del tendere a vedere le cose
con i propri occhi e quindi a farsi delle convinzioni personali sul senso della vita, sperimentate in
prima persona come valide. In sintonia con tale valore, la spiritualità cristiana dell’amore non può
accettare passivamente le formule di fede, le norme di vita tradizionali, le indicazione delle chiese
senza metterle al vaglio di una riflessione all’altezza della cultura moderna. Deve in altri termini,
come spesso richiamato da don Michele, non mortificare l’intelligenza umana, ma valorizzarla e
metterla in atto. Era una delle grandi intenzioni del modernismo.
Per riflessione critica dobbiamo però intendere anche e soprattutto una riflessione su di sé, fino a
giungere a scandagliare i desideri profondi del cuore. In termini di psicologia del profondo, fino a
giungere al di là del proprio io superficiale al proprio sé, con i desideri basilari che lo costituiscono.
Questa riflessione, detta oggi meditazione profonda, è essenziale non solo per la spiritualità
orientale, ma anche per la spiritualità cristiana, che pur se ne distingue, perché ha il vangelo come
guida interiore verso il sé. Il vangelo infatti non fa altro che svelare o fare emergere maieuticamente
ciò che Dio creandolo ha messo nel cuore umano, come desiderio profondo. È questo uno dei
pilastri fondamentali del pensiero di don Michele. Mi fa ricordare il suo ripetuto richiamo
all’agostiniano “in te ipsum redit, in te habitat veritas”. e la convinzione che il vangelo sia impresso nel cuore di ogni uomo, assieme alla pura immagine di Dio, che ciascuno porta in sé come germe divino.
Originale è la sua interpretazione del senso del racconto genesiaco del peccato originale, non tanto
il racconto del peccato di un uomo, ma del fatto che per mantenere intatta la pura immagine di Dio
che si porta nel cuore l’uomo si è assunto la colpa del male che dilaga nella creazione di Dio.
Interpretazione originale, ma che ben corrisponde a mio avviso anche ai risultati dell’esegesi ormai
consolidata sull’origine di tali racconti delle origini.
quarto. Per pienezza di vita si intende ciò che la cultura moderna considera il bene sommo, che dà
senso, direzione alla vita, rendendola felice, e quindi anche il criterio per valutare le varie proposte
di religiosità e di spiritualità presenti nel pluralismo che caratterizza la nostra età secolare.
Una spiritualità cristiana presentata e vissuta come mortificazione della vita, come sacrificio della
vita, anche di una sola delle nostre molteplici capacità di vita, come l’affettività, la corporeità, la
gioia dei sentimenti, il piacere dei sensi, non può che risultare incomprensibile e suscitare rigetto
nella nostra cultura. Nella teologia contemporanea si è fatto ormai molta strada in controtendenza
alla mentalità sacrificale che considera la sofferenza o la mortificazione come tali qualcosa di
gradito a Dio e da lui richiesto quale riparazione dei peccati. Anche la croce di Cristo non è più vista
come il sacrificio di una sofferenza riparatrice offerta alla giustizia di Dio in vece nostra per
ottenerci il perdono dei peccati. Essa è intesa piuttosto come quel grande atto di amore con cui
Gesù ha preso su di sé il male che ingiustamente gli veniva fatto con la condanna a morte, non
maledicendo i suoi crocefissori, ma perdonandoli. Originale in proposito il pensiero di don Michele, che critica ripetutamente, come più volte è già stato osservato, la visione della croce come
soddisfazione vicaria sacrificale, individuando con acume il senso della croce con una
interpretazione esistenziale del sacrificio redentivo, nella rinuncia e nella sofferenza che la
interiorizzazione di Dio comporta, fino al consumarsi in noi di tutto quello che non è Dio “Il
sacrificio sulla croce non è l’offerta a Dio in sostituzione in riparazione del nostro peccato, ma è
davvero il consumarsi di tutto quello che non è Dio, di tutte le oscurità, di tutte le pesantezze,
questo è il sacrificio… Tutto lo spirito di Dio è penetrato in Gesù ed egli è diventato fiamma vivente
dello spirito di Dio”.
E passo al secondo tema.
Novità odierne del problema di Dio.
