Alla ricerca di una terra

da “Oreundici” di novembre 2002

Ai giovani che ho incontrato in varie città italiane ho promesso di non dimenticarli e di mantenere aperto un dialogo. Friederich Nietzsche diceva che “libero è l’essere umano capace di promesse” e si può aggiungere, di mantenerle: ed eccomi a voi.

Sono sbarcato in Brasile il 29 ottobre con Bernardo mio compagno di viaggio e vita in Brasile. Questo viaggio era guidato da due richiami la gioventù e “i senza terra”. Pensavo che la condizione dei giovani e quella dei “senza terra” è molto simile, perché gli uni e gli altri sono alla ricerca di una terra. Il percorso dei senza terra è vicino all’esodo biblico di un popolo che lascia la terra di schiavitù e va verso una terra che gli è sconosciuta, ma che è “promessa” quindi sicura: sono animati dal soffio della libertà. Il cammino dei giovani è senza meta, un girovagare incerto, doloroso con delle improvvise vampate che rassomigliano ad una liberazione, scoprendosi forti, dominatori del mondo degli adulti, per la soddisfazione di sconfiggerli.

Il mattino del 30 leggo in un giornale locale che nella notte dal lunedì al martedì (la notte del mio viaggio) A. F. di 17 anni e C. S. di 16 anni sono stati uccisi da una pistola di calibro 38, sorpresi a rubare una moto. Mentre cercano di fuggire il proprietario della moto li raggiunge con i proiettili della sua pistola, freddandoli all’istante. La segnalazione dei due giovani con le semplici iniziali voluta dalla legge protegge i minori di età (il più giovane era uscito per andare a scuola) ma è il simbolo della assoluta futilità dell’avvenimento. La coppia proprietaria della moto – dice la cronaca – è risalita sulla moto ed è ripartita a tutta velocità come avesse schiacciato un cane che attraversava la strada. Una semplice pagina entra nell’archivio della polizia, portando la notizia che due “marginais” asociali sono stati uccisi per legittima difesa. Non si conosce il nome del killer, ma non è interessante, perché non è esposto al giudizio: episodio chiuso. Rimossi i cadaveri, la strada di villa Yolanda che attraversa villini della gente bene ritorna nella calma consueta. Questi due ragazzi appartengono a una famiglia della mia favella; mi sono venuti incontro mostrandomi nella forma più tragica la storia dei giovani contenuti da una fascia di asfalto di mezzo chilometro. Appartenevano a una delle baracche che conosco, ammucchiate al di là della mia strada.

Appena arrivato mi viene incontro la gioventù nella realtà di due cadaveri falciati lungo una strada che è loro vietata, come due cani che l’hanno imprudentemente attraversata, due “marginais”, cioè non assimilati dalla società. Comincio il nuovo soggiorno meditando sulla mia impotenza: come cominciare a pensare un metodo d’avvicinamento? Questi A.F. e C.S. sono due volti, due esseri di cui in qualche modo sono responsabile. Non posso guardarli dalla parte della società, ma loro mi obbligano a guardare la società dalla loro parte.

