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La memoria genera futuro

UN DOMANI DA COSTRUIRE

Dalla lettura e analisi del passato, nel presente si crea un’attesa di futuro

Relazione di Gianfranco Brunelli (direttore responsabile della rivista Il Regno) al convegno estivo

Il tema della memoria è un tema di sempre, diverso a seconda dei periodi storici in cui ci si trova a vivere.

È un campo davvero infinito. Credo che la chiave storica sia quella che meglio ci aiuta a capire di cosa noi parliamo, soprattutto rispetto a una situazione, come quella attuale, che è attraversata da una sorta di perdita della memoria. Si perde la memoria per molte ragioni: personali, psicologiche. Si tende a cancellare qualcosa del passato che magari è assolutamente drammatico e che si vuole rimuovere in qualche modo. Si tende a dimenticare perché vengono meno i testimoni e, quindi, una fonte di conoscenza di un’esperienza positiva o negativa, soprattutto in genere emotiva. Si tende a dimenticare il passato perché crollano sistemi interpretativi, ma anche narrazioni, racconti condivisi da generazioni, col passare del tempo, con eventi nuovi che la storia ci mette di fronte e quelle narrazioni, quei racconti perdono, in qualche modo, di significato.

Si può perdere la memoria, perché con le nuove rivoluzioni, a cominciare da quelle che oggi noi viviamo – le tecnologiche, ad esempio – si ha l’illusione o la volontà di credere che si possa fare a meno del passato e si possa persino fare a meno del futuro.

Ci troviamo in una condizione che potremmo definire di presentismo. Il presentismo è una definizione del tempo: è come dire che non c’è più chronos, il tempo che scorre. Venendo meno questo, per chi ha una radice cristiana, viene meno anche il kayròs, cioè viene meno un tempo particolarmente significativo, decisivo per la vita, per la storia, che ha a che fare intimamente con la storia della salvezza.

Il tema, quindi, della memoria è l’unico tema. Non ce ne sono altri. Prendiamo, ad esempio, il Novecento, definito “secolo breve” da Eric Hobsbawm, perché era stato caratterizzato fondamentalmente dallo scontro fra il comunismo e capitalismo e dunque le date di periodizzazione di quel secolo erano quasi obbligate: la prima guerra mondiale e il crollo del regime sovietico. Questo ci dice metodologicamente una cosa molto importante che il 900 è stato lo scontro fra il tentativo dell’ideologia comunista e il tentativo di una riforma continua interna.

Se io assumo metodologicamente questa tesi, dico una cosa molto precisa e cioè che il giudizio che io do sulla storia è in parte un giudizio a posteriori e in parte è anche una tesi, cioè una forma ideologica, un principio narrativo. Se ne possono trovare altri.

La cosa interessante è l’idea di una periodizzazione.

Prima del Novecento non era capitato affatto che si periodizzasse sui secoli Il XVIII° e il XIX° non avevano vissuto l’esigenza di un giudizio in termini temporali legati al secolo. Il Novecento invece si pone come ’900: pensiamo alle avanguardie artistiche e politiche, alcune di queste si chiamano “’900”, fondano delle riviste che si chiamano Novecento. Nel fare questo, si contrappongono all’Ottocento, che deve essere superato.

Il futurismo ha fatto un’operazione di questo tipo. Il movimento che noi definiamo “decadente”, e in parte lo è stato, del dannunzianesimo ha fatto questa scelta di letteratura. Quindi l’idea fin dall’inizio potremmo dire del ’900 era la necessità di rapportarsi al passato con un giudizio su quel passato.