Come si accennava in precedenza il problema della vita spirituale è strettamente connesso con
quello di Dio. Per don Michele in particolare con il problema della individuazione della pura
immagine, della pura essenza di Dio. L’attualità del suo pensiero teologico si misura quindi anche
da come offra contributi significativi nel contesto del modo odierno di darsi del problema di Dio. Il
problema si pone oggi in modo nuovo, perché Dio non è più un’evidenza condivisa come ovvia
dalla nostra società occidentale. Una situazione inedita di duemila anni di annuncio cristiano che
sempre dava per presupposta la fede in Dio o in una certa conoscenza di che cosa si intende per Dio.
Oggi la situazione è profondamente mutata in brevissimo tempo, perché è avvenuta soprattutto nei pochi decenni che vanno dagli anni 60 del secolo scorso raggiungendo ormai specie in Europa la maggioranza della popolazione.
La causa di questa novità storica sociologica va individuata come è comunemente ammesso nel
processo di secolarizzazione che ha investito l’Occidente, specie in Europa. Un fenomeno
complesso e discusso, di cui voglio ricordare solo due caratteristiche fondamentali.
La prima, già accennata, la progressiva autonomia dalla religione delle varie sfere sociali che si
sono man mano differenziate.
Secondo, il processo di individualizzazione che ha portato alla presa di coscienza del diritto di ogni
persona a scegliere liberamente il proprio credo religioso o non religioso. Se la religione non
condiziona più i vari ambiti della vita perché seguono ormai una loro logica autonoma si comprende facilmente come la fede in Dio risulti sempre meno importante nell’esistenza delle persone, fino a diventare marginale o indifferente. Non tocca più la vita del lavoro, la vita economica, la vita familiare. Se l’adesione a un credo religioso è sempre più una libera scelta personale, si comprende come essa non sarà più una convinzione comune che si apprende e si fa propria con la lingua materna, ma un’opzione personale, che va dal credere o no in Dio, allo scegliere il Dio in cui
credere, fino a giungere a farsi un Dio personale, nel senso di un Dio a propria misura e convinzione, indipendentemente da ogni ortodossia religiosa. Ulrich Beck ha scritto un libro proprio
intitolato “un Dio personale. La nascita della religiosità secolare”.
Queste due caratteristiche della secolarizzazione spiegano quindi in larga misura perché Dio non sia
più un’evidenza condivisa nella nostra società e di conseguenza perché non solo la fede cristiana,
ma anche la fede in Dio sia ormai propria soltanto di una minoranza. Ma ci offrono anche delle
indicazioni preziose per affrontare in modo nuovo l’annuncio di Dio.
Prima di passare a individuare alcune di queste indicazioni, può essere opportuno accennare al
modo nuovo con cui si pone oggi il problema strettamente connesso dell’ateismo. Lo ha rilevato
recentemente con acume Emmanuel Falque, un filosofo francese, dell’Insitute Chatolique, nel suo
libro “Nuova lettera sull’apologetica” di quest’anno, in cui fa eco alla famosa lettera dell’apologetica di Maurice Blondel, che all’inizio del Novecento aveva rivoluzionato il metodo di
presentare la fede cristiana. Non si tratta più, a dire di Falque, dell’ateismo tragico di Nietzsche, del
positivismo, del nazismo, del comunismo, i cui esiti drammatici denunciava con efficacia Henri De
Lubac nel libro “Il dramma dell’umanesimo ateo”. E neppure dell’ateismo militante di un Sartre, di
un Camus, negli anni 1960-70 che vantava la sua superiorità umanistica sul teismo, bensì si tratta
di un ateismo detto coerente, nel senso di aderenza all’esperienza della finitezza quale condizione
naturale dell’uomo, che tutti ci accomuna. Un ateismo formulato a partire da Heidegger, ormai divenuto non solo dominante nella cosiddetta cultura alta – si pensi ad esempio in Italia all’etica
del finito di un Salvatore Natoli o di un Mario Ruggenini, ma diventato comune nella cultura quale
mentalità e esperienza vissuta. Dio non è più avvertito come un bisogno interiore, presentito
nell’anelito assoluto di felicità o nel desiderio di infinito, bisogno interiore che coltiva l’aggancio
antropologico dell’apologetica moderna a partire da Blondel, che costituisce anche l’impianto
apologetico di don Michele, la sua esplicita strategia di presentazione della fede cristiana. La svolta
blondeliana era consistita nel passaggio da una presentazione dall’esterno della verità cristiana e in
modo autoritario, si parla di estrinsecismo, di autoritarismo, ad una presentazione da parte della
rilevazione di un bisogno interiore, di un dinamismo immanente della volontà, che come tale tende
oltre ogni traguardo finito, raggiungibile con le proprie forze ad un bene infinito necessario al
compimento del proprio volere e quindi della propria umanità al tempo stesso inesigibile, che
l’uomo cioè non può raggiungere con le sue forze né reclamare come un diritto. La fede cristiana in
Dio, nel Dio di Gesù Cristo per essere appetibile, credibile, dovrà quindi essere presentata come
rispondente a tale desiderio bisogno, come quel dono gratuito che meglio vi corrisponde. Parlava di
metodo di immanenza, con tutti i sospetti di immanentismo, modernista, che tale metodo attirò su Blondel e non so se anche don Do ne fu sospettato o ritenesse di poterne essere sospettato. Don Michele mi pare che si collochi chiaramente su tale scia, sia per la critica ad ogni estrinsecismo, il
cristianesimo non è una religione dell’esteriorità, ma dell’interiorità come già osservato, sia per
come sia delineato il suo programma di presentazione del cristianesimo, partendo dalla domanda religiosa, che scaturisce dal bisogno del cuore, per poi presentare il vangelo di Gesù come la
risposta più bella e attraente e tale domanda. “ Gesù è il compimento di tutte le attese e di tutte le
domande più segrete e più profonde dell’uomo”.
