Il mio ricordo di Frere Voillaume

da “Oreundici” di luglio 2003

A Spello giunge la notizia che i fratelli attendono da qualche giorno: la sera del 13 maggio frère René Voillaume ha concluso i suoi 98 anni nella pace del Signore. Poi ci lasciamo: un fratello parte per Aix en Provence per partecipare al funerale, io verso impegni altrove. Poi non ho saputo più nulla. Avrei potuto telefonare, conoscere i dettagli del funerale, l’eco che ha avuto nel mondo la notizia. Ho preferito conservare la sua immagine silenziosa che da cinquant’anni porto con me che disperderla nella varietà delle informazioni secondo l’uso. Frère René lo penso sempre dentro una cella monastica invisibile dove ammetteva discretamente per un breve colloquio chiunque avesse bisogno di un suo consiglio. Come succede a pochi viaggiatori anche nel tempo attuale, aveva percorso più volte la terra eppure non aveva mai abbandonato questa cella. Entrando, chi veniva a lui, sentiva che doveva lasciare fuori i discorsi inutili e presentare l’essenziale, il necessario. Non mi ha dato mai l’impressione di una persona che ha fretta, che vuole concederti il minor tempo possibile, perché ha molte cose da fare, al contrario era tutto per te. Ma ti faceva sentire di fronte a un uomo che viveva l’essenziale, quell’unum necessarium nel quale aveva trovato una pace soggetta a nessuna perdita. Sentivo che portava in sé un grande calore umano, che tu non eri per lui un ente insignificante; ma non potevi attenderti da lui quell’accoglienza rumorosa che si stende in esclamazioni enfatiche, in espressioni insolite. E nonostante la sua compostezza non so se definire monastica o aristocratica ti faceva sentire affettuosamente accolto, che eri atteso. In questi incontri il mio pensiero tornava a un’esperienza molto simile che avevo vissuto a Roma negli incontri con il Sostituto della segreteria di stato Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI. Infatti tra loro correva un feeling che è venuto alla luce quando, divenuto papa, invitò René Voillaume a condividere la sua spiritualità con tutto il personale della curia. Questo ritiro fu pubblicato con il titolo “Retraite au Vatican”. Anche Montini mostrava la sua affettività nell’essere tutto per te ad ascoltarti. La preoccupazione era in me quando per entrare nel suo studio dovevo attraversare una sala dove persone importanti attendevano di essere ammessi in udienza. “Non ti preoccupare loro possono attendere”. Un ex fucino che non vedeva da anni il suo direttore spirituale ha bisogno di consigli per entrare nella nuova vita romana assai differente dalla vita in Lucca che contiene in una cinta di mura la complessità del vivere. Ritrovavo in René quella rispettosa protezione non paternalistica, quell’interesse di te che non limita assolutamente la tua libertà e, allo stesso tempo, la contiene entro dei confini non marcati dalla legge, ma dalla sensazione di essere entrato in un tracciato di vita che ti appare come il migliore, il più desiderabile come progetto della tua esistenza. Solo sette anni mi separavano dall’età di frére René eppure davanti a lui mi sono sempre sentito discepolo. Mi trovavo di fronte al fondatore capostipite di una famiglia le cui ramificazioni crescevano nel tempo e ammiravo la sua capacità di innervare un progetto audace di regole che non dovevano ledere la libertà dello Spirito.