Questo capita anche oggi, sotto diversi nomi: ad esempio, una delle ideologie imperanti – la cancel culture – che vuole eliminare tutti i manifesti, i manufatti, le cose accadute in precedenza e giudicati sbagliati. Quindi abbattiamo i monumenti e non esponiamo al Metropolitan di New York i vasi greci dove è evidente un rapporto omosessuale: sono queste operazioni atte a cancellare la cultura come definizione della Storia. È una sorta di giudizio sul passato. Ci si dimentica che, in realtà, la Storia è un processo aperto, a tal punto che, sotto lo sguardo del tempo che passa, nel giudizio che io do del passato, descrivo l’attesa del futuro.

C’è una politica della storia. E non è una cosa neutra, c’è un’intenzione molto precisa: ogni presente sceglie un proprio passato, come criterio di legittimazione di se stesso. Ci sono casi addirittura conflittuali.

Faccio un esempio storico preciso: Salò, negli anni definitivi del regime fascista. Qui assistiamo a un paradosso, il ritorno della Repubblica cosiddetta sociale di Mussolini, nel momento in cui una gran parte della Resistenza si rifà ai valori mazziniani. Quindi in ogni presente che noi viviamo, nella lettura del passato che noi diamo, non abbiamo una consapevolezza piena della storia, ma è una scelta di un passato perché quel passato diventa la legittimazione di tipo ideologico, in genere, del mio presente del mio agire, del mio essere nella storia.

C’è un altro aspetto che all’inizio del ’900 diventa decisivo, potremmo dire che nasce a destra, ma poi finisce a sinistra, ed è quello di immaginare la storia non come principio di conoscenza o solo come principio di conoscenza, ma come azione, quindi conferire al significato della storia un significato attivo di azione concreta. È un’intuizione, un’esigenza anche strumentale che nasce certamente a destra, ma poi finisce tranquillamente a sinistra, cioè è trasversale.

Io non posso semplicemente studiare il passato, io devo agire: la storia è un elemento attivo di proiezione, pro-azione nei confronti del mio presente verso un qualche futuro che io dichiaro essere il futuro verso cui l’umanità deve andare. Queste sono le ideologie che hanno fatto questa operazione. In parte è un’operazione legittima, persino necessaria. Tutti noi viviamo, agendo in qualche modo, e cerchiamo di portare le cose in cui crediamo nelle nostre professioni, nel volontariato, nelle azioni che svolgiamo. Immaginiamo di farle e legittimamente, anche per modificare una situazione esistente. Ma questo ha la sua parte di negatività. Naturalmente, perché dentro quest’ipotesi di lavoro, noi mettiamo anche il giudizio: deve essere come diciamo noi e, solo se è come diciamo noi, ha un significato universale. Cioè, noi non immaginiamo un’azione personale limitata, ma un’azione che abbia un significato per tutti, universale.

Uno storico molto importante che si è occupato soprattutto del Medioevo, ma non solo, Marc Bloch – un ebreo maxista critico e criticato dal marxismo stesso, morto ammazzato dai tedeschi perché partecipante alla resistenza francese – ha una definizione che è molto importante su questo tema. C’è un andirivieni parallelo fra la causa e gli effetti. Quindi quando guardiamo il passato noi lo giudichiamo in base alle necessità del presente. Questo è un classico, soprattutto nel ’900, e ancora oggi. Naturalmente questo porta alla necessità di alcuni giudizi perché è chiaro che non cambia un fatto del passato. Ci sono i fatti, quelli non cambiano, ma cambia l’interpretazione.

Nel cambiamento dell’interpretazione di quel fatto cambia anche la percezione di quel fatto, cambia la mia attesa del futuro. Questo è un elemento fondamentale.

Sto facendo un po’ di metodologia storica, ma è necessario perché noi partiamo appunto da una situazione di presentismo in cui tutto lo possiamo risolvere qui e ora: è questo è il comandamento di oggi, il domani è un’altra cosa. Ma questo “io qui e ora”, che le tecnologie e l’intelligenza artificiale, i media e i social media in particolare, spingono fortemente, è un tratto anche di forte individualismo fino al rischio che ci sia un individualismo senza individuo, con una crisi della persona come tale.