Se però come risulta dalla diagnosi dell’ateismo contemporaneo sopra accennato, nell’uomo di oggi
non vi è più alcuna coscienza di tale bisogno di ulteriorità rispetto al mondo finito di cui fa
esperienza, l’impostazione della presentazione della fede cristiana dovrà essere ripensata. Non potrà
partire cioè dal bisogno-anelito del cuore, ma dal cercare di suscitarlo o risvegliarlo, a partire dalla
presentazione del Dio del vangelo come novità assoluta, dono gratuito capace di affascinare e
attrarre il cuore dell’uomo verso l’inaudito, l’inatteso e l’insperato di Dio.
Quanto all’attualità o meno del pensiero di don Michele in questa nuova situazione apologetica,
direi che, se per un verso si può parlare di una certa inattualità del suo metodo dell’immanenza, per
altro verso la sua continua tensione alla individuazione, alla delineazione della pura immagine di Dio presente nel vangelo di Gesù offre preziosi attualissimi apporti all’apologetica di cui abbiamo
bisogno, in grado cioè di presentare all’uomo di oggi un’immagine di Dio e dell’uomo che sappia
risvegliare il desiderio e la capacità di accoglienza dell’intelligenza e del cuore. Un desiderio e una
capacità di accoglienza di cui non vi è più coscienza nella cultura diffusa, ma che per fede sappiamo
impressa in ogni uomo in quanto creato in Cristo ad immagine di Dio, come si può desumere dal
Genesi e dalla lettera agli Efesini.
un’immagine di Dio credibile, amabile, sperimentabile.
Concluderò quindi questo intervento accennando all’esigenza attuale di presentare all’uomo di oggi
un’immagine di Dio credibile alla ragione, amabile al cuore, e sperimentabile nella concretezza
della vita, segnalando come don Do abbia anticipato elementi fondamentali di tale immagine, nella
sua ricerca e delineazione della pura immagine, della pura essenza di Dio.
Un Dio credibile.
Il Dio che annunciamo e testimoniamo è oggi credibile soprattutto se non è in contrasto con una
nuova immagine scientifica e tecnica del mondo che è divenuta un’evidenza non solo teorica ma
pratica. Essa caratterizza talmente il nostro modo di sperimentare la vita che quanto vi contrasta
esce dal campo di ciò che è ragionevolmente credibile. Penso ad esempio alla nuova storia del
mondo, iniziata circa 13mila ottocento milioni di anni fa e costituita da una lunga e complessa
evoluzione cosmica biologica, che ha portato alla formazione della nostra terra, alla comparsa in
essa della vita, alla sua evoluzione fino all’uomo. Di fronte all’evidenza scientifica di tale storia è
divenuta del tutto incredibile la figura di un ente sommo esterno separato dal mondo, che ha fatto il mondo dal nulla in sette giorni, ha prodotto direttamente tutte le specie viventi e ha formato
l’umanità a partire da una prima coppia da lui direttamente creata.
Non è invece incredibile che all’origine del mondo e fondamento del mondo vi sia un principio
intelligente, distinto e trascendente il mondo che agisce e dirige il mondo dell’uomo.
