Vangelo di Giovanni 2,13-22
Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Omelia di don Carlo Molari
La metafora del tempio, dell’edificio, ha due applicazioni nel Nuovo Testamento in rapporto alla presenza di Dio nella nostra vita: o si riferisce alle singole persone o alla comunità. Per cui si può dire “edificio di Dio”, “tempio di Dio” sia delle singole persone che della comunità.
Però il significato immediato, originario è quello ecclesiale, cioè comunitario: è la comunità che costituisce l’ambito dell’azione di Dio in senso pieno. Certo, la comunità non può esprimere tutto questo se le singole persone non si aprono all’azione di Dio e quindi non costituiscono tempio di Dio, però la funzione piena è quella della comunità. Per due ragioni almeno.
“Tempio di Dio” in senso pieno è la comunità ecclesiale
La prima: perché ci sono degli aspetti dell’azione di Dio che le singole persone non possono manifestare, non possono esprimere.
La gratuità dei rapporti, per esempio, suppone diverse persone che insieme vivono e che vivono quindi relazioni.
Oppure anche la potenza riconciliatrice dell’azione di Dio non può esprimersi compiutamente se non attraverso molte persone, perché ci sono degli aspetti – per esempio della violenza, delle ingiustizie sociali, degli egoismi di classe, di gruppi, di popoli interi rispetto ad altri popoli – che non possono essere riconciliati se non attraverso la vita di molte persone che si mettono insieme.
Quindi il senso originario, primario, del tempio riferito a noi è il senso ecclesiale.
La seconda ragione è perché la comunità precede le singole persone nella sua funzione di rivelazione di Dio, di testimonianza di Dio.
Noi spesso dimentichiamo questo, cioè pensiamo che sia prima la persona e poi la comunità; ma se noi riflettiamo dal punto di vista genetico, quando noi veniamo al mondo non siamo ancora, siamo inseriti in una comunità per diventare. Quindi dal punto di vista genetico prima è la comunità e poi le singole persone che crescono per l’azione della comunità.
In questo senso quindi la comunità è “dimora di Dio”, o “edificio di Dio” o “tempio di Dio” – come appunto dice la Scrittura – e le singole persone lo diventano in quanto accolgono le offerte di vita che procedono dalla comunità.
Di qui l’importanza anche delle nostre assemblee eucaristiche, dove insieme costituiamo un clima vitale, un ambiente epifanico, di rivelazione di Dio, che è molto più ricco delle singole persone e persino della somma di tutte le persone.
Se noi realmente incontrandoci intrecciamo la nostra esistenza, noi costituiamo una potenza di vita maggiore della somma di tutte le persone che sono qui presenti, perché è l’azione di Dio il fondamento, è la potenza della vita che trova possibilità di espressione più grandi, più profonde.
Ogni tanto dobbiamo richiamare questa funzione, proprio per non cadere nella interpretazione individualista che è tipica della cultura nostra: siamo tutti figli della modernità e anche se ne stiamo uscendo portiamo proprio questo stigma interiore per cui interpretiamo, e quindi viviamo, spesso anche le nostre esperienze secondo questo modello egoista, individualista.
Che poi a livello sociale diventa quello che oggi la liturgia ci presenta con la formula del “mercato”, per cui le nostre città diventano un luogo di mercato; non un luogo di rivelazione di Dio, cioè di intreccio di persone in funzione della vita, ma in funzione del benessere, dell’aumento del capitale, della diffusione della ricchezza.
Non che queste cose siano cattive, ma lo diventano quando costituiscono la ragione del nostro convivere, del nostro incontrarci, delle nostre relazioni. Allora quello che Gesù diceva del tempio di Gerusalemme lo dovremmo ripetere delle nostre case, delle nostre città, lo dovremmo ripetere dei continenti dove prevale questo criterio, dove cioè l’incontro delle persone avviene in funzione dell’economia, della produzione, dell’aumento della ricchezza e non per lo scambio di vita, non per la crescita della dimensione personale cioè, oggi, della dimensione spirituale.
Luogo di preghiera, diceva Gesù; noi potremmo dire “luogo di crescita spirituale”.
Allora chiediamoci: quali sono le condizioni perché le nostre relazioni, i nostri incontri, quindi le nostre famiglie, le nostre città, siano luoghi di vita spirituale, di diffusione di vita e non siano “mercato”?
