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La vita grande

VIVERE LA VECCHIAIA DA ARTISTI

È accogliere con creatività e spirito il cambio di stagione senza combatterlo

Nel corso della storia la visione degli anziani ha oscillato tra il rispetto per la loro saggezza e l’ammirazione per la fortuna di aver vissuto una lunga vita, fino al disprezzo per la vecchiaia e le sue conseguenze.

Qual è oggi la realtà degli anziani? Quali sono i bisogni, i desideri, come percepiscono quest’ultimo tempo a loro dato? Ne parliamo con la dottoressa Paola Ciani, che attualmente si occupa della salute degli anziani dentro e fuori le Rsa. Fin da piccola ha sempre avuto il desiderio di lavorare in campo medico. «Terminata la scuola dell’obbligo, all’età di 12 anni, avevo un forte desiderio di diventare ostetrica. Terminata la terza media decisi di frequentare il liceo classico per poi iscrivermi alla facoltà di medicina e diventare quindi ostetrica. Presto mi allontanai da questa scelta; il corso di laurea, frequentato con tanto entusiasmo, mi apriva svariati percorsi. Avevo la fortuna di avere sia i nonni paterni che quelli materni. Ero loro molto affezionata, avevo il culto per loro: mi esortavano, incoraggiavano, gioivano immensamente dei miei successi. Col tempo, dalle specializzazioni conseguite (farmacologia, rianimazione e poi corsi di medicina interna) cercavo di trarre tutto ciò che c’era di buono e di bene per loro, quindi per gli anziani. Nel lavoro svolto durante la vita lavorativa ho avuto non solo i nonni, ma tantissimi anziani, ed ero molto felice di dedicarmi a loro. Fare il medico non è una cosa semplice, richiede molta competenza, un aggiornamento continuo e una buona dose di capacità decisionale.

Ma quello che conta soprattutto è la presenza, una presenza che trascende la fisicità e diventa umana, emotivamente coinvolgente.» Cosa regala la professione di medico? «Mi regala cose che ben pochi altri lavori sono in grado di dare, non come busta paga, ma in senso etico e spirituale. Mi avvicina al mistero della vita e della morte; mi regala la sacralità del corpo. Col trascorrere degli anni ho visto cambiare molte cose, in meglio e in peggio. Sono cresciute le aspettative, ma anche aumentate le difficoltà e complicati i percorsi.

Le linee guida sono tante e così pure i protocolli, ma ogni paziente è unico. Il paziente racconta soltanto al medico cose che non ha detto agli altri. Ti fa vedere il suo corpo, la paura, la vergogna. Questa è fiducia, e capisci quanto vale la persona con cui ci si può confidare.

Assisti a nascite, guarigioni e morti nella stessa giornata, sei sempre sul confine tra ciò che possiamo controllare e quello che ci supera. Così comprendi che non puoi essere padrone di tutto e che medico e malato si tengono per mano davanti all’ignoto. È spiritualità senza incenso; capisci quanto sia miracolosa la normalità. Ma nella sostanza, il cuore di questa attività è rimasto invariato: si tratta sempre di un incontro fra due persone; da una parte chi chiede aiuto, dall’altra chi ha il dovere e, soprattutto, il privilegio di offrirlo. La vocazione ti prende tutto e ti dà tutto. » C’è differenza tra curare la malattia e curare il paziente che ha quella malattia.

«Questa consapevolezza è la gioia più grande, il dono più grande. Ho sempre vissuto la medicina come una missione, in cui il rapporto medico-paziente è fondamentale, non nel mero senso del termine, ma come qualcosa che dà orientamento, significato, identità.

Fare una diagnosi, intuire e capire un problema, riuscire a trovare il modo più efficiente per risolverlo potrebbero sembrare una banale routine quando ripetuti tutti i giorni, ma fortunatamente per me, e mi auguro per gli altri colleghi, non lo sono perché ogni paziente ha la sua storia clinica e ogni incontro, ogni esperienza, è assolutamente irripetibile.» Cosa significa diventare vecchi? «Tanto si dice e moltissimo è stato detto a tal proposito.

I miei primi pensieri iniziano ricordando gli incontri con Cicerone e Seneca sulla vecchiaia: “La vecchiaia è il compimento della vita, l’ultimo atto della comme dia, la vita che acquista valore perché raccoglie tutto ciò che l’ha preceduta”. Ancora Seneca: “Amiamo e apprezziamo la vecchiaia perché è piena se si sa come usarla”. Cicerone invita a guardarla come il naturale compimento della vita, una stagione che acquista valore proprio perché raccoglie tutto ciò che l’ha preceduta.

