SIAMO UN “POTENZIALE” DI AMORE

Sfide e percorsi per amare

Non so amare, non sono stato amato. I miei genitori non si amavano e quindi non so cosa significa amore.
Affermazioni come queste, con sfumature diverse, sono il ritornello che spesso imprigiona come in una gabbia le persone più ferite nell’amore.
Come uscirne? è possibile per chi non abbia sperimentato un vissuto di accoglienza e tenerezza attraverso il quale strutturare una identità positiva?
Il discorso è molto ampio e complesso, non pretendo di esaurirlo, ma vorrei proporre alcune riflessioni che ho maturato attraverso la mia esperienza di psicoterapeuta e di formatore.
I grandi nemici dell’amore sono la paura e l’angoscia, che ci chiudono in noi stessi ostacolandoci l’apertura agli altri e alla vita.
La paura di sbagliare, la paura della disapprovazione e del giudizio, la paura del rifiuto e della non accoglienza, frutto magari di antiche esperienze, ci impediscono di credere, accettare e offrire l’amore. La paura agisce come timore di ricadere in vecchie esperienze e costrin ge a bloccare le energie di amore che abbiamo in noi. L’angoscia è uno stato d’animo che schiaccia la persona in una situazione di totale immobilità. Gli psicoanalisti usano questo termine per indicare uno stato patologico nel quale domina la paura come reazione alle minacce rappresentato dall’esterno o anche dal proprio mondo interno.
Potrebbe sembrare una situazione senza speranza. In realtà io credo che ad ogni uomo sia data sempre una possibilità per vivere. Ci siamo rappresentati spesso l’uomo come un ‘recipiente da riempire’ con l’amore che viene dall’esterno, prima dai genitori e poi dalle altre persone significative. Quante volte parliamo di ‘vuoto d’amore’ pensando che qualcuno (il genitore, lo psicoterapeuta, l’amico, il coniuge) possa riempire il cuore o la mente della persona che sta soffrendo con una pozione magica capace di dare colore e vitalità alle sue emozioni, ai suoi pensieri, alle sue giornate.  Certamente la presenza dell’altro è necessaria, ma vorrei proporvi di approfondirne il senso.
L’uomo infatti non nasce come un ‘vuoto da colmare’ ma come il ‘custode di un potenziale d’amore enorme’ che gli viene consegnato all’inizio della vita per essere sviluppato nel corso di tutta l’esistenza. Lo possiamo considerare come un talento che nessuno ci può togliere, ma che per emergere ha bisogno di essere scoperto e coltivato. Ha bisogno di maestri e di guide, ma soprattutto della nostra consapevolezza che esso è il nostro valore.
Il potenziale di amore che custodiamo è sempre una ricchezza, anche quando non ha avuto la possibilità di esprimersi adeguatamente nei giusti tempi della crescita e porta il segno di ferite e mancanze.
Quali sono le strade da percorrere per portare alla luce il nostro potenziale?
Accenno ad alcuni possibili percorsi. Il primo è imparare a nutrire un sano amore di sé. Se i genitori o altre persone significative non ci hanno amati quanto avremmo voluto, questo non deve portarci a pensare che non siamo amabili e che non abbiamo i ‘requisiti necessari’ per essere amati.
è un percorso lungo di elaborazione per accettare di andare oltre al proprio passato, con umiltà e fiducia. Consapevoli, come per un musicista, che occorre tanto allenamento per recuperare la forma, ma che il proprio talento è intatto. Non si tratta di egoismo, ma di un sano narcisismo che permette alle persone di investire positivamente su se stesse. In questo senso offrirci ciò di cui siamo stati privati è certamente un buon passo verso la maturità affettiva. Sarà la vita ad aprire nuovi orizzonti di relazione e di crescita.
In questa dinamica nei momenti di sofferenza e solitudine che a tutti è capitato di vivere si ha bisogno di presenze affettuose che ci facciano ritrovare il gusto e il piacere del vivere. Le comunicazioni di amore che altri ci offrono ci possono aiutare a rientrare in quel circolo virtuoso di fiducia che ci ricollega alla vita e alla sua inesauribile ricchezza. Possiamo essere noi stessi ad andare a bussare alla porta delle persone amiche che ci possono dare una mano.
Un ultimo pensiero voglio ricollegarlo all’insegnamento psicologico e profetico di Gesù, il quale ha proposto l’esperienza di un gruppo di amici e fratelli che condividono l’obiettivo della crescita nella capacità di amare e di vivere. Inserirsi in piccole realtà che perseguono questa finalità nel cammino quotidiano può essere un modo per scoprire un’altra forma di quel potenziale d’amore che possediamo.

Don Mario De Maio

(da “Oreundici” di febbraio 2008)