Don Michele non cessa di sottolineare in proposito che il Dio del vangelo non è ente esterno che si
impone all’uomo ma un impulso vitale che fermenta il mondo dall’interno e vive nell’intimità del
cuore umano. Certo egli è trascendente, nel senso agostiniano di superior summo meo e quale spinta
al trascendimento di sé verso mete sempre più alte. I due capitoli sulla trascendenza di Dio nel libro
citato prima sono molto significativi a questo riguardo.
Ma Dio è al contempo intimior intimo meo come sempre dice Agostino. Più spesso queste due
espressioni di Agostino ritornano in don Michele. Più intimo a me della mia intimità, presente
agente dalle profondità inesplorate e misteriose del cuore umano, e soprattutto è padre, padre che
ama, che attrae e che fa venire alla luce, come dice don Michele, ma anche che attende come
termine ultimo, punto Omega al quale tutto è orientato, come ne ha parlato Theilard de Chardin.
Dio è credibile, si potrebbe dire in sintesi, perché illumina e dà senso al dinamismo evolutivo del
mondo e a quello di trascendenza all’infinito dell’esistenza umana. Emozionante la testimonianza che don Michele ci offre a questo proposito. So di certezza assoluta di una evidenza interiore senza
incrinature, che Dio è l’unico possibile senso dell’esistenza. Non ho altre fedi. Ho questa fede che è assoluta. Non ha mai subito dubbi.
Possiamo anche ricordare una seconda grande novità, che la scienza e la tecnica hanno provocato
nella nostra cultura, fino a farne un criterio che delimita l’ambito del credibile. Si tratta della fine
del cosiddetto mondo incantato, premoderno, un mondo poroso, ove era ovvio addirittura oggetto
ritenuto di esperienza il continuo intervento di forze soprannaturali, quali angeli, demoni, defunti e
soprattutto Dio. La cultura scientifica e tecnologica moderna ha spazzato via questo mondo
incantato e ha quindi reso incredibile la visione di Dio ad essa legata, ossia la fede in un Dio
tappabuchi, come lo chiamava Bonhoeffer, che opera con interventi soprannaturali diretti quale
causa tra le cause del mondo per risolvere i nostri problemi o indirizzarci nella vita.
La fede in un Dio provvidente, indisgiungibile non solo dalla visione religiosa di Dio, ma anche dal
Dio del vangelo, va quindi pensata e proposta in altro modo, scindendola cioè dalla visione del Dio
interventista, come lo chiama Torres Queiruga, per coglierne la presenza attiva nei molteplici segni
che rimandano a lui nel tessuto quotidiano dell’esperienza. Dio infatti opera soprattutto attraverso le cosiddette cause seconde, ossia attraverso i processi della natura e attraverso la nostra stessa libertà, rispettandone l’autonomia e la finitezza, ma ispirandola, sostenendola e indirizzandola al bene.
La costante critica di don Michele alla visione magica dell’intervento di Dio nel mondo o nelle
vicende umane, unita alla sua convinzione mistico-contemplativa che egli sia presente e operante in
ogni cosa e in ogni uomo, fondandone la dignità assoluta, mi paiono contributi preziosi in ordine a
quella forma di credibilità di Dio oggi richiesta.
Un Dio amabile
Il Dio che oggi annunciamo e che dobbiamo annunciare, è un Dio non solo credibile ma anche
amabile e quindi desiderabile. È infatti credibile soprattutto perché è amabile. Dato il grande
desiderio di essere amati ed amare che caratterizza l’uomo.
Condizione fondamentale perché oggi Dio sia avvertito come amabile, è anzitutto che sia slegato
dall’immagine del sacro arcaico potenzialmente violento. La coscienza morale moderna nella sua
più alta maturazione ha del tutto squalificato questa concezione di Dio che coinvolge la religione ad
essa associata e spesso identificata.
Rudolph Otto, in una celebre opera intitolata “Il sacro”, agli inizi del novecento, ha definito il sacro
come Mysterium tremendum et fascinans, come don Michele spesso ricorda. Tremendo per le
immagini di distruzione e castighi che può arrecare arbitrariamente o in seguito a trasgressioni delle
sue leggi. Affascinante per la beatitudine che può sovranamente concedere a chi osserva le leggi e
gli offre in onore sacrifici o altre pratiche cultuali. La liberazione dal sacro così inteso è stata certamente un intento di fondo della coscienza etica
moderna, ma è anche un imperativo della coscienza cristiana, consapevole della portata teologica
innovativa di Gesù. Egli infatti ha scisso la visione di Dio da ogni compromissione con il sacro
violento. Il Dio padre di Gesù non ha più il volto ambiguo del sacro a due facce, ha perso del tutto
la faccia del tremendo, ancora presente in tante pagine dell’Antico Testamento, per volgersi a noi
solo con l’unica sua faccia, quella del fascinans, fonte incondizionata di vita di amore di benevolenza, di misericordia per tutti. Così come Gesù ha testimoniato con la vita di benevolenza
universale che don Michele non cessa di richiamare.
