La memoria non è nostalgia ma bussola per il futuro e luce sul presente
Come d’abitudine, per raggiungere al più presto anche gli amici che non sono potuti venire, il Quaderno di ottobre è dedicato al convegno estivo.
Quest’anno l’incontro ci ha visti riuniti sul tema: “La memoria genera futuro”.
Ve ne proponiamo le principali relazioni.
Fare memoria non si traduce in nostalgia del passato, ricordato come un tempo mitico senza difficoltà e problemi, dove tutto era perfetto e tutto andava bene.
Non è neppure coltivare l’illusione che ripetere ciò che è stato sia automaticamente fonte di riuscita, nell’ancorarsi alla falsa certezza del “Si è sempre fatto così”.
Per custodire la memoria c’è un atteggiamento vitale da assumere. Esso orienta il futuro, ma soprattutto genera luce sul presente.
Sostiene nel cammino di attraversare l’oggi col suo carico di dubbio e opacità, arricchiti e orientati dalla saggezza, la riflessione, la cultura di chi ci ha preceduto.
Aiuta a preservare uno spazio interiore per accogliere il “non so” dell’inedito che si presenta e che domanda il coraggio di scelte di cui non si ha in anticipo la sicurezza della riuscita.
Invita alla fiducia nei processi che affrancano personalmente e comunitariamente nel vigilare e proteggere quegli snodi vitali che costruiscono il cammino umano.
Per cogliere questo atteggiamento, durante le meditazioni del mattino, ci siamo anche arricchiti della lettura di alcuni brani presi dai Diari di Etty Hillesum.
Abbiamo attinto alla sua spiritualità, dai risvolti molto concreti e incarnati dentro e oltre la distruttività degli uomini, di cui ogni giorno faceva esperienza. «In fondo la mia vita è un ininterrotto ascoltare dentro me stessa, gli altri, Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più profonda di me che presta ascolto alla parte più essenziale profonda dell’altro. Dio a Dio» (Diario ,17 settembre 1942). Abbiamo cercato di accogliere il suo invito ad andare oltre ogni senso di sfiducia e impotenza, a custodire e disseppellire in noi e tra noi, lo spazio per il Mistero della Vita che balbettiamo col nome Dio.
Alla fine del convegno, nel momento dei saluti una coppia di amici mi ha detto: «Agnese quest’anno è stato particolarmente bello!» E poi ha soggiunto, sorpresa e sorridente: «Tutti gli anni diciamo così». Con alcuni è un appuntamento che si rinnova da tanti anni.
Anche i nuovi, si sentono sempre accolti e a loro agio nel giro di poco tempo.
Forse ciò che ci fa sentire a casa, al di là dello “splendor varietatis” che siamo, (una delle simpatiche definizioni di Ore Undici uscite dalla creatività di don Mario) è il modo di stare insieme che genera il clima sereno e gioioso dei nostri dibattiti e confronti.
È sempre bello ed emozionante vedere come cambiamo, come cresce la sensibilità, la consapevolezza di ciò che ci appassiona e ci accomuna. Ognuno arriva col bagaglio della propria vita, con le gioie e le cose belle, ma anche con le sofferenze, i dubbi e le domande che inquietano.
Si crea la percezione della preziosità di quel “noi” che sentiamo importante sperimentare, per poi tornare con rinnovato vigore al nostro quotidiano.
Un grazie a ciascuna/o per la fatica di spostarsi e arrivare a Camaldoli, per il dono della propria presenza: la bellezza di ascoltare, dialogare e interrogarsi insieme; mangiare insieme; emozionarsi insieme; ridere, scherzare, cantare insieme.
Anche il luogo che continuiamo a riscegliere, ci aiuta a dilatare lo sguardo, a sentirci immersi nella natura e in quest’estate particolarmente calda, ci ha concretamente offerto temperature più miti e sopportabili.
Ormai tutti abbiamo ripreso le attività quotidiane, vi saluto caramente e vi auguro giorni di pace.
Un caro saluto
Agnese
OreUndici