Quando la ragione dell’incontro non è lo scambio di vita la basilica torna a essere mercato
Permettete che prima di cercare di rispondere a questa domanda segnali una analogia forte che c’è proprio tra la basilica e il mercato. Oggi noi ricordiamo l’anniversario della consacrazione della basilica di San Giovanni in Laterano, considerata come la madre di tutte le chiese cristiane.
Come sapete, nei secoli precedenti i cristiani si riunivano nelle case, nei luoghi dove era possibile incontrarsi per celebrare l’Eucarestia, per pregare insieme. Solo dopo che Costantino ha reso legittima – cioè non più contraria alle leggi – la religione cristiana, è stato possibile costruire dei luoghi di riunione per i cristiani.
Lo stesso Costantino ha preso l‘iniziativa di queste costruzioni, almeno quattro basiliche si richiamano a lui: San Giovanni in Laterano, San Pietro, San Paolo e Santa Croce in Gerusalemme (per iniziativa di Elena, dice la tradizione).
Il riferimento è significativo perché, come sapete, la basilica era anche il luogo del mercato. La basilica romana, infatti, era il luogo della vita pubblica, e c’era il tempio dove si pensava fosse presente Dio, per cui vi si andava ma non si entrava, si stava fuori. Il tempio di Venere, per esempio, come i diversi templi che ci sono, erano dei piccoli ambienti intorno ai quali si radunava la gente e faceva sacrifici su qualche altare che veniva costruito.
Invece Costantino si è riferito, per creare gli ambienti per le riunioni dei cristiani, alle basiliche – come per esempio la basilica di Massenzio –: erano il luogo dove si gestiva la cosa pubblica, dove i poeti dicevano le poesie, dove c’erano i mercati. Quindi erano luoghi della vita pubblica.
Le nostre chiese – che sono la continuazione nei secoli, sotto diverse forme, delle prime basiliche – possono diventare proprio luoghi di mercato, cioè la nostra comunità può costituire l’ambito dove la ragione dell’incontro non è lo scambio di vita, ma l’apparire, l’interesse, la difesa dei propri punti di vista.
Insomma può diventare il luogo dove la vita viene mercificata, dove diventa una merce da comprare e da vendere. Questo è possibile. E allora la comunità non svolge più la funzione di creare le città dimora di Dio, cioè ambito dove i rapporti vengono vissuti nel suo nome.
Perché questo è l’ideale, questa vorrebbe essere la missione della Chiesa, della comunità ecclesiale: quella di costituire nelle città gli spazi della gloria di Dio, dove cioè lo scambio di vita avviene nel suo nome, dove si cresce come figli di Dio. Questo sarebbe l’ideale.
E noi ogni volta che ci raduniamo qui in chiesa a celebrare l’Eucarestia ci impegniamo e vogliamo allenarci a incontrare poi le persone in questo orizzonte, consapevoli che ogni persona che incontriamo ci offre doni di vita proprio lì, attraverso i rapporti, e che noi offriamo loro doni di vita.
Ma questo cosa richiede – così veniamo alla risposta alla domanda che ci siamo posti – quali sono le condizioni perché questo avvenga?
Occorre accogliere l’azione di Dio in noi per farne gratuitamente dono e Sua rivelazione
La prima è che viviamo nella consapevolezza che c’è in azione nella nostra vita una forza più grande di noi, che c’è una presenza arcana, che c’è una ricchezza di vita che in noi può diventare dono da consegnare ai fratelli.
Questa è la prima condizione: che viviamo in questo orizzonte, quello che chiamiamo “orizzonte teologale”.
Quando allora ci raccogliamo in chiesa vogliamo rafforzare questa consapevolezza, alimentare questo criterio delle nostre scelte. Quindi vuol dire già alimentare i nostri desideri, alimentare i nostri pensieri, orientandoli in questa direzione. Se invece noi facciamo prevalere il nostro istinto, la volontà di apparire, il desiderio di dominare gli altri, la ricerca del nostro interesse, il nostro incontro diventa un incontro mercantile, di interesse e allora la comunità non diventa ambito di rivelazione di Dio, ma diventa appunto mercato.
