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Carissimi parenti e amici in Italia, pace e bene!
Vi scrivo dall’Amazzonia quando da voi sara’ gia notte e le stelle di san Lorenzo, crisi climatica permettendo, brilleranno dal cielo fosforescenti per illuminare la volta del cielo e indurre l’umanita’ ad esprimere un sogno, il sogno di un’altra umanita’ possibile dove giustizia, pace, fraternita’ e perdono abbiano il diritto di esistere. Qui’ dall’equatore della foresta amazzonica le stelle si vedono molto bene, se ne vedono tantissime e si riesce a scorgere anche l’orsa maggiore. Dopo 9 mesi dal ritorno nella mia adorata Amazzonia mi sono deciso a scrivere quattro righe per tenervi informati circa le mie attivita’ missionarie in questa nuova missione di Manaus, capitale dello Stato di Amazonas, che per me e’ una vera rivelazione. Non e’ che non volessi farlo, ma volevo che trascorresse un tempo ampio per poter conoscere la realta’ della societa’ e della chiesa locale, la gente, il differente stile amazzonico di una citta’ situata proprio nella confluenza di due fiumi, Rio Negro e Rio Solimoes, con le ben famose caratteristiche dell’incontro delle acque scure e delle acque bianche che provengono rispettivamente dal Peru’ e dal Venezuela. All’inizio di dicembre dell’anno scorso ho voluto simbolicamente fare tutto il viaggio in battello a ritroso dalla citta’ di Belem fino a Manaus, risalendo il fiume Amazonas che, provenendo dalle Ande peruviane, si inerpica per ben diecimila kilometri tra lo stato dell’Amazonas, passando per lo stato del Para’ , attraverso le citta’ da me conosciute di Parintins, Santarem, Macapa( dove sono stato ordinato diacono e ho emesso la promessa definitiva al Pime ventisette anni fa) e tuffandosi nel grande oceano atlantico dalle acque gelide e con le onde alte tre metri quando la maresia ( un fenomeno naturale che fa innalzare il livello del mare) fa sentire la sua presenza. Il viaggio e’ durato quasi sei giorni, tra il caldo afoso dell’equatore di giorno, le brezze di freddo di notte che si alzano tra le amache ammassate una vicina all’altra come in una specie di carnaio umano, infestato da zanzare e figuri che ti possono portare via anche la valigia( potete immaginare!)E’ stato entusiasmante per me rivedere i luoghi, le citta’, i sapori, i colori che ho conosciuto quando sono venuto qui’ giovane missionario e mi si e’ aperto un mondo, una realta’ che poi sarebbe rimasta scolpita in me come un luogo da me amato da sempre e che mi ha insegnato attraverso l’esperienza della gente piu’ umile che non basta aver studiato tanto e avere tanti titoli se poi non siamo capaci di accorgergi degli altri e dei volti che manifestano vite ferite, vite scartate, vite in eccedenza. Durante una delle soste lungo il grande fiume, mi pare nel Marajo, un agglomerato di isole situato quasi nell’estuario del fiume Amazonas, sono saliti a bordo tre adolescenti( meninos) che sono soliti vendere i loro prodotti di artigianato locale e poi scendere dopo alcune ore nella citta’ piu’ vicina. Uno di loro, Paulinho,con il volto simpatico e scavato dal sole, mi si e’ avvicinato e ha detto: “ tu sei un prete missionario?”Io, sbalordito per l’intelligenza di questo ragazzo, ho detto di si, ma ho domandato come lo avesse capito. E lui : “dal crocifisso che porti al collo e dallo sguardo con cui ammiri il nostro fiume”. Si, amici cari, bisogna avere uno sguardo purificato e limpido per contemplare la bellezza creaturale dell’Amazzonia che sembra uscita direttamente da un dipinto di Dio fatto con i pennelli dei mille colori dei popoli originari e delle culture che lo abitano, ma anche da scandalose ingiustizie che fanno gridare al cielo. A Manaus sono arrivato il venerdi’ notte quando le luci del “ Porto de legna” , come lo chiamano qui, si accendono e ti fanno scorgere in lontananza una citta’ di grattacieli e di favelas, di progresso e di poverta’ allo stesso tempo, di contraddizioni evidenti di un sistema socioeconomico basato sullo sfruttamento delle materie prime e sulla distruzione