“Marginais”, asociali chi li ha messi fuori lontani dal centro che è loro vietato? Ogni cittadino è autorizzato a respingerli fuori là dove non arriva la città se non per castigare. In quest’anno ne sono stati eliminati un centinaio, tutti scoperti con un’arma. A cominciare da 10, 12 anni tutti possono comprarsi un’arma; la polizia chiude un occhio perché quest’auto eliminazione risparmia loro fatica e rischio. Questi ragazzi non esistono per la città e spesso, nemmeno per l’anagrafe, non contano: la loro scomparsa fisica per arma, per fame o per malattia, non entra in una statistica perché non sono nemmeno un numero. Qualcuno e qualcuna piange; ma poco tempo: la morte è un fatto tanto celere e semplice da perdere il tono della tragedia. La società che sta oltre questo margine dove l’adolescente deve entrare per la spinta naturale verso l’avventura e per sfuggire alla morte istallata fra le baracche, non offre nulla di veramente diverso, se non oggetti desiderabili che si possono raggiungere con la furbizia e l’audacia. Il bambino matura rapidamente; la città si apre davanti a lui e nonostante le sue difese, i suoi pericoli e i poliziotti che circolano dovunque si presta ad essere sfidata. Si presenta come uno stimolo una provocazione, perché il bambino cresca rapidamente in astuzia, in coraggio, in agilità; deve farsi più simile al gatto che all’uomo. Leggo su una rivista brasiliana un reportage sulla violenza dal titolo “A violencia dos moleques”, la violenza dei ragazzi e riporta episodi di “coraggiosi”, “audaci” ragazzi che dovrebbero andare a scuola e giocare. Ho pensato al senso simbolico che si può leggere sotto questo fatto. La città attuale è adolescenziale, perché il progetto globalizzazione che sintetizza e domina i progetti politici della città, non è serio, non è da persona adulta responsabile. La borsa che decide le oscillazioni dello stato di salute della città, si muove all’andatura del gioco; si parla dei giochi di borsa anche se è un gioco tragico: la borsa com’è noto, causa molti suicidi. L’adulto quando non vive la sua responsabilità vera gioca con la vita. E qual è la sua vera responsabilità? Quella di cui abbiamo parlato sempre nei nostri incontri farsi capaci di relazionarsi pacificamente con gli altri, usando i beni di cui il denaro è il simbolo in modo da creare relazioni che si possano qualificare umane. Gesù ha raccolto in una frase tutto questo programma: fatevi amici con la mammona di iniquità (il denaro). E oggi l’espressione si addice perfettamente al capitalismo. Il ragazzo usa le armi come un giocattolo perché alla sua età non può avere il senso vero, profondo della vita. Gli hanno tolto l’area del gioco, lo hanno fatto nascere e crescere sul terreno dove quelli della città fanno sfociare i resti fetidi della loro opulenza, e allora dove deve andare a giocare con le armi perché lì si è ammessi solo se si è capaci di strappare all’altro quello che è dell’altro. Nei palazzi di vetro fra cui si aggira il “moleque” si fa la stessa cosa che fa lui. Solo che con apparenze più serie. Ma lì dentro si gioca, si gioca faticosamente perché si è lontani dalla spensieratezza del moleque, ma si gioca. Bisogna sbarazzare il terreno dagli ostacoli che si oppongono ai loro progetti, e non impugneranno la pistola ma faranno piovere le bombe a grappolo e spariranno milioni di persone. Per riassumere, questo moleque parte dal terreno di scarico dove ha passato poche ore di sonno e ha mangiato forse un resto di riso e fagioli, e si immerge in una cittadinanza guidata da due principi: un individualismo crescente accelerato dalla paura e una mercificazione globale di tutte le cose e di tutti i rapporti: cittadino è un cliente e un consumatore, spogliato di ogni responsabilità politica e fissato in uno stato adolescenziale. La società offre al moleque unicamente l’esposizione di oggetti che stimolano i suoi desideri, e non avendo denari, non gli resta altra alternativa che l’uso di un’arma. Quelli che cadono non infondono paura, invitando i sopravviventi a ritirarsi, al contrario li spingono alla lotta. Si potrebbe applicare con una certa ironia, l’atteggiamento dei primi cristiani di fronte ai martiri: “martyres semen christianorum”, quelli che cadono moltiplicano coloro che insorgeranno armati contro la città.

Chi si occupa della formazione di adolescenti oggi non può contare sulla città. Quando arrivai in Argentina trovai facilmente ambienti dove Eva Peron aveva gettato dei semi. Si coglieva subito un interesse diffuso verso i problemi aperti della società; la speranza di partecipare alla costruzione di una società più giusta. Si avvertiva nella gioventù la coscienza e il desiderio di poter partecipare alla vita politica. Il messaggio cristiano del Regno di Dio inteso come processo di liberazione dell’uomo totale era comprensibile e facilmente compreso. A un ragazzo di famiglia povera la città aveva da offrire qualcosa di diverso di una casa municipale d’accoglienza, vestibolo del carcere o addirittura il carcere giovanile. Ma il Brasile non è una società cristiana e religiosa? Vista da lontano parrebbe che una società religiosa potrebbe e dovrebbe presentare una resistenza alle due linee costitutive della società globalizzata, l’individualismo e la mercificazione. Nel tempo della mia iniziazione cristiana, la fede ci veniva presentata come un “agere contra” fare il contrario di quello a cui il “mondo” ci invita. Questo programma ha subito modificazioni notevoli. La società religiosa non è una società parallela, deve vivere nel mondo a tutti gli effetti, portandovi delle forze positive allora qual è la risposta della comunità religiosa a questa società che non può funzionare senza creare emarginazione e violenza? La risposta sarà il contenuto di una seconda lettera. Anche in Italia assistiamo al fenomeno della criminalità minorile e come contrasto ad uno spostamento d’età che riporta il giovane di trent’anni al petto della madre. I due fenomeni sono paralleli e significano il rifiuto della società: la società attuale non offre alla persona un ambiente di maturazione psicologica. Il ragazzo oggi è una pianta tropicale in un paese nordico, né muore, né si sviluppa. Ho trovato delle mamme Italiane che si sentono compensate dei rifiuti sofferti nel tempo nell’adolescenza dei figli. Il giovane torna come un adolescente dotato di tenerezza e di pazienza. Il ragazzo della favella viene spinto fuori vive l’urto con una società che non lo accoglie, e non ritorna indietro.

Concludo questa lettera assicurandovi che credo che, al di là delle nuvole, il sole continua splendere, e credo che come Elia implorò la pioggia, molte persone credenti e laiche sono tese verso la speranza di un’altra società e se noi accogliamo attivamente la nostra responsabilità questa nuova società avviene.

In questa speranza vi saluto invitandovi a partecipare da lontano alla nostra vita.