Seneca, invece, ricorda che nessuna età è ricca di per sé, ma lo diventa solo se impariamo ad usare bene il tempo che ci è dato. Una visione completa l’altra.

La vecchiaia è la fase finale della vita in cui si trovano pace e saggezza, non peso da temere. Marco Aurelio nei suoi scritti dà l’immagine dell’oliva che, giunta a perfetta maturazione, si stacca dal ramo senza forzature. Allo stesso modo il saggio accetta la vecchiaia e la morte non come una tragedia, ma come il compimento di un processo naturale. L’oliva non cade per disperazione, ma “benedicendo la terra che l’ha prodotta e ringraziando l’albero che l’ha generata”.

Anche se l’età anagrafica non corrisponde sempre a quella biologica, diventare vecchi è un po’ cambiare stagione: stesso albero, ma con foglie diverse e radici più profonde. Nel corpo: perde potenza, ma guadagna in ascolto. Nella testa: meno futuro, ma più profondità. Da giovane il tempo è una pianura infinita, da vecchio diventa una clessidra: i granelli scendono. Nelle relazioni: custodisci, diventi memoria per chi viene dopo. Accetti che il tuo ruolo sia cambiato, non più al centro dell’attenzione, della scena, ma sei quello che tiene accesa la luce dietro le quinte. Spiritualmente: se è vero che ti viene tolta la forza, la bellezza, l’autonomia, le persone care, ma è anche scoprire chi sei senza “trucchi”.» Come vivere, quindi, il tempo della vecchiaia? «Troppo a lungo abbiamo visto questo periodo della vita come fosse il preludio alla fine, un lento e malinconico congedo. Invece riscopriamo oggi che la vecchiaia si manifesta come un tempo sorprendentemente nuovo, disponibile, fecondo. Non è la stagione del declino, ma della trasformazione. È il tempo in cui, finalmente, si torna ad appropriarsi della propria vita. Si può essere felici anche a settant’anni perché è proprio lì che nasce una felicità nuova, più essenziale e libera dalle pressioni delle prestazioni a tutti i costi, dallo sgomitare per farsi largo, dalle maschere da indossare. Non c’è più nulla da dimostrare, se non render conto a se stessi. Si è finalmente liberi di vivere. Oggi, grazie ai progressi della scienza e alle migliori condizioni di vita, viviamo di più e meglio, ma ci sono anche delle ombre e queste sono rappresentate dalla solitudine. In Italia gli anziani soffrono di isolamento più che nel resto d’Europa. Molti non hanno nessuno a cui chiedere aiuto, tanto meno condividere un pensiero. Un silenzio che pesa più delle rughe, dei dolori articolari e della memoria che vacilla. La solitudine non è solo un sentimento: è un vero e proprio fattore di rischio per la salute; alimenta la depressione, indebolisce il cuore, accresce il rischio di morte, tanto che una buona percentuale di suicidi riguarda persone anziane. Non è la vecchiaia che uccide, bensì l’abbandono. A questo si accompagna il solito refrain che dice “Se sei vecchio, sei inutile”. Si è visto lampantemente durante la pandemia, quando si sceglieva chi salvare e chi lasciare andare, tracciando un profondo solco generazionale.» Lei dice che esiste ancora l’idea dell’anziano come un peso.

«Certo! Gli anziani invece non vanno lasciati soli, ma ascoltati, coinvolti, “spremuti” per ciò che possono trasmetterci.

La società deve iniziare a guardarli come una risorsa preziosa piena di energia, conoscenze, valori. Dobbiamo restituire ai nostri anziani un ruolo nella società, nei legami familiari, nella vita. L’età non deve essere un limite, ma una nuova opportunità.» Da sempre i giovani hanno bisogno degli anziani e viceversa…

«I giovani hanno bisogno dello sguardo consapevole dei vecchi, dei loro errori e delle loro vittorie. Un proverbio africano dice: “Il giovane cammina più veloce, ma l’anziano conosce la strada.” Il giovane incarna la forza e la velocità, ma l’anziano conosce la direzione.