degli equilibri climatici della nostra Casa Comune. Qui’ durante la dittatura brasiliana i militari vollero costruire una “ zona franca” industriale che a loro dire avrebbe dovuto dare un impulso economico all’Amazzonia, ma, a lungo andare, si e’ rivelata un fallimento di sfruttamento della foresta e della mano d’opera a basso prezzo. L’ex casa regionale del Pime si trova in un quartiere residenziale a sud della citta’, Adrianopolis, dove si possono vedere le ambasciate straniere, i negozi alla moda, le scuole per i figli della classe media, ma, subito, ti accorgi che ai semafori c’e’ sempre una donna con due o tre bambini che racimola qualche real dai finestrini delle auto o nella piazza alberata sotto gli alberi di mangas dormono “ os moradores de rua”( i meninos de rua), figli di chi sa quale villaggio dell’interno dell’Amazzonia legale vengono in citta’ per sopravvivere alla mancanza di prospettive creata dalla multinazionale di turno che solo li assolda per un periodo di tre mesi e poi li scarta, come fossero spazzatura. Questa contraddizione, questo dramma dell’Amazzonia subito e’ balzato davanti ai miei occhi come qualcosa di scandaloso e orrendo che un missionario non puo’ non condannare e optare per un altro tipo di societa’ dove la dignita’ delle persone venga riconosciuta. Avevo conosciuto Manaus in altre occasioni, ma solo di passaggio, non avevo mai lavorato pastoralmente in questa megalopoli, pensate, di ben due milioni di abitanti con un centro storico di eta’ coloniale, il bellissimo porto, le case dei pescatori, e con un’estensione di periferie di favelados che si dirama subito dopo la piazza centrale della cattedrale, dedicata all’Assunta, per ben una ventina di chilometri. Nei primi mesi dell’anno ho aiutato un confratello indiano, padre Robert, parroco della parrocchia di são Bento, situata nella periferia nord della citta’, ma per arrivare a destinazione dalla nostra casa missionaria fino alla parrocchia devi farti minimo un’ora e mezzo di traffico e caos con mototaxis che sbucano da ogni anfratto e tentando di scansarli perche’ non ti vengano addosso. Qui’ ho trovato una bella comunita’ parrocchiale costituita da una chiesa centrale( matriz)dove c’e’ anche la casa del parroco e dodici cappelle comunita’ sparse per il territorio, ognuna delle quali con un’organizzazione certosina fatta di laici molto preparati che assumono la conduzione della pastorale ordinaria durante la settimana e si rendono protagonisti dell’evangelizzazione inculturata e liberatrice del territorio. Bisogna venire in Amazzonia per vedere soprattutto le donne, mamme, a volte anche di molti figli, assumere il governo di comunita’ sparse lungo i fiumi o all’interno delle periferie delle grandi megalopoli.Anche i giovani qui’ sembra che l’onda secolarizzante e nichilista del nord del mondo non li abbia contagiati, se nelle nostre comunita’ alcuni di loro assumono ruoli di grande responsabilita’ sia nella parrocchia che a livello sociale per il riscatto ecologico del loro territorio attraverso i gruppi ecologico e il movimento Laudato si. Papa Francesco nella “Querida Amazonia” aveva voluto dipingere l’Amazzonia con i quattro sogni che devono caratterizzare il riscatto socioreligioso di un popolo che vuole essere riconosciuto nella sua inviolabile dignita’ e vuole difendere la casa comune dall’accaparramento di multinazionali senza scrupoli che rubano le materie prime del territorio o dalla presenza dei garimpos( miniere a cielo aperto) gestite quasi sempre da persone senza scrupoli di sversare il mercurio nel letto dei fiumi provocando un’alterazione degli equilibri bioclimatici che producono malattie molto gravi soprattutto nei bambini delle etnie originarie. In febbraio scorso con la REPAM, un’istituzione a difesa dell’Amazzonia creata da papa Francesco e che dovrebbe includere un territorio vastissimo costituito da circa nove paesi dell’America Latina, ho accompagnato la resistenza non violenta del popolo Munduruku/Tupinanba del fiume Tapajos contro la costruzione di una diga e di un