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A passo d’uomo

 IL CAMMINO È TRASFORMAZIONE

La sfida sta nel diventare “viandanti”, capaci di mettersi al passo dell’ultimo uomo

Intervista a Luigi Nacci di Claudia Belleffi – (Luigi Nacci è originario di Trieste; insegnante, scrittore e guida di cammini)

Luigi Nacci cammina da quando era bambino. A seguito del padre e favorito dai luoghi natii, nel tempo ha maturato una sensibilità nuova nei confronti di quest’atto tanto da creare la cosiddetta “filosofia della viandanza”. Qual è la differenza tra il camminatore e il viandante? Cosa significa porre un passo dopo l’altro e a quale ritmo? Ci siamo messi al suo seguito e abbiamo scoperto un nuovo … orizzonte. Prima mentale che fisico. Oggi è insegnante, scrittore e viandante.

«Da piccolo affrontavo lunghi percorsi con mio padre, che è un grande camminatore. Noi viviamo a Trieste: abbiamo la costa e l’entroterra con la sua ricca vegetazione, le montagne del Carso. Nato quindi in una città che viene definita “la Napoli del Nord”, ho sempre amato l’aria aperta. Quello con mio padre era di fatto solo un camminare e quindi ho avuto anche una sorta di rigetto da cui è nata col tempo una filosofia di vita.» Ha fatto il cammino di Santiago? «Si. Vent’anni fa sono andato a Santiago senza aspettative né fede. Arrivavo nudo, in un certo senso, ed è stata una folgorazione, un’esperienza che mi ha stravolto. Mi è sembrato che la letteratura, e in particolare la poesia, avessero a che a fare molto con il cammino. La poesia ha un proprio ritmo e vive di incroci, si fonda sul ritmo, in particolare quella classica, che crea un’unità di misura appunto, il “piede”. È ritiro ed esplorazione, sguardo rivolto verso il cielo. È mettere misura, decidere l’alto e il basso. Questo viaggio ha aperto dentro di me molte finestre, ed è entrata la luce. Da Santiago in poi ho fatto tantissimi altri cammini» Cosa significa allora affrontare un cammino? «Camminare è un altro modo possibile di stare al mondo! Alla base c’è l’idea di vivere con pochissimo, con nessuna maschera sociale, ruolo, potere.

È condividere la tavola con sconosciuti ed entrare in confidenza. Niente a che fare con il trekking performante.

È un luogo di ricerca della verità tra gli uomini, tra l’uomo e la natura. È cercare verità dentro di sé, nei luoghi oscuri. E, prima che camminare, è un cammino di intimità tra i fratelli della strada.

Chi è in cammino è disposto a mostrare le proprie fragilità, chi fa trekking non fa cadere le maschere.

Il cammino in solitudine, in particolare, ti mette di fronte alle tue paure: si parte e si affronta tutto con la propria fragilità esposta. Le corazze non ci sono: dici le cose profonde e intime. In quella dimensione ci si dà.» Lei ha creato la cosiddetta filosofia della viandanza.

In cosa consiste? «II viandante non è nessuno, non è nient’altro che un pedone che reclama e rivendica il fatto che occupare, colonizzare l’ambiente, gli spazi, non è cosa che lo alletta.

Non gli interessano i ruoli né i soldi e quindi non è ricattabile. Viandanza è una parola che mi sono trovato in bocca. A volte molte parole arrivano non si sa da dove e se ne vanno, alcune restano e sono porte per ciò che ci sta dentro, fa luminose le vie e porta domande: apre una via piena di amore. Viandanza è l’insieme della parte nomade e stanziale. Si aspira alla viandanza, che è appunto il tentativo di coniugare queste due parti. La domanda più grande quando tornavo a casa e avevo i miei impegni da sostenere era: come faccio ad essere un viandante a casa? Come faccio a condurre a casa quello stile che ho vissuto sul sentiero se non sono forte, se non so stare nella vita, nelle relazioni? È un grande percorso in alto, di ricerca, di cercare di sostare come un nomade quando sono a casa e quando sono in cammino di ricordarmi le persone che sono ferme lì, a cui vuoi bene. Te le porti con te nello zaino».

