Vai all'archivio : •

Sguardi di donna

LA LEVA DEL CAMBIAMENTO È IN MANO ALLE DONNE

Capaci di alternativa seria alla logica di potere e di discriminazione

intervista a Adriana Valerio, a cura di Claudia Beleffi

ADRIANA VALERIO è teologa, storica del cristianesimo, fondatrice del coordinamento delle teologhe italiane. Da più di vent’anni si occupa della ricostruzione della presenza delle donne nella storia cristiana.

Cosa significa guardare il mondo attraverso gli occhi di una donna? È un approccio diverso dal maschile? E in cosa è cambiato, invece, il modo di guardare alle donne? Lo abbiamo chiesto a Adriana Valerio, storica e teologa

«Il tema della pace offre dei validi strumenti per capire come lo sguardo delle donne possa essere alternativo

Il femminismo pacifista, per esempio, è caratterizzato già nel suo nascere dal collegamento tra la difesa dei diritti delle donne e la necessità di costruire una società libera da conflitti, non violenta e inclusiva. Tanti sono gli esempi nella storia di donne che, impegnate nella decostruzione delle pratiche della violenza e nella demitizzazione delle retoriche della guerra, si sono messe dalla parte di chi subisce le logiche di dominio, coniugando in questo modo l’impegno per la pace con il riconoscimento dei diritti umani e con la salvaguardia del pianeta

L’assegnazione a molte di loro dei premi Nobel per la Pace ne sono una testimonianza significativa

» Partiamo dalle pioniere..

«La prima donna a esserne insignita nel 1905, la scrittrice Bertha von Suttner, comprese la necessità di un diverso uso dell’educazione per poter realizzare una cultura non violenta che non inculcasse nei ragazzi il mito della virilità e della guerra. Jane Addams, Nobel per la Pace, 1931, nel 1889 fonda a Chicago la “Hull House”, una casa di accoglienza di persone ai margini della società per sperimentare forme di comunità egualitarie e pacifiche, offrendo esperienze di integrazione e di accoglienza attraverso attività civiche, culturali, ricreative e formative: la dimensione privata della cura diventò con lei progetto politico e universale di promozione umana e di giustizia sociale. È stata proprio Jane Addams ad affermare il legame stretto tra i diritti delle donne e le pratiche di pace che dovevano bandire ogni logica di vendetta. Per lei la guerra non era un’attività “naturale” perché la tendenza dell’umanità è di stabilire relazioni amichevoli: un pensiero che rivoluzionava millenni di giustificazioni ideologiche a sostegno dell’inevitabile condizione di soprusi e di violenze. Pensiamo anche alle visioni utopiche elaborate da alcune scrittrici come l’indiana Rokeya Sakhawat Hossain che scrive nel 1905 Ladyland dove descrive una “Terra delle donne”, in cui i principi-guida sono la pace e la conoscenza: un luogo retto da donne che finalmente accedono allo studio – vietato dal precedente dal governo maschile che lo considerava cosa inutile e ridicola – e riescono, grazie alle loro pionieristiche ricerche, a ridurre la fatica dei lavori manuali ricorrendo a creative invenzioni nel rispetto della natura. Anche la scrittrice Virginia Woolf, dinanzi all’imminente pericolo di un altro conflitto mondiale, ha saputo esprimere con forza, nell’opera Le tre Ghinee (1938), l’urgenza per le donne di trovare “nuove parole” e inventare “nuovi metodi” per affermare la propria diversità come valore. Per la scrittrice, infatti, la guerra nasceva dalla sopraffazione e dalla violenza proprie del “codice maschile”, presente drammaticamente in tutti i sistemi di potere – economico, politico e religioso -, tanto della società quanto delle Chiese. È la cultura maschile, che esclude le donne, a creare la guerra. E che dire di Maria Montessori, candidata tre volte per il premio Nobel per la pace (nel 1949, nel 1950 e nel 1951), che vede nella formazione del bambino le basi della formazione di un’umanità solidale e nella cura dell’altro e del creato strumenti a sostegno della fratellanza? Per questo, per lei una “scienza della pace” doveva abbracciare l’umanità intera e “l’educazione cosmica” era necessaria per costruire una società senza confini e senza guerre in un insieme intercomunicante dove la legge interiore dell’essere umano doveva entrare in armonia con il piano cosmico della vita, vivendo consapevolmente in sintonia con la natura