Era partito da Parigi con un piccolo gruppo di amici per ritrovare le tracce di Charles de Foucauld, conosciuto in Francia come un esploratore audace rivestito di un saio monastico segnato da un rosso cuore sormontato dalla croce. Miracolosamente si erano salvati i suoi scritti nell’interno del fortino di Tamanrasset fuori del quale sul piccolo spiazzo il monaco solitario aveva versato il suo sangue come aveva desiderato ed esteso in poche righe poco tempo prima dell’assassinio. Il gruppo partiva da Parigi per ritrovare le tracce del monaco solitario che aveva scritto molte pagine sognando compagni che non vennero mai. Fratel Carlo di Gesù morì solo come solo aveva vissuto. I suoi compagni non furono cercatori di infinito; ma persone di altra cultura, di altra religione. Così realizzava la profezia scoprendosi fratello universale. “Se ami quelli che ti amano, se inviti a pranzo i tuoi vicini, che fai di nuovo? Quale vera fraternità annunzi al mondo, dove è più facile trovare la fraternità di Caino che quella di Gesù?”. Nel tuo tempo ci sono tanti che vorrebbero condividere la tua avventura, ma nessuno si farà tuo compagno perché tu sia l’evangelista che annunzia al mondo quella fraternità che il tuo amatissimo fratello Gesù ha donato all’umanità. I pellegrini francesi si misero sulla traccia del solitario e costruirono il monastero di El Abiodh pensando di realizzare il sogno del pellegrino del Sahara, “consumando la propria vita come un profumo nell’adorazione”, secondo le stesse parole del loro precursore. Ma venne la guerra, Voillaume con altri dovettero lasciare il deserto e tornare in terra fratricida, che calmato il fragore delle armi avrebbe mostrato il bisogno di rilanciare il progetto di Dio “amatevi come io vi amo”. René Voillaume continuava ad abitare la cella invisibile costruita nel luogo silenzioso del deserto, non doveva uscirne e allo stesso tempo non poteva non accogliere l’identità di colui che aveva scelto come guida, e che era stato il dono sceso su di lui dalle sue lunghissime soste davanti all’eucarestia, soste spesso dolorose per il silenzio dell’Amato. René si chiese quali erano i suoi fratelli e li scoprì nei poveri che la guerra aveva moltiplicato. E nacque un progetto audacissimo, forse mai sperimentato nella Chiesa. Contemplativi fuori dai monasteri che soli apparivano contenere quella separazione e quel silenzio ritenuti necessari al raggiungimento dello stato contemplativo. Del resto Gesù non aveva mantenuto aperto il dialogo tenerissimo con l’Abbà come viandante senza sapere dove posare il capo? Certo la strada non era così rumorosa e affollata come le nostre strade; poi Gesù si appartava dai suoi nella pace della notte per interrogare con grida e lacrime suo Padre perché mostrava tanta insensibilità di fronte alla morte che i suoi figli devono portare sulle loro spalle come un pesantissimo sacco? E come un bambino che non desiste finché non è ascoltato tornava tra i suoi amici portando la risposta: “Vi do la mia pace” e questo dono della fraternità Gesù stesso l’ha lasciato in mano ai poveri. Unicamente da loro possiamo riceverlo e divenire autentici figli del Padre lasciandoci investire dai poveri di questa identità riservata a loro. Ed è il solo privilegio, è la risposta di Dio al loro gemito. Questa scoperta è quanto Carlo de Foucauld e il suo continuatore hanno trasmesso alla chiesa e all’umanità. E di questo René era cosciente e portava questo dono con la sua dignitosa umiltà e sentiva la responsabilità di affidarlo a tutti gli abitanti della terra. E per questo dalla sua stabilità di monaco si fece pellegrino fino a pochi mesi prima della sua morte.