La seconda condizione, conseguente, è che siamo accoglienti e offerenti gratuiti, cioè che esercitiamo questa funzione di offerta di vita gratuita che costituisce appunto i rapporti attraverso i quali Dio si rivela. Costituisce cioè la dimora di Dio, per usare la formula che abbiamo ascoltato di Paolo, o il tempio di Dio.
Quindi è necessario che ci sia questo atteggiamento di offerta e di accoglienza. E lo facciamo tra noi che siamo qui, ma per poterlo fare poi ogni giorno incontrando le persone: incontrando gli extracomunitari, incontrando i pellegrini, incontrando le persone che percorrono le stesse nostre strade: il prossimo, come diceva Gesù.
Questo poi rende la nostra città una comunità accogliente. E così possiamo dirlo dell’Italia e così via.
I nostri desideri e le nostre scelte orientano la comunità o al mercato o alla vita che cresce.
Alcuni stanno, per esempio, reagendo fortemente al nuovo progetto di legge nei confronti degli extracomunitari che appesantisce notevolmente le loro condizioni: debbono pagare 200 euro a persona ogni volta che rinnovano il permesso di soggiorno. Questa almeno è la proposta.
Il che vuol dire che noi ci stiamo chiudendo nel nostro interesse, disprezzando la presenza degli altri, non accogliendo i forestieri perché dobbiamo difendere il nostro benessere o la nostra identità o la nostra religione.
Si portano tanti motivi, a volte proprio di carattere sacro, e allora si fa proprio della Chiesa il mercato, perché ci si richiama a criteri religiosi per curare i propri interessi economici. È proprio l’opposto: fare della città il mercato e non la dimora di Dio. Ci sono dei periodi nella storia in cui questa decadenza appare con chiarezza maggiore. Sono stati tanti i periodi involutivi della storia.
Io spesso ricordo quando Benedetto ha raccolto alcuni laici per costituire piccole comunità: lo ha fatto proprio per costituire degli ambiti di dimora di Dio, cioè degli ambiti dove si vivessero i rapporti non per interesse. Lavorando, certo, ma per il bene comune e pregando per creare quelle relazioni che fanno crescere la dimensione spirituale.
E il monachesimo è diventato allora una forza di civilizzazione proprio richiamando questi principi; non per uscire dal mondo, ma per crearne uno nuovo.
Ora è certo che il nostro mondo, almeno la nostra società occidentale, noi la percepiamo come una cultura che attualmente è in una forma di degradazione, e anche le scelte politiche seguono questo orientamento. Allora è importante che noi coltiviamo ideali diversi e li diffondiamo intorno a noi anche vivendo i rapporti fra di noi.
Fare di noi stessi “tempio di Dio” rende presente Dio nelle nostre famiglie e nelle città.
Perché gli ideali che noi seguiamo, che mostriamo di difendere, sono quelli che costruiscono poi la nostra vita, per cui anche noi possiamo diventare tempio di Dio se costruiamo intorno a noi relazioni che rendono presente Dio nella nostra città, nelle nostre famiglie; se le nostre famiglie diventano quindi piccole chiese, come già diceva Giovanni Crisostomo con una formula che poi successivamente è diventata comune.
Anche le nostre famiglie possono diventare piccola chiesa se i rapporti vengono vissuti nell’orizzonte teologale, se il criterio fondamentale non è l’interesse economico ma la crescita dei figli di Dio. E così le nostre città. Capite allora anche l’importanza che ha il nostro modo di alimentare la vita sociale coi nostri desideri, coi nostri interessi, coi nostri ideali.
Chiediamo allora al Signore di essere consapevoli della responsabilità che abbiamo, perché noi rischiamo a volte di tradire il Vangelo credendo di fare il bene.
Chiediamo la luce per capire bene la portata delle nostre scelte, dei nostri ideali, delle informazioni alle quali ci apriamo, proprio per non diventare schiavi e quindi strumenti della città-mercato e diventare invece luoghi epifanici, ambienti luminosi, attraverso i quali l’azione di Dio fa fiorire forme nuove di misericordia, di perdono reciproco, di accoglienza, di rispetto delle persone, delle culture e delle religioni diverse.
Chiediamo al Signore che riusciamo anche oggi a fare della nostra Eucarestia un sacramento vivo della sua presenza e quindi uno strumento efficace della salvezza per tutti noi, ma soprattutto per tutti gli uomini
Questa omelia di don Carlo Molari è del 9 novembre 2008