Quindi, con una sorta di involuzione, potremmo dire, ma questo è già un giudizio C’è una politica della storia, c’è un’interpretazione politica di ciò che è accaduto. Ad esempio, dopo l’anno che per Hobsbawm è un secolo breve, nel 1989 – l’Unione sovietica crolla definitivamente nel ’91 – l’abbattimento del muro di Berlino rappresenta un luogo simbolico. Tutta quella che era stata la storia precedente cambia di senso. In tutto il periodo della guerra fredda si è immaginato, soprattutto nei regimi comunisti, dove la dittatura comunista sembrava insuperabile, che il Cristianesimo sarebbe finito in quelle zone. A tal punto che, immaginando la fine della presenza della Chiesa nei paesi dominati dal comunismo, per la necessità pastorale si dovesse addirittura operare a ordinare donne preti o preti sposati perché, di fronte a una necessità estrema, in cui viene a mancare la materia prima e ci si trova in uno stato d’eccezione, si agisce in maniera del tutto eccezionale. Il caso della Cecoslovacchia è emblematico, poi risolto, ma ancora di più nel passaggio di pontificato fra Giovanni XXIII, che aveva aperto all’Ostpolitik, e Paolo VI, che la mantiene sostanzialmente nel tentativo di dialogare nonostante tutto, c’è però la consapevolezza, dopo il 1963 e ’64-’65, non dico una certezza, che l’orizzonte dell’Est europeo, non cambierà.

C’è un giudizio sul presente e molto forte. Dopo l’’89 quel giudizio viene ridimensionato perché sta cambiando tutto. Quella Storia diventa fra parentesi, anche se manterrà degli effetti a lunghissimo periodo.

Faccio un esempio meno divisivo: la Prima guerra mondiale e gli effetti culturali, morali, ideologici, politici, persino nella letteratura, su tutte le generazioni che la vissero. Durarono per molti anni dopo. Oggi possiamo dire che il periodo dal ’45 all’’89, messo fra parentesi, ci ha persino fatto intravedere un ritorno al periodo precedente, cioè a quello delle nazioni, alla costituzione delle nazioni prima della prima guerra mondiale, e soprattutto della Seconda guerra mondiale.

Noi abbiamo un presente che agisce sul passato.

Anche dal punto di vista storico il passato non muore mai. E abbiamo un presente che, a partire dalla lettura che fa del passato che sceglie o in generale del passato, descrive una dinamica del futuro, un’attesa del futuro. Questo è un elemento fondamentale. Ciò che nel ’900 di nuovo si è verificato e non era prevedibile, se non nei sogni, è stata l’opera della costruzione dell’Europa. Questa non era prevedibile perché le due guerre mondiali erano state causa e causate in qualche modo dalle divisioni profonde interne all’Europa.

Ma nel 2019 la Commissione europea ha sentito la necessità, avendo conferito a una commissione di storici un lavoro importante, di redigere la risoluzione Sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa in cui si rilegge la storia europea.