Prima di conoscere René Voillaume avevo letto “Au coeur des masses” nell’originale francese, poi tradotto in italiano con il titolo molto felice inventato dall’intelligente traduttrice Vanna Casara: “Come loro”. I due titoli esprimono il senso della fraternità con certe sfumature. Il titolo francese pare avvicinare il progetto di Voillaume all’ideale dei preti operai il cui fondatore Jacques Loew era in amicizia con René, cioè un ideale più militante che non teme di scendere in campo a difendere i diritti dell’operaio. “Come loro” esprime uno stare, un condividere silenzioso portando nella preghiera l’intercessione per tutti i fratelli che devono agonizzare nel senso etimologico del verbo per il pane quotidiano spesso sequestrato nelle cantine degli impresari. E le due letture costituiscono l’ambiguità della fraternità che il suo svolgersi nel tempo produce malgrado la chiarezza geometrica del suo fondatore diretto. Conobbi personalmente frère René verso l’agosto del 1954. Mi aveva invitato a raggiungerlo in un piccolo villaggio francese preceduto da un buon ambasciatore. In uno dei viaggi Genova – Buenos Aires e viceversa nei quali rivestivo il ruolo di cappellano marittimo un giovane fratello di Gesù si era presentato manifestando il desiderio di accompagnarmi negli atti liturgici. La nave non aveva una cappella e io celebravo la messa domenicale in coperta e nei giorni feriali in una stanzetta annessa alla mia cabina. Così accolsi ogni giorno il fratello con cui pregavo e riflettevo. A Roma la lettura del libro di Voillaume aveva acceso in me il desiderio di vivere fra i poveri e progettavo di vivere in una casa nelle borgate. Di questo avevo parlato al cardinale vicario che mi rispose benevolmente di attendere, ci avrebbe pensato. Con Jean Saphores, il fratello ci intrattenemmo lungamente sulla loro esperienza che mi parve corrispondere agli ideali che cercavo dai primi cinque anni di vita sacerdotale in tempo di guerra nei quali avevo conosciuto altre povertà, forse più tragiche. E la prossimità con queste aveva facilitato a me e ai miei tre compagni un metodo di vita povero, essenziale, avevamo vissuto in difficoltà tali che potevano essere sostenute solo dal ricorso al Signore che ci aveva inviato a questo impegno. Ebbi l’intuizione che nella fraternità avrei potuto condurre questo tipo di vita che cercavo. Così chiesi al fratello di parlare con me a frère René, non speravo di essere accolto avendo superato i quarant’anni, invece sbarcando a Genova nel viaggio successivo trovai l’invito. Frère René mi accolse con un sorriso che dispensava molte parole. Sapeva già tutto di me, mi chiese di togliermi la talare, di mettermi al lavoro che consisteva nel fare il bucato a un mucchio di panni e successivamente mi propose di andare in una piccola isola verso il canale della Manica che era proprietà del dottor Alexis Carrell, all’epoca famoso per un libro che difendeva gli effetti terapeutici della preghiera. Credo che ci fosse stata un’intesa di Voillaume con Montini perché altrimenti il mio ingresso nella fraternità non sarebbe stato così facile e liscio. Di lì cominciai a sentirmi attratto da quest’uomo che mostrava un aspetto insolito, non solo per la sua sobria eleganza a cui non ha rinunziato mai anche quando i fratelli pensavano che non si può stare con i poveri senza indossare i jeans logori e spesso sporchi, che non si possono assumere aspetti accettabili negli ambienti borghesi se pretendiamo sfidarli. Voillaume aveva raggiungo quell’unità fra l’esteriore e l’interiore che lo faceva un comunicatore di pace. Mi soccorse poi durante il noviziato nel momento più buio della mia vita quando mi trovai messo di fronte al “nada, nada” di Giovanni della Croce; proprio nulla, né in cielo né in terra, tutto chiuso, è inutile bussare a una porta perché non si aprirà mai, al di là non c’è nessuno. Più che con le parole mi aiutò trasmettendomi la sua pace e quell’unità che aveva raggiunto certamente passando quel guado in cui io mi dibattevo. Forse nemmeno mi dibattevo, ma attendevo il dissolvermi totale nel nulla. Da questo aiuto efficace cominciò quella vita nuova alla quale come dice Gesù a Nicodemo, è indispensabile rinascere.

Oggi penso a René giunto alla pace vera inattingibile ai conflitti che necessariamente appaiono nella vita quotidiana di noi che lo consideriamo nostra guida. E là in questa pace comprenderà meglio le nostre stanchezze, le nostre fughe, il ritorno a casa di quelli che come il giovane ricco del vangelo è stato vinto dalla paura di un impegno troppo più grande delle sue forze. René ha consegnato alla chiesa una spiritualità senza austerità, senza penitenze ma riportata di fatto ai piedi del Figlio dell’uomo pendente dalla croce, segno perenne di contraddizione.