sistema di drenaggio delle acque da parte di imprenditori immorali che avrebbe dovuto permettere il passaggio di navi di grande cargo per il trasporto della soia, prodotto diventato l’idolo per chi vuole fare i soldi senza scrupoli in Amazzonia. Dopo due settimane di sit in davanti alla centrale della multinazionale i lider indigeni sono riusciti a bloccare il progetto e cosi’ hanno potuto realizzare quanto era stato detto nella COP 30 del novembre dell’anno scorso a Belem, cui ho partecipato, cioe’ la resistenza popolare e non violenta a tutto quello che significa distruzione e mercificazione dell’Amazzonia. I missionari siamo chiamati a scendere nelle lotte per la giustizia e la pace per la promozione dei popoli originari che, in realta’, devono essere i veri protagonisti della trasformazione. La Chiesa di Manaus, il cui pastore e’ il cardinale Leonardo Steiner, ha tre vescovi ausiliari e un centinaio di presbiteri, tra diocesani e molte congregazioni religiose. Ma quello che fa la ricchezza della chiesa manauara sono i laici battezzati, molto preparati per accompagnare il lavoro missionario delle parrocchie e i religiosi delle varie congregazioni, presenti quasi sempre nelle aree missionarie periferiche e povere della grande Manaus, dove si addensa la maggior parte della popolazione insieme a gruppi di narcotrafficanti che qui’, come in Messico, occupano il territorio che poco a poco diventa uno stato nello Stato. Padre Carlinho, un altro mio confratello brasiliano, gia’ missionario in Africa e padre Eder, mio ex alunno nel nostro studentato a Monza, attuali pastori di un’Area missionaria dedicata a santa Maria della Speranza nell’estrema periferia di Manaus denominata “ Viver melhor”, a marzo mi hanno chiesto di tenere il ritiro di Quaresima ai loro parrocchiani. Quello che mi ha colpito in questa comunita’, pur conoscendo il Brasile e l’Amazzonia da tanti anni, e’ stato l’entusiasmo, la gioia, la dignita’ con cui si sentono comunita’ unita su quel territorio fatto di palazzi di cemento armato, lontanissimi dal centro della citta’, quasi al confine con la foresta, e abitati quasi sempre da caboclos provenienti dall’interno dell’Amazzonia e costretti ad adattarsi alla vita di una periferia sudamericana nella quale si trova allo stesso tempo precarieta’, violenza, poverta’, ma anche solidarieta’ e progetti di formazione ed educazione per la promozione alla cittadinanza e coscienza civile. La Chiesa di Manaus e’ l’archidiocesi metropolitana cui affluiscono altre piccole diocesi e prelazie sparse lungo il grande fiume Amazonas che da Manaus attraverso i fiumi Rio Negro e Solimoes si dirigono in salita verso i confini del Brasile con il Peru’ e il Venezuela, che papa Francesco ha visitato nel 2018, dove anche le nostre suore dell’Immacolata evangelizzano con grande passione e competenza, sfidando il paesaggio impervio del rio delle Amazzoni. La gioia piu’ grande di un missionario si sperimenta quando vai nell’interno della foresta e li’ sperimenti che l’amazzonizzarsi e’ un processo lento e doloroso perche’ devi abbandonare il tuo schema mentale europeo e imparare dai poveri la difficile arte di lasciarsi educare ed evangelizzare. L’ho sperimentato qualche mese fa quando mi e’ stato chiesto di dare un corso di formazione per ministri laici della comunione e dell’annuncio nelle piccole comunita’ del Rio Andira’, parrocchia di Barrerinha, un paesaggio paradisiaco fatto di fiumi che si intrecciano nella boscaglia fitta della foresta amazzonica, abitata da comunita’ indigene, cabocle, riberinhos e dove il Pime ha fondato la diocesi di Parintins che ha avuto come primo vescovo il mio conterraneo napoletano Arcangelo Cerqua. L’accoglienza gioiosa e lo spirito amazzonico aperto naturalmente all’amicizia hanno sciolto qualche timore che portavo dentro di non essere all’altezza di parlare a gente concreta, scavata dal sudore e dal sole dell’equatore, ma appena sono arrivato mi sono sentito uno di loro, che non doveva fare niente altro che lasciarsi abbracciare e interrogare sul senso