Il vero progresso nasce dall’incontro tra queste due dimensioni: la spinta del giovane e l’orientamento dell’anziano. Allo stesso modo, gli anziani vanno incoraggiati a prendersi cura di sé, con quell’ottica di invecchiamento attivo finalizzato ad un invecchiamento in salute. Smettere di fumare, ridurre o eliminare l’alcol, mantenere un peso sano e muoversi ogni giorno sono scelte che fanno la differenza. Continuare a imparare e a essere curiosi tiene la mente viva. E soprattutto, investire nelle relazioni è il vero segreto del benessere: legami autentici sono i mattoni più solidi della felicità. Vivere la vecchiaia come artisti: accogliere il cambio di stagione senza combatterlo.» Come è o dovrebbe essere il rapporto con il tempo che si ha a disposizione da anziani? «Il tempo in questa stagione è il lusso più grande perché è letteralmente contato. Il corpo rallenta per costringerti a guardare in profondità; l’ego si spegne per lasciare spazio all’essenziale. Quindi usarlo non con la lista di cose da fare, ma per quello che ci sta a cuore. Mai combattere, significherebbe avere a che fare con una malattia. Mentre tiene il corpo in movimento, l’anziano deve diventare maestro, mai nostal gico, mentre racconta, ascolta, così la sua esperienza preziosa non si limita a prediche patetiche. Lui è il custode del fuoco e tenendo acceso il suo fuoco fa in modo che gli altri si avvicinino per scaldarsi. L’invecchiamento attivo non è un’utopia, ma una scelta quotidiana.

Ogni passo verso una vita più sana, consapevole e connessa è un dono al proprio futuro.

Serve una nuova visione condivisa: una cultura che non fugga la vecchiaia, ma la onori; che la protegga dalla solitudine e ne celebri la bellezza; che offra strumenti per un benessere globale e olistico. Invecchiare è il privilegio dei vivi. E può essere una stagione di grazia, profondità e stupore.» Quali sono i rischi più grandi che si corrono da anziani? «I maggiori rischi includono cadute e incidenti domestici; perché con l’età si perde un po’ di forza nei muscoli, l’equilibrio fisico non è come prima. La vista e i riflessi sono meno pronti, le malattie croniche, come problemi di cuore, diabete; complicanze da malattie respiratorie, come bronchiti, polmoniti gravi; disidratazione perché l’anziano perde la naturale percezione della sete. Isolamento e solitudine costituiscono un vero e proprio rischio per la salute che amplifica il dolore fisico e mentale. Ci sono poi le truffe! Gli anziani sono un bersaglio se vivono da soli, se hanno la pensione fissa e se si fidano. Le truffe tipiche sono quelle dei finti operai, finti nipoti al telefono, contratti luce, gas porta a porta. Aspetto ulteriore sono gli incidenti domestici. Ad esempio il gas lasciato aperto, la pentola dimenticata sul fuoco. Alla fine non prevale tanto la paura di morire quanto quella di “diventare un peso”. Tutto quanto citato sopra porta l’anziano a questa conclusione se non preso per tempo.» Come aiutare i propri cari a vivere questo tempo importante e ancora ricco? «Aiutare un anziano a vivere bene questo tempo è uno dei doni più belli che si possa fare. Dovremmo identificarci con un vecchio per aiutarlo affinché viva in pieno la sua stagione. Nel Levitico 19,32 leggiamo “Onora la faccia del vecchio”, purtroppo tutti si difendono in modo affannoso, preventivo da questa identificazione.

Tutti vogliono apparire giovani e molte idee malate si sono diffuse sulla vecchiaia. Va combattuta, con dieta, palestra, profumeria, chirurgia cosmetica… La faccia del vecchio è verità. La faccia trattata chirurgicamente lascia trasparire la mancanza di coraggio nel presentarsi con le proprie caratteristiche fisiche. L’identificazione autentica è dirsi: “Cosa vorrei che mi venga fatto quando avrò 85 anni?”. Quindi far sentire un anziano ancora importante, dimostrandogli che conta adesso. Chiediamogli consigli, affidiamogli responsabilità, coinvolgiamolo nelle decisioni. Deve sentirsi utile, amato, autonomo per quanto possibile.» Com’è la sua esperienza nelle Rsa? «Le regole d’oro non scritte, ma dettate dal senso di empatia con l’anziano, mi vedono attiva nell’ascolto delle diverse problematiche, presente nella relazione interpersonale e di supporto nei momenti di abbandono, di malinconia, di paura del proprio futuro. La stimolazione della mente attraverso letture, giochi di memoria, enigmistica e altro gioca un ruolo fondamentale nel rallentare i processi involutivi tipici della vecchiaia; così come organizzare le visite di parenti e amici, oppure chiedere al momento opportuno dei piccoli aiuti per farli sentire ancora vivi, partecipi, utili.

Ho esperito la carezza con gli ospiti della struttura: in quel gesto percepiscono che noi siamo lì per loro.