In questi ultimi anni c’è stato un crescendo di proposte – e adesioni – a cammini diversi. Ci troviamo di fronte a nuova moda? «Tra tutte le mode positive di questo tempo il camminare è una delle meno nocive. Nella storia da Santiago sono nati i grandi cammini, i pellegrinaggi, che non hanno a che fare con la natura. Oggi mezzo milione di persone all’anno si mette in cammino: la metà è diretta a Santiago. La cosa su cui mi interrogo è questa: se tutta questa gente negli ultimi dieci anni si è messa in cammino in tutte le situazioni, perché lo fa? Certo perché è una moda, ma sicuramente il tutto è esploso a seguito della pandemia che ci ha obbligati a una stanzialità forzata. Ricordiamoci le chiusure, le restrizioni, i coprifuoco, gli spazi che venivano eliminati e poi resi. Nell’estate del 2020 ero a camminare vicino alla Francigena: si era appena aperta una “finestra”. Ho incontrato tantissimi giovani. Certo, oggi, i social amplificano e stanno nascendo tanti cammini nuovi. Io non ho mai messo un adesivo, segnato una freccia, inventato un cammino. Quelle vie già esistevano: sono state fatte dai pastori, dal Cai, venivano e vengono usate per la transumanza… Purtroppo c’è questa volontà costante dell’uomo di marchiare il territorio. Questo a me sembra essere il contrario del senso del cammino: io, tu, noi, lasciamo tracce sul terreno che il vento si porta via. Bisogna esplorare dove non vanno gli sguardi.

Ma lei è anche una guida di cammini…

«Certo! Quelli che ho inventato stanno nella mia testa. A seconda del gruppo, del passo, dell’età, individuo un percorso. Il cammino, inteso in senso stretto e fisico, non esiste: la natura se lo mangia il sentiero. Tu sei il cammino! È importante che le persone imparino a leggere le mappe, a orientarsi nella natura. Ci si potrà perdere ed è fondamentale non essere sicuri di tutto. Mi piace molto anche non sapere nulla, il vediamo che accade, l’evento.» Cosa significa quindi per lei camminare a passo d’uomo? «Andare a passo dell’ultimo uomo. L ‘uomo non si è trasformato: quello ci accomuna tutti, se abbiamo le gambe, è andare a passo dell’uomo. Ma al passo dell’ultimo uomo è qualcosa che può fare molto male.

Quando si è in gruppo, si crea dopo qualche giorno, e se si crea vuol dire che il gruppo è compatto. Hanno trovato un passo: il più veloce rallenta, muove contro se stesso. L’importante è andare assieme. Quando ci si dimentica dell’ultimo, il cammino è nell’equivoco: stai nel tuo ego, nel tuo individualismo. È quello che accade nella nostra società, dove vincono i primi, i più veloci, i meglio equipaggiati. La bellezza grande invece si manifesta quando si aspetta l’ultimo e ci si prende cura dei più fragili. Nel cammino questo accade naturalmente, è in un certo senso più facile che nella società.

E quanto è importante in tutto questo il concetto di empatia, di mettersi nelle scarpe dell’altro. Anche perchè l’ultimo oggi è quello, domani sei tu: tocca a tutti essere ultimi. Se io sono la guida, potrebbe toccare anche a me e chi si prende cura della guida? Ecco perché l’obiettivo è cercare di far sì che esista un gruppo.» La sua città, Trieste, è anche il punto di arrivo di molti migranti che affrontano a piedi la cosiddetta rotta balcanica.

«Ogni giorno la piazza davanti la stazione si anima di nuovi arrivi. Giovani ma anche donne che affrontano un percorso a piedi, duro e pericoloso. Spesso vado da solo a piedi nelle foreste e li incontro.

Spesso ho mandato le forze di polizia dall’altra parte.

Il mio libro Non mancherò la strada parla anche di questo. Da guida porto i gruppi in Croazia, a vedere il filo spinato, e ho visitato la fabbrica a Malaga che lo produce. Lungo la rotta balcanica ho visto cose incredibili: in inverno ho incontrato una giovane donna nepalese, sola, rivestita con un sacco della spazzatura, carica di dolore e momenti terribili affrontati.

Quando incontri queste persone, tocchi con mano l’odio: finché non si prova ad affrontare l’inverno con una giacchina primaverile, a camminare con i piedi laceri su sentieri con pietre aguzze, in mezzo ai fiumi, alle pozzanghere, alla neve, finché non proveremo a stare in queste scarpe di migranti, non potremo davvero comprendere la loro esperienza.

» Ha qualche consiglio da lasciarci come stile per i nostri cammini? «Nel mio primo libro Alzati e cammina ho attuato un rimescolamento di genere proprio perché per me il viandante è il “de-genere”, rispetto al camminare.

Cosa significa questo? Dentro al libro propongo una serie di esercizi surreali, come alzarsi di notte e camminare; andare a trovare un amico che non senti da tanto tempo, senza avvertirlo, ma mettendoti in cammino e dedicando del tempo per lui, anche se non sai se lo troverai! È a casa, infatti, nel nostro quotidiano, che dobbiamo farci viandanti, animati dalla voglia di parlare del bene, restando umani e facendo il nostro cammino ovunque! Il cammino ha a che fare con la trasformazione, tutto il resto è mascheramento.»