Ricordiamo Chiara Lubich che fonda in pieno conflitto mondiale il Movimento dei Focolari, (1943) per la costruzione della fraternità universale; o Doroty Day, fondatrice nel 1933 del movimento Catholic Worker (Lavoratori Cattolici), che sposa la nonviolenza e favorisce l’ospitalità per i diseredati, ed Eileen Egan, cofondatrice della sezione americana di Pax Christi (1962), che esercitano una notevole influenza sulla redazione delle dichiarazioni sulla pace del Vaticano II insieme alle Madri per la pace che nel 1963 si recano a Roma per ringraziare papa Giovanni per l’enciclica Pacem in Terris. Negli ultimi 50 anni, l’assegnazione di molti premi Nobel per la pace a donne dice molto del loro sguardo profetico e lungimirante.» Provando a fare una disamina tra passato e presente: è cambiato lo sguardo delle donne sul mondo? «Nel passato ci troviamo più facilmente in presenza di singole personalità che avevano la capacità di vedere oltre, offendo visioni alternative; dalla nascita dei movimenti femministi di fine Ottocento, le donne hanno raggiunto una coscienza collettiva e si muovono con una inusitata consapevolezza di sororità. L’Ecofemminismo, per esempio, si è dovuto interrogare sulle questioni ecologiche cercando nuovi paradigmi trasformativi capaci di abbracciare diversi aspetti del vivere sociale per superare l’idea di progresso basato sullo sfruttamento della natura e di ecosistemi che hanno provocato gravi alterazioni nel pianeta e una crisi ambientale senza precedenti. La stessa teologia femminista, una novità degli ultimi anni, ne ha ripreso le tematiche per spezzare le sfere chiuse della tradizione maschile mettendo a nudo la violenza rappresentata dal patriarcato sul creato, si vedano Mary Daly e il suo lavoro Gyn/ecology, e il sistema del potere maschile, kyriarcato, presente nella Chiese, come sottolinea la biblista Elisabeth Schlüssler Fiorenza

Le teologie femministe, partendo sia dalle esperienze di vita delle donne sia dalla conoscenza del messaggio evangelico, danno voce a ogni alterità, inserendola nell’orizzonte dell’interdipendenza che non separa, ma mette in relazione. La cura di ogni vivente collegato all’ambiente supera ogni forma di assoggettamento e di discriminazione, condizione indispensabile per la costruzione di una convivenza fondata sulla pace e l’armonia. Lo sguardo delle donne oggi si allarga su quella che la filosofa Martha Nussbaum chiama principio di autonomia relazionale e di etica della cura a fondamento rapporti umani sottratti al dominio gerarchizzante, ritenendo che ogni processo vitale è assolutamente interdipendente.» Mogli e madri o eretiche e ribelli. Nella storia questo è stato lo sguardo dicotico sulla realtà femminile, anche da parte della Chiesa. Quali gli sguardi e la posizione oggi della Chiesa in questo senso? «Oggi ci sono altri modi per guardare le donne e la Chiesa negli ultimi anni ha fatto passi da gigante nel cambiare prospettiva e nel cercare di superare cliché e luoghi comuni. C’è maggiore riconoscimento della dignità femminile e c’è la consapevolezza che riconoscere una ministerialità femminile stabile, istituita e autorevole secondo il criterio di una ministerialità diffusa, è quanto mai necessario

Per questo l’assemblea del Sinodo dei vescovi ha spinto a un rinnovamento capace di creare per le donne nuovi spazi di presenza significativa nel quadro di una pastorale comunitaria trasformata, non in supplenza di un’eventuale deficienza di personale maschile, ma come servizio necessario alla crescita della vita ecclesiale. Il documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, Lievito di pace e di speranza, del 25 ottobre 2025, auspica, infatti, una conversione pastorale che riconosca e promuova sempre più il contributo delle donne alla vita e alla missione evangelizzatrice della Chiesa.» Quali figure di donne sono state per lei punto di riferimento e perché? «Quelle fuori dagli schemi, quelle che hanno saputo osare, contrapporsi, trasgredire, ribellarsi a strutture oppressive per le donne in nome dell’annuncio del Vangelo che libera, in nome di Gesù di Nazareth che ha accolto le donne come discepole, conferendo loro dignità e parola e che ha inviato una donna, la Maddalena, sua apostola, ad annunziare l’avvenuta resurrezione. Dalle diaconesse alle madri del deserto del primi secoli, dalle badesse con poteri semi-episcopali alle beghine medievali, dalle direttrici spirituali alle mistiche dell’età moderna, dalle fondatrici – di monasteri, conservatori, ritiri, ospedali, scuole – alle missionarie in terre lontane, dalle scrittrici alle teologhe di scuola, la storia della Chiesa è ricca di figure femminili che hanno segnato l’identità del cristianesimo dando un importante contributo alla crescita spirituale dei credenti

» Secondo lei oggi lo sguardo delle donne cosa può ancora regalare all’umanità? «Può regalare ancora futuro se non si appiattisce nelle politiche dell’assimilazione, ma riesce a indicare un’alternativa seria a ogni logica di potere e di discriminazione. Non da sola, ma insieme agli uomini

Le donne possono, dunque, rappresentare un’importante leva di cambiamento e di trasformazione se, partendo dalla propria posizione svantaggiata, danno voce a coloro che soffrono denunciando le discriminazioni che emarginano, gli abusi di potere che umiliano, le dinamiche di violenza che sono ancora presenti nella nostra società; se, partendo da quella che la filosofa Hannah Arendt chiama cultura della nascita, riescono a convertire la cultura della morte, che segna il nostro Occidente, in “cultura della vita”, che sola può rompere ogni logica di morte e di guerra, ogni rigida ripetizione dell’identico

I valori simbolici del femminile, che sono fatti di accoglienza della vita, cura, empatia, non sono appannaggio di un sesso perché sono nel patrimonio genetico di ognuno, così come i valori simbolici del maschile. Le donne, per la loro storia, ne sono portatrici privilegiate e invitano ognuno a assumerli D’altra parte lo stesso Gesù di Nazareth li ha indicati come fondamentali per chi, alla sua sequela, è chiamato a costruire occasioni di rinascita e di vita.»