Si fa un’operazione politica, nella consapevolezza che una parte di quel passato è bene non si ripresenti più. Nel 2019, ad esempio tutta la storia russa è già così profondamente cambiata che ha già messo le premesse per quella che è oggi la guerra di invasione sovietica. Nel 2019 c’è già tutto perché nel 2007, alla Conferenza di Monaco, Putin, invitato assieme ai paesi occidentali, ha fatto un discorso durissimo sull’allargamento della Nato e ha abbandonato i tavoli di confronto. Nel 2008 scoppia il conflitto con la Georgia, nel 2014 con la Crimea. Putin ha cambiato il giorno della festa nazionale dal 7 novembre, memoria della rivoluzione russa, al 4 novembre, data in cui nel 1612 le truppe zariste cacciano i polacchi e si riprendono Mosca e un pezzo della sovranità russa. Quindi il riferimento è a riprendere le radici zariste, mantenendo alcuni simboli che il popolo russo aveva vissuto. In questa rilettura molto importante che l’Unione Europea fa c’è anche uno spostamento significativo della data di inizio della Seconda guerra mondiale: non più l’invasione della Polonia, ma il patto Molotov-Ribbentrop, patto di accordo di divisione dell’Europa fra due dittatori. La Russia avrebbe preso Finlandia, Lestonia, Lituania, Lettonia e un pezzo della Polonia, quello che poi in parte è stato nella Guerra Fredda. Non a caso a partire solo dal 1941 i russi chiamano la Grande guerra “patriottica”, quella cioè della cacciata dei tedeschi nazisti dopo l’occupazione dell’Operazione Barbarossa e poi l’allarga mento verso ovest dell’impero sovietico. Gli Stati Uniti vivono oggi, in maniera totalmente diversa, un processo abbastanza simile da questo punto di vista. Ci sono tre grandi miti che hanno a che fare con la cacciata degli inglesi dal territorio allora ridefinito nel 1776 a cui segue la Costituzione che viene redatta esattamente a partire da quegli eventi rivoluzionari. Questa è una parte del mito fondativo americano. La seconda parte del mito fondativo americano è che il fuoco americano sia il nuovo Israele e quindi la conquista della Terra promessa e la definizione di una sorta di elezione del popolo americano. Il terzo mito fondativo è l’espansionismo. Così come per la Russia verso Ovest, gli Stati Uniti verso l’Est. Quando Kennedy, immaginando una storia diversa da questa, ridefinisce questi miti in chiave di rinnovamento, diremmo progressista – anche se progressista è oggi troppo ambiguo da usare perché si definiscano bene i contorni di quel che vogliamo dire –, immagina la nuova frontiera.

Ma la nuova frontiera sono i diritti umani, non è l’eliminazione dei popoli delle tribù indiane e l’espansione.

Con Trump noi vediamo e viviamo una ridefinizione dei miti fondativi degli Stati Uniti. La Costituzione rimane come evento mitico fondativo, fondamentale là dove la cultura woke, che è la cultura radicale che vuole cancellare una parte della storia degli Stati Uniti, trovando altri elementi costitutivi di quel paese, bypassa la Costituzione americana e guarda direttamente alla prima nave che nella metà del ’600 arriva nelle coste americane.

Se il parametro del mito fondativo è un altro, la mia storia diventa diversa. Il nuovo mito, quello degli anni ’50 del ’900 è un’America bianca, dove il tema è l’immigrazione, i neri e la difficoltà dell’integrazione completa.

Un’America bianca, legata a una visione del Cristianesimo che non a caso papa Leone XVI mette in crisi rispetto all’autodefinizione cristiana di Trump perché è una definizione ideologica. La nuova frontiera è incrementare la forza nell’America e piegare tutti gli altri al proprio destino. Questo è il mondo maga, una rilettura del passato per costruire un futuro che, dal mio punto di vista, è del tutto inquietante.

Naturalmente, dentro questa rilettura del passato, che ha un’intenzione politica verso il futuro ci stanno molte altre cose. Se c’è una figura che definisce come sistema il ’900 nel cuore dell’Europa è lo sterminio degli ebrei. Questo è un elemento assolutamente fondamentale per la storia del mondo e della Storia del ’900 perché dentro quello sterminio c’è un ulteriore paradigma: l’antisemitismo, che era chiaro di fondo, ma c’è anche qualcosa di altrettanto inquietante e cioè la dissociazione fra lo sviluppo tecnologico e lo sviluppo umano perché i campi di concentramento funzionano benissimo e si applicavano tutte le tecnologie moderne che si potevano applicare. Allora è avvenuto nel cuore dell’Europa la dissociazione fra lo sviluppo umano e lo sviluppo tecnologico, una sorta di modernizzazione senza modernità, a carico della determinazione dell’idea genocidiaria del regime hitleriano. Vi sono altri episodi di questo tipo, soprattutto dopo il patto Molotov- Ribbentrop verificati in Polonia e poi con le dittature capaci a costruire campi di lavoro, come ad esempio i khmer rossi in Cambogia negli anni ’70. Quindi diciamo che il tema dell’antisemitismo, come tema ideologico e direi teologico, ha dietro anche questa separazione, che diventa per noi oggi persino più urgente e interessante della separazione fra lo sviluppo umano e lo sviluppo tecnologico perché ci pone delle domande sul futuro.