Liberato dalla violenza del sacro perché sia amabile all’uomo d’ggi, Dio va anche liberato dalla sua
connessione con l’idea di sacrificio, nel senso tradizionale del termine, una sofferenza o una
mortificazione da offrire a Dio in quanto tale come dono a lui gradito, anzi come da lui richiesto per
ottenere il perdono dei peccati e la sua misericordia. La connessione di Dio con il sacrificio così
inteso è ancora ritenuta da molti una caratteristica del cristianesimo, che sarebbe per antonomasia la
religione del sacrificio E così continua ad allontanare tante persone dal cristianesimo e dalla sua figura di Dio.
Come già abbiamo accennato sopra, il ripensamento del senso del sacrificio ad iniziare dalla croce di Cristo, è in atto da tempo nella teologia cristiana e don Michele era ben cosciente che il sacrificio non potesse essere inteso come una sofferenza o mortificazione dell’umano richiesta da Dio in quanto tale come pena o dono redentivo neppure al suo figlio in nostra sostituzione..
un Dio sperimentabile L’uomo di oggi ha bisogno di concretezza. Prende in considerazione e
apprezza solo ciò di cui può fare esperienza. Non si accontenta di idee astratte che non abbiamo un
risvolto nella vita. Un annuncio di Dio che si riduca a un semplice complesso di idee su Dio, senza
coinvolgere in una esperienza di vita, non suscita il suo interesse, lo lascia indifferente e distratto.
Come più volte è stato osservato, la teologia e l’annuncio cristiano spesso riducono il cristianesimo a una ideologia. Papa Francesco criticava spesso questa riduzione del cristianesimo a ideologia.
Cioè a un semplice complesso di idee da credere, dimenticando che esso è anzitutto un’esperienza
di Dio, uno stile di vita in sintonia con Dio. Il cristianesimo, si osserva, è malato di carenza di
esperienza, di mancanza del vissuto di fede, come più volte ha sottolineato ultimamente Cristoph
Teobald, in alcune sue opere.
Tra le questioni più importanti e urgenti del cristianesimo odierno vi è quindi la domanda “in che
modo Dio è sperimentabile?” e di conseguenza come offrire un annuncio di Dio sperimentabile
all’uomo d’oggi, come introdurre all’esperienza di Dio?
Sono questioni di enorme portata perché coinvolgono non solo la teologia, ma l’organizzazione della vita della chiesa e di ogni comunità cristiana. Dato che tutti dovrebbero impegnarsi a essere luogo privilegiato, ordinario, per fare esperienza di Dio. Si dovrebbe dire ad uno che vuole conoscere, vuole essere introdotto al cristianesimo, venite in una nostra comunità e vedete. Quale comunità può dire questo a uno… vieni a vivere nella nostra parrocchia e nella nostra comunità e tu impari che cosa è il cristianesimo vivendolo.
Come è avvertito subito da ogni lettore di don Michele, il termine esperienza è tra quelli che più
ricorrono nei suoi scritti, soprattutto per parlare di cristianesimo, esperienza religiosa, esperienza
cristiana, esperienza interiore, esperienza spirituale, esperienza dello spirito. Una riflessione sulla
valenza del termine esperienza in questo contesto mi sembra importante per meglio comprendere la
portata teologica di tale uso in don Michele.
Al tempo della sua formazione, il termine esperienza, soprattutto quello di esperienza religiosa, sapeva di sentire soggettivo, privo di verità oggettiva e rischiava la critica di immanentismo, che si faceva al modernismo. Critica dalla quale i modernisti non avevano gli strumenti efficaci per
difendersi, dato che in effetti la cultura del tempo che condividevano, intrisa di idealismo sensismo
e sentimentalismo romantico, portava indubbie tendenze soggettivistiche, anche in campo religioso,
pregiudizievoli per la verità oggettiva della fede e soprattutto per la trascendenza reale di Dio. Solo
con la fenomenologia di Husserl e soprattutto Scheler, il suo concetto di intenzionalità del
conoscere del volere e anche dei sentimenti e degli affetti, il termine esperienza, in particolare quello di esperienza interiore ed esperienza religiosa, sarebbe stato liberato da tale accusa di
soggettivismo e riabilitato nella sua portata di organo della verità. In don Michele non mi consta che la questione sia stata affrontata in modo esplicito, ma risulta risolta per l’implicita convinzione che quando parla di esperienza di Dio vissuta da Gesù, che noi siamo chiamati a rivivere interiormente, non si tratta di qualcosa che si esaurisce in un sentimento soggettivo o sentimento di sé, ma di un’apertura alla verità di Dio, alla sua effettiva realtà, più intima di noi stessi e superiore a noi stessi.
