SPIRITUALITA’ PER IL QUOTIDIANO

Dare forma alla propria umanità

Lo stile di vita è il frutto di una lunga ricerca che richiede la capacità di abbandonare i modelli precostituiti per dare forma, poco a poco, ad un proprio modo di vivere la spiritualità e l’umanità. Le scienze umane ci dicono che è importante un cammino personale verso la propria identità, un processo che si sviluppi nel tempo attraverso progressive identificazioni e una continua evoluzione verso la vita. Scegliendo e selezionando gli aspetti delle varie spiritualità, ciascuno deve costruire il modello che vada bene per sé, ferma restando una scelta di fondo ispirata al vangelo.
Le dimensioni che caratterizzano la vita psichica e spirituale della persona sono essenzialmente tre: l’idealità, il desiderio e la realtà. L’idealità comprende il mondo dei valori e degli ideali che si vogliono realizzare, il progetto di vita ideale che si persegue; la realtà è il contesto reale nel quale si vive, si pensa, si spende la propria esistenza, spesso molto lontano dal modello ideale sognato. Il desiderio è il potenziale punto di raccordo e incontro tra idealità e realtà, cioè l’aspirazione profonda che guida la persona nel proprio stare al mondo e nel rapporto con la vita. In altre parole ciò che chiamo ‘desiderio’ sono le parti migliori, più profonde e personali, che appartengono a ciascuno e che devono essere recuperate lentamente per poter diventare dono.
Si tratta allora di costruire giorno per giorno il proprio stile di vita che nasce dall’equilibrio tra l’idealità, il desiderio e il rapporto con la realtà e con l’altro (o Altro) che ci circonda.  Lo stile di vita dovrebbe essere uno specchio trasparente che riflette senza ombre l’irrazionalità del vangelo. Se non si vuole mandare un doppio messaggio, nel quale il comportamento contrasta con le parole, è importante curare lo stile di vita, che è fatto di tante piccole sfumature. La qualità dello stile di vita non emerge tanto dalle dichiarazioni solenni o dai comportamenti ufficiali, ma dai gesti quotidiani che gli altri colgono in noi, soprattutto nei momenti più difficili.
Voglio condividere i quattro elementi che con il tempo si sono consolidato nella mia esperienza e sono diventati “stile di vita”.
Il primo è la scelta di operare a partire dalle ‘sintonie’ con le persone che ho incontrato durante il mio cammino e con le quali ho coltivato relazioni di amicizia profonde e durature. Queste persone mi hanno aiutato lentamente a strutturare la mia identità. Con il loro sguardo, le loro battute, i loro rimandi gli altri ci fanno cogliere la nostra giusta identità, lo stile di vita adatto a noi. Naturalmente ci deve sempre accompagnare l’inquietudine di andare oltre, il cercare modalità, luoghi, sfide sempre nuove dove cercare di attuare il messaggio del vangelo.
Negli ultimi anni, come sapete, mi ha molto arricchito l’impegno assunto con il nostro piccolo gruppo di ragazzi brasiliani, a Madre Terra. L’incontro con loro ha aperto in me nuovi orizzonti di umanità e nuove dimensioni per cogliere e sperimentare fino in fondo l’irrazionalità del vangelo. Il contatto con questi ragazzi che dalla vita non hanno avuto niente, che sono soli al mondo e non hanno nessuno che li pensa, sta diventando il terreno fecondo dove sperimentare la forza dell’amore e dell’amicizia. Il progetto Madre Terra  rappresenta un piccolo ma significativo laboratorio di vita oltre che di lavoro, sia per loro che per noi. La realtà brasiliana mi affascina perché, pur tra mille difficoltà, ritardi, problemi e imprevisti, rappresenta uno stato nascente, dove si può ancora realizzare l’utopia che nella nostra vecchia Europa non troviamo più lo spazio mentale per sognare, né per noi né per gli altri.
Il secondo elemento è la scelta di lavorare seguendo il percorso dei ‘processi della vita’ e non quello delle tappe e dei risultati. Dal mio osservatorio professionale di psicologo, noto che oggi sono di moda le ‘terapie brevi’, preoccupate di eliminare i sintomi del disagio e adeguare la persona alla realtà esterna con cui ha difficoltà a entrare in contatto. Lo stesso rischio è presente anche nella formazione alla spiritualità dove spesso non si presta abbastanza attenzione ai processi, cioè a comprendere dove sta veramente la persona, qual è il suo vero bisogno, qual è la parte del suo desiderio profondo nascosta e che non riesce ad esprimere e che richiede accoglienza per emergere.
I processi di vita sono lenti, progrediscono non per tappe ma per evoluzione, non si può prevedere il risultato. Certamente però sono il percorso attraverso il quale la persona può veramente scoprire la propria identità e il proprio stile di vita, cioè la modalità con cui dare forma alle scelte di fondo e agli ideali.
Il terzo elemento è una conseguenza dei due precedenti. Dalla psicologia ho imparato come funzionano i meccanismi della comunicazione interpersonale e ho appreso che la comunicazione ha effetti e efficacia diversa a seconda che si rivolga a un numero piccolo, grande o addirittura oceanico di persone. La dimensione ideale di un gruppo, per lavorare in modo efficace e profondo, è di otto – dieci persone, perché l’interazione è molto forte e lo scambio molto intenso. Superato questo numero si entra in altre logiche, nelle quali diventano dominanti gli slogan, la suggestione, il pensiero magico.
I grandi numeri rappresentano sicuramente un rischio per la Chiesa che spesso si trova a gestire platee vaste e indistinte. Quando la gente partecipa a grandi cerimonie o a grandi eventi si sente appartenere ad una ‘grande madre’ che li fa sentire buoni, ma poi tornando a casa le persone restano esattamente quelle di prima, con i loro problemi, le loro contraddizioni, le loro sofferenze. Ai grandi numeri è possibile comunicare informazioni, trasmettere messaggi seduttivi e quindi sottilmente manipolatori, ma è molto più difficile trasmettere l’amore.
L’ultimo elemento è la cura costante e continua, direi quotidiana, al proprio stile di vita e alla propria ricerca spirituale. Quello che aiuta è avere la capacità di frenare e creare spazi di ascolto, autocoscienza, consapevolezza. Dalle spiritualità orientali possiamo imparare molto perché sono orientate proprio alla consapevolezza. Ma anche il modello monastico contiene alcuni di questi valori essenziali che vanno recuperati: il silenzio delle parole ma anche dell’azione, che significa fermarsi, interrompere, aspettare, ascoltare; la povertà e la sobrietà fa sperimentare la bellezza delle cose; l’attenzione all’altro e all’Altro.
Molti elementi per me importanti appartengono alla spiritualità dei piccoli fratelli di Charles de Foucauld: la vita semplice; la cura per l’amicizia, nei confronti di tutti e in ogni situazione; la dimensione contemplativa, cioè il grande spazio riservato alla preghiera  (potremmo dire all’ascolto della vita) durante la giornata; la sobrietà del vivere. A questi aggiungo altre due dimensioni: l’attenzione al corpo, cioè la cura della persona nella sua integrità, e il gusto del bello, cioè la capacità di cogliere e gustare l’armonia.

Don Mario De Maio

(da “Oreundici” di settembre 2008)