
IL BENE COME RESISTENZA
Occorre una lettura saggia della realtà senza perdere di vista i cambiamenti che dipendono soltanto da noi
Intervista a Giovanni Grandi di Claudia Belleffi
Di fronte a scenari locali e internazionali che ci fanno toccare con mano un crescendo di violenza, il rischio è perdersi in una sottile e amara constatazione del male e fermarsi a questa.
Abbiamo chiesto a Giovanni Grandi di aiutarci a guardare con occhi diversi l’oggi.
«Non è semplice dire se ci sia un crescendo di violenza o se stia aumentando la coscienza che ne
abbiamo, anche a partire dalla narrazione pubblica che, questo certamente, si sofferma molto di più su
fatti spesso terribili. Vediamo le guerre, anche se non le esaminiamo quotidianamente tutte nella loro
evoluzione, e già questo ci fa capire quanto il nostro sguardo sia selettivo. Riceviamo ogni giorno notizie
di cronaca nera, che riempiono i notiziari, ma d’altra parte raccontano pur sempre una porzione delle vicende, ovviamente drammatiche, della nostra società. Solo per fare un riferimento, nel 2024 in Italia
si è registrato uno dei tassi di omicidio più bassi d’Europa (0,55), vuol dire 327 casi su tutta la popolazione, in diminuzione costante a partire dal 1991, anno in cui è stato registrato il picco di 1916 persone uccise (tasso 3,38). Eppure negli ultimi decenni la percezione di insicurezza è cresciuta, e tutti abbiamo l’impressione di vivere in una società più violenta.
Proverei perciò a leggere la questione al di là dei dati e delle percezioni, semplicemente osservando
che l’umanità si misura da sempre con lo scandalo della violenza, scoglio contro cui si infrangono molti
dei nostri desideri di pace. Lo stesso mito di Caino e Abele testimonia quanto preoccupasse anche gli
antichi la possibilità di uccidere persino qualcuno a cui si è profondamente legati, venendo in qualche
modo trascinati verso il gesto violento e dovendo, una volta rientrati in se stessi, fare i conti con un
male irreparabile uscito dalle proprie mani. Dunque sì, si rinnova anche per noi oggi la domanda su qualcosa che appare “incomprensibile”, ma che invece ha una genesi, che va rintracciata in tanti fattori ma
certo in primis cercando di capire meglio quel che accade “dentro” ciascuno e ciascuna, in quel “parlamento interiore” in cui le voci alle volte urlano, si sovrastano e riducono la stessa capacità di trattenere gesti e parole violenti».
Di fronte a questi scenari veniamo presi da un senso profondo di impotenza. Come affrontarlo?
«È vero, gli scenari che ci sovrastano, che siano quelli delle guerre internazionali o quelli delle
situazioni esistenziali ormai inestricabilmente complesse, spesso ci trasmettono un senso di impotenza.
Ma non deve essere motivo di scoraggiamento, quanto piuttosto di più attenta articolazione del quadro. Nessuno di noi possiede un potere illimitato, ma sempre circoscritto. Questo agli antichi era
chiarissimo: in morale non è mai chiesto di compiere l’azione “buona” in assoluto, ma sempre quella più
prudente, cioè quella che ad una lettura saggia della situazione e del potere a disposizione, risulta la più tendente al bene. Tanto il disimpegno quanto il velleitarismo sono prospettive che non fanno i conti responsabilmente con il potere a disposizione, che appunto può essere più o meno ampio. Dunque è utile partire da uno “screening” del proprio potere.
E certamente, lì dove comprendiamo che è troppo limitato rispetto alle situazioni, sappiamo che occorre aggregarlo socialmente e politicamente. In questo senso l’impotenza che sentiamo chiama in causa anche la nostra stessa capacità di rispondere comunitariamente al male, e la nostra partecipazione alla vita politica».
Quali le strade, i passi, le scelte per continuare a restare umani? Per ritrovarsi in un’umanità che non dimentica orizzonti come la giustizia, la solidarietà, la fratellanza?
«Occorre anzitutto individuare strade, passi e scelte che siano in nostro potere, come singoli e come comunità.
Vuol dire fermarsi e comprendere quali cambiamenti, e quali forme di resistenza alla violenza dipendono da noi, e da noi soltanto, dalla nostra decisione di attuarli. È possibile che siano piccoli, quotidiani. Questo non li rende affatto inutili, li rende al contrario più efficaci, perché è nel rinnovo fedele di gesti diversi nel campo delle relazioni ordinarie, specie di gesti di non-violenza, che avvengono i cambiamenti culturali. Mi pare che una buona ispirazione oggi possa venire a vari livelli dall’ambito della Giustizia Riparativa, da quella possibilità cioè di riprendere in mano i conflitti che sono degenerati in parole o gesti lesivi per comprendere insieme cosa è capitato tra le parti, letteralmente “cosa ci è preso”, per ascoltare le sofferenze che ne sono derivate, per chiedersi quali siano le esigenze di riparazione per tutti coloro che hanno patito il male, per stabilire come fare, con il potere rimasto e con i suoi limiti, a ristabilire dignità e sicurezza per tutti. I conflitti sono fisiologici, la loro degenerazione violenta non lo è ma accade. Scoprire che anche qui si può coltivare il seme dell’incontro e di una nuova convivenza mi pare sia importante».
Quindi c’è futuro per una società che possa ancora dirsi “umana”?
«Un grande autore del Novecento, Jacques Maritain, ha scritto una volta un’utile riflessione sulla filosofia della storia, proprio interrogandosi sul futuro e sulla nozione di “progresso”, che in certe epoche non lontane è sembrato delinearsi nel senso delle “magnifiche sorti e progressive”. Maritain invitava a meditare sulla parabola del grano e della zizzania come chiave di lettura: finché corre la Storia, il bene e il male crescono misteriosamente insieme. Crescono entrambi, e a tratti, in questo o quel contesto, vediamo di più il primo oppure il secondo. Tuttavia, almeno nella comprensione cristiana della vita e dell’umano, la Storia ha già trovato la sua ultima parola, ed è una parola di salvezza. Dove appare molto il bene allora, occorre rimanere vigili, e non chiudere gli occhi pensando che non ci siano in giro situazioni di degrado da provare a risanare. Viceversa, dove lo spirito di un’epoca enfatizza il male, occorre non perdere di vista il bene che sta sbocciando, anche e proprio in termini di umanità. Forse questa è maggiormente la misura della nostra epoca occidentale: non è una questione di ottimismo o del proverbiale “bicchiere mezzo pieno”, ma di capacità di leggere i segni dei tempi, di raccogliersi come comunità per farlo, di trarne motivi di speranza. E di impegno del potere che, sempre e sia pur in misure diverse, la libertà umana ha a disposizione».
GIOVANNI GRANDI è professore ordinario di filosofia morale e vicedirettore del dipartimento di scienze politiche e sociali dell’università di Trieste.