Su questo tema dell’esperienza di Dio o di un Dio sperimentabile oggi, di importanza fondamentale
per il cristianesimo e la trasmissione della fede, mi limito a due osservazioni.
Per prima cosa osserverei con don Michele che Dio è sperimentabile anzitutto in Gesù Cristo,
essendosi fatto visibile, udibile, contemplabile, toccabile nella sua umanità, come si dice all’inizio
della prima lettera di Giovanni. Ma anche in ogni persona che abbia fatto dellostile della vita di
Cristo il proprio stil di vita. Di fatto anche in ogni uomo che viva fino in fondo la sua umanità, dato
che nell’umanità di ogni persona Dio ha impresso l’immagine del figlio suo. L’umanità di Gesùè
infatti l’icona del Dio invisibile come dice san Paolo nella lettera ai Colossesi. La perfetta immagine
rivelativa e comunicativa di Dio. Un tema questo carissimo a don Do, come abbiamo ricordato. Nel
racconto delle parole e della prassi di vita di Gesù non sono impariamo delle idee su Dio, ma siamo
coinvolti in un insieme di possibilità di esistenza che si spalancano alla nostra scelta e sollecitano la
nostra umanità, in analogia con quanto avviene nell’incontro con una persona che ci comunica la
sua esperienza di vita, coinvolgendoci in essa, e trasformandoci nella misura in cui essa trova
risonanza nei nostri cuori.
Questa fondamentale esperienza della risonanza in noi di un racconto o dell’incontro con una
persona che ci apre nuove esperienze di vita buona e bella ci introduce alla seconda osservazione.
Dio è sperimentabile nello spirito, cioè nelle risonanze o ispirazioni di bene che la persona di Cristo e di quanti ne riflettono lo stile suscitano nell’intimo del nostro cuore. Tale risonanze attestano il
fatto che lo spirito di Dio abita in noi ed è attivo in noi ed essendo che intimior intimo meo se ci
raccogliamo in noi stessi, se ci poniamo in ascolto delle nostre profonde risonanze, non solo
avvertiamo la voce del nostro io profondo, ma la voce dello stesso spirito di Dio ad un tempo
intimior intimo meo e e superior summo meo.
Facciamo in altre parole una vera esperienza di Dio, perché come diceva Pascal, Dio è sensibile al
cuore. A tale esperienza interiore di Dio si va educati, al suo riconoscimento si va iniziati. Avvertire Dio nelle risonanze interiori feconde di vita nuova costituisce infatti una vera e propria
illuminazione che trasforma la nostra esistenza. Penso ad esempio all’esperienza di Dio cui si può
educare iniziando alla lettura meditante del vangelo o di altri testi biblici, per poi mettersi in ascolto
delle risonanze personali che suscitano vere e proprie esperienze di Dio. Penso all’esperienza di Dio cui ci introduce educando al volontariato gratuito, autentica immersione nell’agape, che è Dio.
Ritengo importante educare a riconoscere l’esperienza di Dio che avviene nei gesti anche piccoli di amore, di affetto, di amicizia che si ricevono o si danno, come pure negli impulsi interiori a soccorrere il prossimo nel bisogno, senza attendersi alcun riconoscimento o contraccambio. La celebre parola di Gesù “l’avete fatto a me”, è un esempio tipico di illuminazione dell’esperienza di
Dio che facciamo per lo più inconsciamente nelle relazioni di cura gratuita del prossimo. Un Dio
credibile, un Dio amabile, un Dio sperimentabile. Tre coordinate del mistero inesauribile di Dio,
Padre, Figlio e Spirito Santo che don Michele ci aiuta a cogliere in tutta la sua bellezza affascinante
e che ritengo molto importante avere presente da approfondire oggi per annunciare e testimoniare
Dio con fedeltà alla sua verità e alla verità dell’uomo.