Esaminando il nostro passato, non sto stigmatizzando in negativo lo sviluppo tecnologico, pongo la domanda del rapporto fra il poter fare e la libertà della crescita della coscienza personale. Questo è il punto. La fine di quel secolo breve ma intenso c’è nella definizione specifica che ne dava Hobsbawm ma oggi esiste certamente una tentazione di ritorno ai nazionalismi e si chiama sovranismo. Questa tentazione non è immune da conseguenze perché se l’Europa si sviluppa, regge, ma regge solo se si svi luppa, se non si sviluppa non regge. Quella è una risposta in chiave democratica ai problemi che la crisi della democrazia pone e che molte potenze a livello mondiale sono intenzionate a risolvere non in chiave democratica ma in chiave autoritaria.

C’è ancora crisi profonda della democrazia che ha tante radici, ha nature diverse a seconda dei Paesi, ha a che fare con lo sviluppo fortemente finanziario dell’economia capitalistica, con una globalizzazione non gestita o gestita male, con una regressione, un arretramento culturale per cui dalla politica si passa alla forza, all’idea di potenza del primato della forza rispetto alla politica come gestione, come moderazione della forza stessa. Ha a che fare con una comunicazione immediata, globale istantanea che rende difficile una mediazione culturale rispetto agli eventi e brucia la possibilità di reagire in maniera consapevole. Sono una serie di problemi che mordono dove la risposta che oggi viene immaginata a livello globale, tranne l’Europa – ma fino a quando?

-, ha come risposta immediata quello dell’autoritarismo che assume dei volti diversi. Negli Stati uniti rimane ancora una democrazia che diventa però sempre più autoritaria e bisogna vedere dove si ferma. Nella Russia c’è un tentativo di ritornare al sistema imperialista zarista; nella Cina una forma feudale dove c’è un imperatore, ma la mediazione del partito comunista cinese richiama il mondo feudatario medievale e anche lo sviluppo capitalistico cinese passa attraverso questa oligarchia, che è un’oligarchia di tipo feudale.

Ci sono poi casi a sé, come quello iraniano. L’Europa è il centro che può garantire ancora, se si sviluppa autorevolmente, la salvezza del piano democratico come metodo di governo, come libertà personale, come mantenimento e sviluppo del cristianesimo che è al di là di chi crede e chi non crede comunque un elemento di civiltà a sé. Siamo di fronte a una situazione in attesa che vede arrivare al pettine quasi tutti i nodi della Storia. La memoria e il passato qui giocano un ruolo fondamentale. Ma dobbiamo chiederci quale memoria, quale politica della memoria e come ricostruire un piano semantico.

Certamente dando alle parole, un significato teorico più preciso. C’è un deficit culturale, un vuoto culturale. Io non posso spendere delle parole con il peso che storicamente hanno avuto in maniera giornalistica, in maniera politica, anche in qualsiasi condizione in maniera superficiale perché falso la comprensione della Storia del passato e questo pesa inesorabilmente sulle decisioni del presente e del futuro.