Quella carezza che li sfiora, li tocca è come se li facesse rinascere; una carezza pura, gratuita, non inquinata da secondi fini, illumina i loro volti. Questo vale ovviamente anche per tutti gli anziani, da quelli autonomi a quelli privi di qualsiasi autosufficienza e, nei casi di demenza, le carezze agli anziani sono una delle forme di cura più potenti che abbiamo, e spesso sono anche le più dimenticate. Sovente è l’unico canale rimasto per dire ci sono, vali, esisti. Molti anziani soli o in Rsa possono trascorrere intere giornate senza un contatto umano vero. La carezza rompe quell’isolamento sensoriale, la carezza allevia anche il dolore; non toglie ovviamente la malattia che lo causa, ma distrae il cervello e rende più sopportabile il dolore. La carezza riattiva i ricordi. La cura vera sta nella capacità di tenersi nelle mani e negli occhi reciprocamente.

Quando pensiamo ad aiutare gli anziani, a prendersene cura, l’immaginario ci porta ad un’azione concreta da mettere in campo, in primis il medico. In parte è vero, una cura bellissima è la capacità di tenersi nelle mani e negli occhi reciprocamente anche se l’aiuto, la cura sembrano essere inefficaci rispetto alla sofferenza, comunque è presenza, è condivisione.» Quale valore aggiunto ha in sé l’anziano? «L’anziano è un vero valore aggiunto, incommensurabile, sia fisicamente che spiritualmente. Spesso ce ne accorgiamo solo quando manca o viene a mancare.

È memoria vivente della famiglia: identità, radici, esperienza; è tempo lento in un mondo veloce: ascolto, pazienza, priorità; è welfare gratuito che tiene il nostro paese: aiuta a crescere i nipoti; è caregiver lui stesso (col coniuge malato, con i figli con disabilità), lavora nel volontariato, manda avanti servizi che i comuni non coprono più; ha competenza, sa gestire le crisi. È veramente resiliente; ha una sua rete sociale ormai da tanti anni. È la prova vivente che si può vivere bene anche con dei limiti.» E la spiritualità nell’anziano? «L’aspetto spirituale non è un rifugio, ma una forma di “nascita dall’alto”. È una stagione in cui, riducendosi le forze fisiche, lo spirito si libera per concentrarsi sulla ricerca di senso, sul bilancio della propria vita e sulla trasmissione della memoria e dei valori alle nuove generazioni.

L’avanzare dell’età porta a ridimensionare le proprie priorità. Si impara a distinguere ciò che è superfluo da ciò che conta davvero, come gli affetti, le relazioni, l’essere presenti, favorendo una maggiore generosità e apertura verso il prossimo. Nella società la figura dell’anziano ha un valore sociale e spirituale insostituibile: fa da ponte tra le generazioni, offre ascolto, saggezza e un amore più semplice e disinteressato.

» Quindi quali sono secondo lei le strade per valorizzare questo patrimonio? «È fondamentale promuovere l’incontro tra le generazioni e integrare gli anziani come risorse attive.

Questo si traduce nel favorire il tutoraggio lavorativo per tramandare le competenze; promuovere il volontariato e l’impegno civico; sostenere la loro partecipazione sociale attraverso circoli e centri ricreativi.

Fondamentale è il dialogo intergenerazionale: creare spazi in cui giovani e anziani possano collaborare è vitale per prevenire l’isolamento e abbattere gli stereotipi.

Iniziative come i “nonni vigile”, il supporto scolastico o i progetti di co-housing permettono di unire l’energia dei giovani con la memoria storica e la stabilità emotiva degli anziani. Andrebbe favorita poi la condivisione delle competenze e dell’economia. L’esperienza accumulata in decenni di lavoro è un patrimonio inestimabile. Le aziende possono valorizzare i dipendenti over 65 attraverso ruoli di consulenza o di affiancamento ai neoassunti. Oltre il lavoro retribuito, il volontariato in associazioni culturali o di quartiere permette agli anziani di rimanere protagonisti della vita comunitaria. Il contrasto alla solitudine può avvenire attraverso la tecnologia L’isolamento è uno dei maggiori rischi per la salute mentale. Iniziative di digital literacy, come corsi specifici per usare smartphone, tablet e social media, permettono agli anziani di rimanere in contatto con le famiglie lontane e di accedere ai servizi online. La cura passa anche per il mantenimento delle capacità cognitive e fisiche. I centri ricreativi, i corsi di ginnastica dolce, i circoli di lettura e i laboratori creativi sono strumenti fondamentali per preservare l’autonomia e migliorare l’umore.»