ASCOLTARE IL “DESIDERIO”

è come imparare una nuova lingua

Ascoltare sembrerebbe la cosa più naturale. È quello che in fondo facciamo tutti i giorni. Eppure il nostro modo di ascoltare è estremamente superficiale. Siamo sommersi da una serie innumerevole di stimoli di tutti i tipi, e la nostra mente naufraga in un oceano di immagini.
La dimensione dell’ascolto è fondamentale per chi vuole impostare uno stile di vita diverso, in cui l’attenzione ai fatti reali, alle emozioni, all’altro raggiungono un livello di consapevolezza più profonda. Purtroppo non siamo avvezzi a questo, è come dover imparare una nuova lingua che necessita di tempo, di impegno e di esercizio. è importante comprenderne il valore e volerlo.
L’ascolto inizia da noi che siamo un universo in miniatura. Il corpo, la mente, lo spirito, le orecchie ci danno molte informazioni su di noi. È importante scoprire il collegamento tra le diverse parti del nostro mondo interiore e avere una mappa il più completa possibile di ciò che lo abita.  Per farlo è indispensabile ogni giorno uno spazio tutto per noi nel quale impariamo a decodificare i diversi e complessi messaggi che ci arrivano. Prima di tutto è necessario ascoltare il nostro corpo, questo fedele e antico servitore che dalla nascita sopporta e conserva tutta una serie di pesi a cui lo sottoponiamo e lungo il corso della giornata dà informazioni sulla nostra stanchezza, sui bisogni fisiologici, sulle tensioni, sulle gioie e le paure. Ogni tensione, ogni gioia, ogni ansia si riflette sul nostro respiro, sui gesti, nella voce, nelle posizioni che il corpo assume. Di solito prestiamo attenzione ad esso quando abbiamo un dolore o un disagio fisico. Abbiamo creato un dualismo e il corpo qualche volta viene considerato come un impaccio o un mero strumento. In realtà noi siamo un tutt’uno, noi siamo anche il nostro corpo. Questa è l’area del “non detto”.
Nei momenti di difficoltà, se riuscissimo a esprimere le sensazioni spiacevoli in immagini simboliche, queste immagini attraverso libere associazioni ci potrebbero condurre a qualche sofferenza o problema che non trova ancora le modalità per raggiungere la nostra mente e così diventare consapevolezza. Tutto ciò che noi riusciamo a mentalizzare e a trasformare in parola, riduce le tensioni interiori, aumenta la nostra consapevolezza e quindi la nostra crescita e la nostra maturità. È necessario prendere l’abitudine di darsi lo spazio per ascoltare noi stessi, magari in un tempo prefissato, cui dobbiamo rimanere fedeli. È la premessa indispensabile che ci consentirà poi di ascoltare e capire l’altro.
Non è facile l’ascolto dell’altro, che con la sua presenza, il suo volto, persino i suoi odori ci raggiunge e talora ci invade. La via più breve che di solito scegliamo è quella della fuga, della banalità, e poche volte quella dell’ascolto profondo. Spesso l’ansia non ci permette di fermarci ad ascoltarlo. Tra noi e lui mettiamo un mucchio di parole, qualche volta banali o senza senso, ma che ci permettono di controllare meglio le emozioni che esso suscita in noi. Nell’incontro deve essere chiaro il confine che ci divide, qualunque con-fusione non ci consentirà di distinguere quello che noi siamo, le nostre cose, da quello che l’altro ci porta. Spesso siamo talmente con-fusi con l’altro che mettiamo su di lui i nostri pensieri, le nostre preoccupazioni, magari parti nostre di cui non siamo del tutto consapevoli che appoggiamo sull’altro per liberarcene, in qualche modo. È difficile distinguere chiaramente quello che è nostro da quello che noi mettiamo sull’altro, da quello che è veramente l’altro. La paziente riflessione e il lungo ascolto di noi stretti crea chiarezza tra noi e l’altro. Solo dopo sarà possibile un atteggiamento di disponibilità all’altro senza pregiudizi e giudizi, che lo faccia sentire accolto e, anche se non pronunciamo parole, lo renda rinfrancato e unificato.
Tutto il tema dell’ascolto in realtà gira intorno al bisogno di incontrare e ascoltare il nostro desiderio e il desiderio dell’altro. Vi ricordo che quando usiamo questo termine ci riferiamo a quella parte più autenticamente genuina di noi stessi, che ci è stata donata all’inizio della vita, ed è quella che dovrebbe muovere e motivare la nostra esistenza. Da qui il termine desiderio. Infelicemente, fin dalla nostra infanzia, siamo stati impegnati ad esaudire le richieste e i desideri degli “altri significativi” della nostra vita, fino al punto di aver sommerso e perso di vista il “nostro” desiderio. Nella nostra esistenza quindi sono in gioco le spinte del nostro desiderio, che reclama di essere preso in considerazione, e la necessità di rispondere agli altri. Un’affinata capacità di ascolto, lentamente nel tempo, saprà riconoscere i segnali di questa parte a cui dobbiamo essere fedeli se vogliamo realizzare il senso della nostra personale esistenza.
I segnali inizialmente saranno irrequietezza e senso di insoddisfazione, la nevrosi quotidiana ci dice che qualcosa stride. Lentamente impareremo a riconoscere quelle scelte, quelle persone, quel lavoro che sono in sintonia con il nostro desiderio. Impareremo a riconoscerli da un senso di profonda soddisfazione che sperimentiamo tutte le volte che lo incontriamo e lo distinguiamo dal superficiale appagamento che la corsa ai “bisogni” ci offre. La vita quotidiana ci obbliga a rispondere a mille bisogni, alcuni essenziali, alcuni superficiali, alcuni indotti dalla società. La sfida è come riuscire a navigare tra questi marosi avendo sempre presente l’obiettivo di raggiungere l’isola della nostra identità. Identità che ci è stata donata, di cui ci sarà chiesto conto, dove noi dovremo vivere il senso di armonia e di pace che viene dall’equilibrio che avremo raggiunto tra le nostre diverse parti.
Una volta questo lo chiamavamo “fare la volontà di Dio”, e così è nei termini veri, cioè nel metterci in contatto con Colui che chiamiamo l’Autore della vita incontrandolo in ciò che Lui ha messo dentro di noi e che è lo spazio privilegiato per stabilire un dialogo con Lui.
Il modello a cui fare riferimento è sempre il Cristo. La riflessione sui suoi incontri, circa centocinquanta, ci fanno notare quanta attenzione lui avesse per sé, per la volontà del Padre, per l’altro che aveva davanti. Le sue parole tentavano di fare emergere nell’altro il desiderio; l’altro riconosciuto nella sua più autentica identità si allontanava da lui sempre più sereno e unificato.

Don Mario De Maio

(da “Oreundici” di luglio/agosto 2009)