Qui faccio un esempio che ci può vedere anche divisi, ma lo devo fare. La cosa orrenda, e sottolineo orrenda perché è frutto di un disegno personale, politico, immorale e aberrante, è l’azione di Netanyahu nei confronti del mondo palestinese: non è solo un popolo è un mondo con più popoli, che noi mettiamo sotto il termine “palestinese”, come se si trattasse di una realtà unica, ma è una realtà plurale. Io non la posso chiamare genocidio, anche se gli effetti si avvicinano, perché lì si tratta di crimini contro l’umanità su questo non c’è alcun dubbio. Ma se io lo chiamo genocidio, evoco una Storia e un pezzo di Storia in cui l’idea teologica è quella di eliminare un intero popolo come popolo inferiore. Qui non lo siamo ancora e spero che non ci si arrivi a questo livello, ma devo usare una parola più precisa, perché altrimenti tolgo la possibilità a tutto un mondo, che è quello contro Netanyahu all’interno di Israele, di contrastare e impedire che si arrivi a un esito comunque devastante. In Italia, quando parliamo di Mussolini, dobbiamo distinguere e quindi, quando diamo giudizio, non dobbiamo dire la Russia, dobbiamo dire Putin. Quanti russi sono contenti di un’invasione assolutamente criminale come quella dell’Ucraina? Noi non abbiamo dati statistici perché lì è piuttosto improbabile averli. Ma direi non molti, visto il milione di morti soldati russi, già avvenuto in quell’occupazione del tutto inutile e tragica.

Sappiamo bene che, se alle prossime elezioni Netanyahu perde, si ridefinisce tutto politicamente quell’area.

Ed è quello che naturalmente auspichiamo, perché quello che sta accadendo è inaccettabile alla coscienza umana. È inaccettabile ma Netanyahu ha prodotto guai ancora peggiori, mi permetto di dire, dei morti e sono quelli della distruzione di un’idea che causerà altri morti.

Perché non si fermeranno i morti, perché ha seminato odio, perché ha distrutto un’idea che era quella di costruire in Medio Oriente una sorta di Stato democratico possibile. Ha distrutto l’idea della convivenza, ha distrutto l’idea di Israele, ha distrutto Israele e ci vorrà chissà quanto tempo per recuperare dei passati che portano a dire che il futuro di un dialogo è possibile.

Ciò vale naturalmente anche per tutti i movimenti terroristici di quella zona. Questo per dirvi come le parole possono sembrare banali ma noi siamo la religione delle parole: in principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio il Verbo era Dio.

Noi, e questo è purtroppo un effetto di ciò che è accaduto nel 900 e che continua ad accadere, abbiamo dimenticato, leggiamo male e abbiamo dato al termine logos non l’arricchimento che il cristianesimo rispetto al mondo greco aveva portato a quel termine, ma lo abbiamo rinchiuso nuovamente in una forma di razionalità, in logos come ratio, quasi una sorta di razionalità chiusa. Questo pone dei problemi. Se io dico “parola” in termini cristiani, dico una relazione che è una duplice relazione: è la relazione di Dio trinitario con l’umanità ed è la relazione interna all’umanità.

Se io immagino il logos come pura razionalità, intanto ho tolto tutto il tema del sentimento, il tema del rapporto umano, ho tolto la parola amore, ho tolto la parola relazione sentimentale, ho tolto i cuori, e quindi ho fatto un’operazione terribile che ha delle conseguenze enormi sul mio presente e sul futuro di tutti. Quindi questo è l’altro elemento legato alla memoria: la cura delle parole.

C’è un tema ancora che è previo a questo ed è successivo.

Basterebbe rieleggere il Deuteronomio, dove torna e si ripete il “ricordati” e “ricorda” nel capitolo VI, VIII, XV e XVI. C’è un obbligo: dobbiamo ricordare. La memoria passa attraverso quella pulizia.

Senza memoria nessun futuro è possibile: quello personale, come dei paesi, delle nazioni.

Nessun futuro è possibile, ma ricordare, avere memoria, significa portare al cuore. Ciò che noi ricordiamo è nel nostro cuore ma noi siamo nel cuore di ciò che ricordiamo.