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Desiderio di futuro

Servire il bene del nostro fratello

Natale è il Bene che viene in mezzo a noi e cresce per tutto l’anno

ROBERTO MANCINI è professore ordinario di Filosofia teoretica e direttore del dipartimento degli studi umanistici all’Università di Macerata. Editorialista di Altraeconomia, dirige le collane «Orizzonte filosofico» e «Tessiture di laicità» per Cittadella Editrice. Collabora con il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca) e con altre associazioni di volontariato. Autore di numerosi libri su temi filosofici, antropologici e spirituali, all’incontro di Montanino di Camaldoli ha parlato del tema «Scegliere la pace con mezzi di pace»; ne pubblichiamo una sintesi, non rivista dall’autore.

Il termine “pace”, nelle tradizioni culturali più vicine a noi, ha diversi significati: in greco “irene” significa tregua, sospensione; per i romani “pax” indica il seme, qualcosa che va coltivato, ma anche il patto come tempo per costruire un’alternativa alla violenza; in ebraico “shalom” è la sovrabbondanza dei beni del Signore, che elimina tutti i motivi di lotta per la supremazia.
Oggi è molto difficile credere alla pace. Gli specialisti, così sembra, sanno descrivere soltanto la guerra. Siamo tutti arenati sull’ipocrisia stolta del motto latino «Si vis pacem, para bellum» – se vuoi la pace, prepara la guerra. Ma non è una verità ineluttabile, è necessario riconoscere la possibilità di un’alternativa reale alla guerra, realizzabile a due condizioni. La pace può essere coltivata solo da persone integre, il Vangelo direbbe “semplici”: persone che hanno trovato una fonte che le ispira e le chiama a una unità nel modo di vivere, che non potrebbero realizzare con la sola forza di volontà. La seconda coordinata è che il tema non va affrontato solo su un piano politico, ma va portato sul piano spirituale. Spiritualità è la sensibilità a cercare il senso dell’esperienza: si accende quando impariamo ad amare. Non ha nulla di dualistico: spirituale significa relazionale. La guerra, quindi, non è solo un discorso geopolitico nel quale la politica di potenza è l’unica possibilità. Ha una radice di natura antropologica e metafisica; riguarda il nostro rapporto profondo col senso della vita. Noi esseri umani, a oggi, viviamo in modo sbagliato. La nostra civiltà ha preso la vita contromano. Lo deduciamo dai risultati, ovvero dalle vittime di ogni guerra e violenza, dalla distruzione dell’ambiente e della vita democratica, dalla crescente ignoranza collettiva. Usiamo parole per ingentilire il termine guerra: difesa e sicurezza. Sentiamo dire e ripetere che dobbiamo cambiare paradigma e prepararci alla difesa, alla sicurezza, a partire dai luoghi formativi della scuola, delle università. Sentiamo affermare che, siccome l’Europa è attenta alle pari opportunità, anche le donne avranno un ruolo fondamentale nella nuova cultura della guerra. Tutte queste non sono realtà, sono ideologie belliciste che fanno leva sulla dinamica della paura, sulla minaccia dell’invasore. Ma si basano su argomenti infondati; il più smaccatamente falso è che la natura umana sia di per sé malvagia, ma tutti sappiamo che la cosiddetta natura umana è frutto di un percorso evolutivo. È insensato anche affermare che Homo homini lupus: la specie umana è certamente la più feroce del pianeta quando è disumanizzata, ma allo stesso tempo l’essere umano è capace di dare la vita per gli altri… tutto dipende da quale umanità sviluppiamo attraverso la cura educativa, che gioca un ruolo fondamentale. Il terzo argomento falso è l’idea della guerra come duello; no, la guerra è un processo, che si prepara gradualmente. Oggi noi siamo responsabili dei conflitti in atto e di prevenire quelli in preparazione. Infine, è infondato credere nella “guerra giusta”: la guerra è distruzione totale e non conosce confini tra vittime e aggressori.
È doveroso uscire da questa mentalità bellicista; è necessario riconoscere che la guerra non è il contrario della pace, è il contrario della verità, della vita, della giustizia, della libertà, del futuro. È una sorta di anticreazione. La guerra è il contrario della democrazia, dell’umanità.
Uscire da questa mentalità significa recuperare le possibilità di resistenza non violenta; significa riappropriarsi di una politica realmente civile nella quale i soggetti culturali e sociali possono incidere sulle forze politiche così da arrivare a eleggere governi capaci di fare altre scelte.
