ORIZZONTI E PERCORSI OLTRE LE CRISI

all’origine di ogni crisi c’è l’altro

Crisi è una parola difficile da maneggiare, assomiglia a una bomba a mano che cerchiamo di passarci l’un l’altro.
Avviciniamoci lentamente. Prima di tutto, che cos’è la crisi? Nell’antichità Ippocrate usava questo termine nella medicina per indicare un punto decisivo nell’evoluzione della malattia, che poteva risolversi in modo favorevole o sfavorevole. Ai nostri giorni, il filosofo Umberto Galimberti definisce la crisi come un momento della vita caratterizzato dalla rottura di un equilibrio precedentemente stabilito e acquisito e dalla necessità di cambiare gli schemi consueti del nostro comportamento, i quali risultano inadeguati alla nuova realtà.
Evidentemente il termine crisi ci ricorda momenti di disagio, sofferenza per la rottura di un vecchio equilibrio ma soprattutto incertezza sull’esito a cui può portare il suo sviluppo. Quando attraversiamo un tempo di crisi, abbiamo la consapevolezza che qualcosa deve necessariamente cambiare, che stiamo vivendo un tempo decisivo e indilazionabile. Quali sono allora le nostre reazioni? Una prima reazione è sentirci inadeguati alla situazione, non in grado di poterla affrontare; qualche volta viviamo un senso di impotenza, che è molto diffuso oggi nella nostra società, non abbiamo speranza che qualcosa possa cambiare. Abbiamo paura: paura di non sapere cosa fare, come andrà a finire, se sarà peggio, se sbaglierò nel cambiare e fare cose nuove.
In tutte le situazioni sono le nostre paure a colorare i comportamenti, i pensieri e il modo di essere. Nelle crisi la paura è reale, perché dobbiamo lasciare quello che cono sciamo, addirittura possiamo provare uno stato di angoscia perché non sappiamo gestire e affrontare il nuovo che si presenta.
Sono diverse le aree in cui si può manifestare la crisi. Possiamo parlare di crisi nella società, nella Chiesa, nell’esistenza personale. Non mi soffermo sulla crisi nella società, di cui sentiamo parlare in continuazione.
Per quanto riguarda la Chiesa non so dirvi molte cose. Per chi ha la mia età e ha vissuto l’alba meravigliosa del Concilio, che è subito tramontata senza passare per il giorno, mi attraversa una grande tristezza nel pensare alla Chiesa. è difficile a volte coniugare certi gesti, certi pronunciamenti con quello che il Figlio di un buon falegname duemila anni fa ci è venuto a insegnare. Recentemente, per una serie di circostanze, ho visitato diverse comunità: i camaldolesi, la comunità di Bose, il Sermig, i Servi di Maria, e ho raccolto tante impressioni, ma ho fatto molta fatica a trovare elementi nuovi di vita. Ho trovato il meglio del vecchio, ma lo spiraglio del nuovo per me rimane ancora l’esperienza di Charles de Foucauld, l’intuizione di quel monaco solitario, morto nel deserto all’inizio del secolo scorso, cui si ispirano i piccoli fratelli e le piccolo sorelle. Dov’è il nuovo che ci dà speranza? Questa è la domanda che mi accompagna pensando alla Chiesa.  Come attraversare e come uscire dalle crisi? Propongo alcune parole – chiave che si trovano al crocevia tra psicologia e spiritualità. La prima è il tempo: la tecnologia ci offre possibilità meravigliose per risparmiare il nostro tempo, infelicemente però noi non riusciamo a cogliere queste opportunità. Il tempo risparmiato non lo riserviamo a noi stessi, alla profondità, ma lo riempiamo di cose, cercando forse di riempire il vuoto che sentiamo dentro. Il tempo è certamente una convenzione, ma ce ne dobbiamo riappropriare, lo dobbiamo difendere, dobbiamo scoprire una nuova qualità del tempo. Anche gli uomini e le donne di contemplazione, che dovrebbero vivere e esprimere un rapporto diverso con l’oltre e con il tempo, spesso sono risucchiati in un vortice di impegni, appuntamenti, ecc. La seconda parola – chiave è la relazione uomo – donna. Tutti ci rendiamo conto che è in atto una grande rivoluzione: che cos’è il maschile? che cos’è il femminile? È importante la funzione sessuale o la relazione? Tra i nostri amici ci sono coppie di donne che hanno dei bambini, che sarà nel futuro? Cosa sta succedendo intorno a noi? Certo la scorciatoia moralista è quella della condanna, invece dobbiamo fermarci a ripensare la sessualità, che è la dimensione che ci lega con la creazione, con la vita, con Dio. Nella relazione e nella sessualità che cosa sta succedendo? Sono temi fondamentali, su cui dobbiamo fermarci e interrogarci.
La terza parola è il modello teologico di riferimento, cui si collega la nostra visione della vita e di Dio. La “valuta” che gira nella maggior parte dei nostri seminari e delle nostre parrocchie è ancora il vecchio modello statico, fondato sull’idea di una perfezione originaria che l’uomo ha violato con il peccato originale, ma che Dio ha perdonato con la sua grazia. L’esperienza umana, la vita di ogni giorno, con le scelte, le sofferenze, le novità che sperimentiamo, parrebbero ininfluenti per il destino nostro e del mondo.