della presenza di un missionario nella grande foresta amazzonica. Per mia sorpresa, ho trovato li’ le suore di madre Teresa di Calcutta che sono li’ da vari anni prendendosi carico dei piu’ scartati dei villaggi e delle citta’ amazzoniche. Con loro e con un gruppo di seminaristi abbiamo articolato una settimana di formazione di alto livello che tenesse conto del fatto che per il futuro saranno loro stessi ad animare le comunita’ sparse lungo il fiume. La missione ti mette a nudo e ti fa sperimentare che nella tua poverta’ e piccolezza c’e’ una mano che ti tira su e ti dice, anche nei momenti di sconforto e pessimismo, “ uomo di poca fede, perche’ hai dubitato?” La sera fino a notte fonda in questi villaggi mi sono messo ad ascoltare quello che l’anziano del villaggio, lo sciamano, racconti delle storie della foreste e del fiume Amazonas. Non le chiamo leggende, ma storie perche’ per i popoli indigeni il confine tra reale e irreale non e’ netto, c’e’ sempre spazio per l’immaginazione creativa che ti fa vedere come questi popoli siano inesorabilmente intricati alla foresta, al fiume, alla pesca, alla storia della “ cobra grande”, della “ matinta pereira”, del “ boto del fiume”, in una parola alla “ madre terra o pachamama” che e’ come un grembo materno che tutto racchiude. Adesso che i miei superiori mi hanno chiesto di assumere da parroco insieme ad un altro confratello, padre Roberto, una parrocchia della citta’, Nostra Signora di Nazaret, localizzata nel punto esatto dove la ricchezza e la poverta’ estrema si guardano, ma non si incontrano, si toccano, ma non si abbracciano, quello che vi ho raccontato potrebbe stonare o essere incongruente. Ma, cari amici, sono sicuro che il buon Dio mi stia chiedendo di essere un segno di dialogo e di unione tra due realta’ opposte, un segno di missione in uscita verso le periferie delle mie comunita’ dove i piccoli e i poveri saranno protagonisti di un’evangelizzazione liberatrice e sinodale proprio a partire dal luogo dove sono stati esclusi. In un mondo marcato dalla potenza delle guerre, dal sopruso verso i bambini( Gaza), dalla mancanza di dialogo e riconciliazione, dall’aumento delle disuglianze e delle migrazioni climatiche, i missionari devono essere strumenti umili di un Dio della Vita che mette al centro il povero, lo scartato perche’ e’ da li’ che vuole ricominciare a costruire un’altra storia, un’altra umanita’. Mi trovo, scusate il confronto, nella situazione di don Milani che scelse di stare dalla parte dei poveri chiedendo ai piu’ abbienti e socialmente garantiti di offrire le loro competenze, in primis la lingua, ai poveri perche’ fossero riscattati e rispettati nella loro dignita’. La domenica quando celebro le due ultime eucaristie del giorno, un ragazzino chiamato Joaozinho, si mette davanti alla porta della chiesa per vendere qualche caramella alle persone che entrano trafelate, a volte senza nemmeno dargli uno sguardo. Un giorno gli ho chiesto da dove venisse e dove fosse la sua famiglia. Mi ha risposto che viene da un quartiere povero di Manaus, la madre e’ ammalata, il padre li ha abbandonati e lui deve sbarcare il lunario per la sopravvivenza della famiglia. Subito gli ho detto che avrei visitato la sua famiglia e che lui potesse sentirsi a casa nella nostra comunita’. Lui, ovviamente, contentissimo! Missione e’ costruire ponti, missione e’ includere, missione e’ gridare il vangelo della Pace con giustizia, missione molto spesso e’ condividere in silenzio il dolore dell’altro. Missione e’ morire per poi risorgere! Cristo Risorto ci invia nel mondo e ci dona il suo Spirito affinche’ i crocifissi siano schiodati dalle loro croci e possiamo intravedere gia’ in questo mondo i segni del Regno di Dio. Beati quegli occhi limpidi e quel cuore aperto capaci di vederlo! Domenica, quando il vescovo di Manaus, mi chiedera’ di “ lavare i piedi dei poveri”, io mi togliero’ i sandali, perche’ la terra dove sto’ camminando e’ “ terra sacra”.
Vi porto tutti nel cuore e nell’affetto di sempre!
Manaus 10/08/26 Vostro p. Gianni Manco (Pime)