Bisogna uscire da tutte le ideologie che Michel Foucault chiamava il “regime della indegnità”, fondato sul disprezzo dell’uomo, in quanto piccolo, peccatore, malvagio. Le culture che non credono nella dignità umana non governano, credono nel potere come imposizione autoreferenziale. Governare significa ascoltare, fare sintesi, dare risposta ai problemi collettivi. Se lo subisci, è schiavitù. Se sei al potere e credi di gestirlo, ne diventi dipendente.
Uscire da questa spirale significa ritornare all’umano. Non siamo umani solo perché siamo nati. È nostro compito nascere umanamente: diventare persone. Non è scontato, né facile: il grande ostacolo è connesso alla condizione umana, che si trova ad affrontare sofferenze e passaggi traumatici spesso più grandi e pesanti di noi. I traumi ammettono potenzialmente due risposte possibili: vivere in assimilazione al colpo ricevuto o introdurre una distanza critica rispetto al trauma subito e provare a dare una risposta diversa.
La risposta vera scaturisce dalla forza generativa della vita, che è adesione alla relazione con l’altro. Questa risposta attinge a una fonte, si alimenta da un’energia vitale qualitativamente diversa da quella del potere. Cosa intendo dire? Dobbiamo fare una nuova esperienza di Dio. Per me la parola “Dio” è un pronome, cioè un nome che tiene aperto uno spazio, non dice solo umanità e/o natura. Quando dico Dio non mi riferisco alla religione. I significati di questo pronome rimandano innanzitutto a quella capacità di bene che va oltre ogni male. C’è una misura di verità del bene che non riusciamo a cancellare. Il pronome Dio indica questa verità come l’universalità della vita. Dio è di tutti: atei, agnostici, religiosi. Ci indica un compimento di umanità. Qui sta la responsabilità di ciascuno di noi: siamo di fronte a un’alternativa che si presenta quotidianamente. Nel pronome Dio è custodita una pienezza di umanità che ci ispira a migliorarci e trasformarci.
Abbiamo bisogno di una nuova esperienza della trascendenza, di questa verità profonda della vita. Trascendenza ha significati molto ampi, dilatati: innanzitutto significa relazione con la nostra libertà che va oltre il dato concreto, visibile; per quanto lo vogliamo comprimere, ridurre a risorsa o a scarto, l’essere umano va oltre. Ha una libertà, una dignità, una capacità di amare che, quando è maturo, diventa un miracolo etico nel cosmo. Trasforma tutto, anche il dolore, in amore. Trascendenza, dunque, non è un Dio sopra le stelle, ma è la relazione tra la nostra trascendenza e questa verità che è amore. Trascendenza significa prossimità, non significa distanza. Significa che questo Dio, se esiste, non è onnipotente, ma è dotato di onniprossimità, cioè è capace di essere vicino, interiore a ciascuno di noi. La vita è ispirata da una forza, da una presenza più grande della nostra semplice vita.
Qual è allora la svolta che ci può rendere capaci di agire per la pace? Preparare la pace con mezzi di pace, attingendo a un “medium” di pace. Per un pesce il mare è un medium, è l’elemento che avvolge tutta la sua vita, che lo condiziona e orienta. La lingua italiana per noi è un medium, è un elemento che ci avvolge dalla nascita, che abbiamo imparato a conoscere, che ci permette di pensare, di sentire ed esprimere le emozioni.
Se il medium che orienta le nostre vite è il potere, diventiamo distruttivi. Se il medium è la verità dell’amore, sarà la sua forza generativa a permettere alle persone di costruire situazioni di comunione, di tradurre le possibilità aperte dalla comunione nei rapporti economici, politici, sociali.
Agire per la pace, ci chiede di osare di più. Il primo impegno che ci chiede è realizzare la nostra umanità, avere il coraggio di essere umani fino in fondo. Il secondo è l’impegno politico: fare politica significa esporsi, rischiare per il bene comune. È necessario formare, nella società civile, un tessuto fatto di movimenti, comunità, associazioni, che rischiano nella direzione della pace mediante la non violenza, cioè mediante l’energia della verità dell’amore. È un compito spirituale e politico insieme quello di generare comunità corali, capaci di sintonia nella differenza di voce di ciascuno. Non porta all’omologazione: è un percorso in cui impariamo a essere felici quando c’è comunione, non quando c’è la vittoria.
In questa direzione, possiamo fare moltissimo; non è vero che siamo impotenti, che dobbiamo subire la volontà dei grandi. Se scopriremo la nostra umanità, crescerà la creatività politica, culturale, sociale, ecclesiale: fioriranno le persone e le relazioni; quello che sembrava impossibile viene realizzato nella storia.