SOTTO LE MACERIE, QUALE DIO?

Ripensare le immagini di Dio

La psicologia e la spiritualità abitano sullo stesso pianerottolo, in due appartamenti confinanti e distinti. Questa situazione spesso ci induce a bussare alla porta dell’una chiedendo quello che dovremmo chiedere all’altra, e viceversa. Si tratta di un meccanismo inconsapevole, sul quale tuttavia è importante qualche volta fermarsi per domandarci: che cosa mi aspetto dalla religione che mi può dare la psicologia e cosa chiedo alla psicologia che invece appartiene al mondo della spiritualità?
Ho fatto questa premessa per introdurci verso l’invito a ripensare i sentimenti, le emozioni, le reazioni che ognuno di noi ha avuto di fronte alla sciagura che ha colpito migliaia di persone in Abruzzo all’inizio del mese di aprile. Sono persone che hanno perso tutto, la casa, i beni, le persone care, il lavoro e, con tutto questo, la propria identità e la pace.
Sono queste le situazioni che mettono in crisi le nostre credenze e ci obbligano a ripensarle in una forma nuova e più adulta. Uomini di chiesa e no, persone erudite e persone semplici, donne e anziani, tutti siamo portati a domandarci smarriti: “dove era Dio?”. Insieme alle case e alle costruzioni, il terremoto pare far crollare l’idea di un Dio che, dispensandoci dalle fatiche e dalle angosce del vivere, provveda direttamente ai nostri bisogni. è un’immagine consueta che rispecchia un Dio magico a cui ricorriamo per trovare una soluzione ai nostri problemi e per risparmiarci le sofferenze del vivere, allontanando da noi qualunque male.
La morte improvvisa di una persona cara o una tragedia come quella che ha colpito l’Abruzzo, portano molte persone a pensare, nel vortice delle emozioni e del disorientamento, di non avere più fede in Dio. In realtà la domanda che potremmo porci è “di quale Dio e di quale fede stiamo parlando”.
Se è vero che gli eventi esterni provocano dentro di noi un terremoto, scavando sotto le macerie delle nostre costruzioni religiose, forse potremo trovare un diverso volto di Dio e una nuova esperienza di fede.
Per riemergere alla luce, ci ritroviamo nella necessità, obbligata e preziosa allo stesso tempo, di perdere la fede in un Dio “tappabuchi”, che provvede ai nostri bisogni secondo le nostre richieste come i genitori nei confronti dei figli, per abbandonarci ad un’immagine di Dio che ha come unico confine l’incapacità della mente umana di andare oltre. La mente umana, all’apice della sofferenza e del dolore, può trovare due sbocchi: la disperazione o la fiducia. La scoperta di un’immagine di Dio a cui sia legato tutto ciò che il termine amore e il termine verità esprimono, può diventare l’esperienza della nostra fede.
Naturalmente la presenza di persone capaci di accogliere le nostre domande, le nostre sofferenze, il nostro smarrimento senza darci risposte consolatorie o fataliste, ma al contrario capaci di testimoniare il volto misericordioso e paterno di Dio sono molto importanti in questo cammino, per aiutarci a imboccare la strada della fiducia. La nostra esperienza si arricchirà della dimensione comunitaria di una chiesa diversa, incarnata, semplice, profondamente umana ed evangelica allo stesso tempo.
In questo contesto, la fede potrà diventare fiducia in questa entità che chiamiamo Dio e che per sua stessa essenza, non può non aver “amorizzato” l’opera a cui ha dato inizio, non può non aver già donato tutto il bene possibile. Se lentamente sperimentiamo che tutto il bene ci è stato dato, rimarrà a noi il compito, attraverso le varie e diverse esperienze della vita, di prenderne consapevolezza e accoglierlo.
L’invito che tante volte abbiamo sentito rivolgerci da fratel Arturo di “amorizzare il mondo” assume il significato di renderci consapevoli di questa enorme e sorprendente realtà.
Nella misura in cui riusciamo a farla nostra e a trasferirla nella nostra quotidianità, riusciremo anche a dare un senso alla malattia, all’irrazionalità, al male. Potremo tentare di intuire e scoprire quale bene può essere vissuto, nonostante tutto, in ogni situazione.
Sono percorsi difficili che spesso richiedono una elaborazione con l’aiuto delle scienze umane, per liberarci dal senso profondo di sfiducia, di paura, di ansia, che abbiamo dentro e che qualcuno chiama il nostro “peccato originale”. Riuscire a pensarci immersi in un universo morbido di amorevolezza, tentare in ogni momento di collegarci ai processi della vita e alle sue ricchezze, diventano l’atto di fiducia completo al Dio della vita. Troveremo così la via d’uscita alla disperazione, ma anche alla tristezza di una vita cristiana che nulla ha a che vedere con il messaggio di amore e di gioia che Gesù è venuto a portare.

Don Mario De Maio

(da “Oreundici” di maggio 2009)