Il modello dinamico, che noi conosciamo attraverso don Carlo Molari, il cardinale Martini, il teologo Rahner, i quali  hanno proseguito le idee conciliari, si basa invece su un presupposto completamente diverso. L’avventura del cosmo e dell’uomo sono un processo in divenire, animato dalla forza creatrice dello Spirito, con cui siamo chiamati a collaborare per far emergere forme sempre nuove di vita e di amore. Questa merce ancora circola poco. Come fare allora a pensare nuovi modi di vivere la spiritualità se il modello teologico è ancora quello statico dove tutto è fisso, finito, stabilito? Come accompagnare il cambiamento che accompagna la vita delle persone?
Di fronte a tutto questo, noi siamo portati a cercare delle scorciatoie per fare prima, per accelerare il percorso, per ridurre la sofferenza, ma purtroppo poi scopriamo che sono strade senza uscita.
Accenno a qualcuna di queste scorciatoie, per imparare a riconoscerle. Le pseudo stabilità  determinate dal ruolo professionale, dal possedere, dall’appartenere a un gruppo o un movimento, a istituzioni o partiti potenti e rassicuranti, dall’avere un capo che provvede a tutto, sono tutte scorciatoie attraenti. Anche i nostri automatismi nevrotici, che ci portano a ripetere nel tempo, in situazioni diverse, sempre le stesse cose. Restiamo invischiati in questi meccanismi, sguazziamo nella nostra piccola pozzanghera di acqua mentre il fiume della vita ci passa accanto e noi non lo vediamo.
Anche gli strumenti di comunicazione possono essere una scorciatoia. Ci sediamo davanti alla televisione per distrarci, per non pensare o per pensare con il pensiero di qualcun altro. Sono mezzi che dovrebbero servire ad arricchirci, in realtà non siamo capaci di utilizzarli in modo positivo e spesso si trasformano addirittura in droghe che producono in noi alienazione e dipendenza, come spesso accade con i computer.
Una delle cause più grandi delle nostre crisi è l’essere schiavi di questo sistema ideologico che non ci fa vivere. Tutta la società è una organizzazione diabolica che non permette l’accesso alla profondità del nostro animo, qualcuno addirittura dice è una grande cospirazione contro l’anima e contro lo spirito. Ma noi non ne siamo consapevoli, quasi superficialmente continuiamo a rotolare.
Ma la vera crisi qual è? È quella dell’equazione della nostra esistenza, del senso del vivere, nella quale ci imbattiamo, sempre e immancabilmente, a causa dell’altro. La fonte di tutte le crisi è sempre l’altro, le crisi ci possono aiutare a cambiare noi stessi grazie all’altro. È l’altro che ci dà la misura per riprendere la nostra identità, ricomporre la nostra frammentazione, ritrovare il senso del nostro vivere.
Allora cominciamo a intravedere che tutte le crisi contengono una grande positività.
Che cosa ci può aiutare? In primo luogo non fuggire alla crisi esistenziale del nostro vivere, ma stare dentro al processo. Se la crisi è un passaggio, come lo possiamo alimentare? Come orientarlo? Quali nuove certezze dobbiamo cercare per ancorarvi la nostra vita? Quali sono le funi che ci possono tirare fuori dalla nostra piccola pozzanghera? La spiritualità, i maestri ci dicono che quello che conta è amare. E noi sappiamo bene che il carburante della vita è l’amore. Ma come è difficile amare!
Christiane Singer osserva giustamente: “I nostri amori, i nostri sbagli, i nostri tradimenti qualche volta ci scoraggiano, addirittura ci portano a giurare: ‘mai più mi innamorerò’”. Io credo invece che dobbiamo essere sempre innamorati: del bene, di Dio, delle persone che ci circondano, di grandi progetti. Il giuramento che dovremmo fare è un altro: di non amare più con lo scopo recondito di tenere qualcuno per noi, di possedere, dovremmo giurare di non amare più se non per amare. Dovremmo uscire dalla mentalità mercantile per cui aspettiamo la ricompensa del nostro amore, perché nel concetto stesso di amare sono legati la gratuità e il dono. I nostri amori ci devono insegnare la grande dimensione dell’amare: l’amicizia, la passione, il desiderio, la creatività possono essere coniugati insieme avendo come sfondo l’amore.
Ci sono altri due aspetti importanti da tenere presenti: il termine “inter – rompere” ci è caro, è un’opportunità preziosa tra un momento di vita e un altro, tra un incontro e l’altro, per riascoltarci, per domandarci dove si muoveva la vita e dove c’erano elementi di morte.
Infine, dobbiamo recuperare il valore dell’Eucarestia. Simbolicamente è la più grande ricchezza che ci ha lasciato Gesù e che si lega all’amore. Il senso profondo dell’Eucarestia si lega a due parole: presenza e condivisione. Riconoscere che in ogni Eucarestia c’è una Presenza, che ogni Eucarestia è un atto di condivisione ci ricollega al fondamento dell’amore. Nelle nostre liturgie sono queste le verità che dovremmo celebrare per non commettere un “falso in atto pubblico”, come dice fratel Arturo.
Concludo con un passaggio di Etty Hillesum, una giovane ebrea morta ad Auschwitz nel novembre del 1943. “Cre-do che a questo tempo seguirà un periodo diverso, un periodo di nuovo umanesimo. Credo che l’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi.”  

Don Mario De Maio

(da “Oreundici” di ottobre 2009)