“TRA VECCHIE E NUOVE SOFFERENZE NELLA CHIESA”

Gli esperti di navigazione sanno che per provocare un cambiamento rilevante nella direzione in cui si muove la nave, è sufficiente una piccola variazione nella rotta che si sta seguendo. In quest’ottica, la mia riflessione vuole proporre una piccola, possibile variazione di rotta nella vita pastorale, in modo da favorirne un cambiamento significativo nel tempo.

A.      UN MONDO CHE CAMBIA
La mia esperienza pastorale risale ai primi anni del mio sacerdozio, corrispondente al periodo in cui la Chiesa viveva il Concilio Vaticano II. Ho lavorato per due anni a fianco di don Luigi Di Liegro e nel Centro di Orientamento Pastorale di Roma. Sono anche stato segretario dell’Ufficio pastorale dell’Università Lateranense. In quel periodo mi sono interrogato molto su come andasse organizzato l’incontro tra i contenuti teologici e la vita pratica della Chiesa, come andasse realizzato il mandato di Gesù “andate e annunciate il Regno di Dio”.
In quegli anni la pastorale rappresentava l’ambito privilegiato della comunicazione sociale: andare in chiesa non significava soltanto partecipare ad un rito, ma voleva dire vivere un momento di vita assembleare, di forte comunicazione con gli altri, un diversivo rispetto alla quotidianità fatta di lavoro e di vita casalinga. Le predicazioni del periodo quaresimale erano sempre molto affollate perché diventavano un fatto culturale. La chiesa stessa era un luogo sociale e culturale nella vita del paese, molti valori venivano trasmessi attraverso le attività della parrocchia.
Oggi l’evoluzione e il cambiamento della società hanno completamento modificato questo contesto. La vita sociale non è più organizzata attorno al campanile, i mezzi di comunicazione moderni e la facilità degli spostamenti fanno sì che il centro della vita sociale non sia più il piccolo borgo, la piazza, il campanile, ma ci siano altri luoghi attorno ai quali gravitano la comunicazione e le relazioni sociali. La stampa, la televisione, internet hanno modificato profondamente il modo di fare cultura, mentre l’organizzazione pastorale è rimasta ancorata al sistema parrocchiale e alle diocesi che sono strutture territoriali, inadeguati alle attuali dinamiche della realtà sociale.

B.      LA CRISI DELLA PASTORALE TRADIZIONALE
Questi elementi hanno messo in crisi i principi, le consuetudini e il modo di organizzare la pastorale. Quali sono state le conseguenze? Le esigenze delle persone sono cambiate, i bisogni materiali, sociali, spirituali sono mutati anche nella modalità in cui vengono espressi. Oggi assistiamo ad un forte scollamento tra l’organizzazione pastorale e la realtà del mondo, che da una parte vive in modo più acuto la necessità di orientamento, ma dall’altra difficilmente entra in contatto con la struttura della Chiesa. Molta gente conserva una grande fiducia e attesa nei confronti della Chiesa istituzionale; segue i grandi fatti che la riguardano con un atteggiamento prevalentemente emotivo, senza gli strumenti per coltivare un approfondimento personale, che porti a consapevolezza e a comportamenti coerenti. È molto diffusa l’ammirazione per le figure dei papi o dei santi, ma poi i comportamenti e le scelte sociali si esprimono in forme sempre più alienanti, che non favoriscono una crescita profonda dell’uomo, la qualità della vita e delle relazioni.

C. I LIMITI DELLA PASTORALE TRADIZIONALE
Se osserviamo le proposte pastorali di una qualunque parrocchia – come la celebrazione della Messa, l’amministrazione dei sacramenti, l’organizzazione degli incontri di preghiera, la catechesi – ci accorgiamo che il modello di pastorale proposto è rimasto quello tradizionale, in cui la Chiesa come edificio e la figura del sacerdote erano al centro del vivere sociale. Si trattava di organizzare una risposta ad un movimento spontaneo di attrazione verso di essi.
Oggi la realtà è completamente cambiata, e chi si occupa di comunicazione sa che l’organizzazione dei tempi e delle modalità comunicative devono tener conto delle esigenze della persona, a cominciare dagli aspetti pratici che ne caratterizzano la vita quotidiana. Per fare un esempio, difficilmente nelle grandi città le chiese sono aperte durante l’intervallo del pranzo, mentre un’offerta di questo tipo potrebbe diventare un’occasione per molte persone per fermarsi e vivere qualche momento di riflessione. È significativo che il Parlamento italiano abbia istituito al proprio interno una “stanza per la meditazione”, così come l’ex segretario generale dell’Onu Dag Hammarskjold aveva istituito la “stanza del silenzio” nel palazzo delle Nazioni Unite a New York.
Anche il sistema organizzativo della pastorale dovrebbe prestare attenzione ed offrire tempi, spazi, orari che facilitino l’accesso delle persone.
Il secondo aspetto che richiede una elaborazione profonda riguarda i contenuti che vengono trasmessi, cioè la cultura teologica a cui la pastorale fa riferimento. I due principali modelli teologici sono quello statico, nato nel contesto della cultura occidentale che ci ha preceduto, in cui ciò che veniva concepito come verità assumeva un carattere di immutabilità, e quello dinamico-evolutivo, elaborato nei documenti del Concilio Vaticano II. Che cosa significa modello teologico dinamico? La “Gaudium et spes” afferma: “la ricerca teologica, mentre persegue la conoscenza profonda della verità rivelata, non trascuri il contatto con il proprio tempo, per poter aiutare gli uomini competenti nelle varie branche del sapere ad acquistare una più piena conoscenza della fede… Nella cura pastorale si faccia uso non soltanto dei principi della teologia, ma anche delle scoperte delle scienze profane, in primo luogo della psicologia e della sociologia, cosicché anche i fedeli siano condotti a una più pura e più matura vita di fede”.

D.      LE REALTÀ DI SFIDA ALLA PASTORALE
Come può la Chiesa rispondere alle esigenze poste dal mondo moderno? Io penso che non debba gareggiare con la velocità e la complessità del sistema di comunicazione globale, perché i mezzi economici e le risorse professionali necessarie sarebbero molto costose e ingenti, ma soprattutto perché si sposterebbe su un terreno che non è il suo. La Chiesa oggi ha la sua chance nel tornare al proprio specifico: dare un senso alle cose a cui è più difficile trovarlo: la fatica di vivere, il morire, la malattia, la sofferenza, la povertà, ciò che ci supera. Offrire accoglienza e ascolto a tutte le forme di sofferenza oggi presenti nel mondo per scrutarne il possibile senso: la sofferenza delle coppie e delle famiglie che non riescono più a comunicare tra loro, quella dei bambini e dei giovani che non hanno potuto sperimentare una stabilità familiare e non hanno potuto strutturare un’identità capace di farli incontrare con il mondo esterno, i problemi degli omosessuali, dei poveri, dei migranti che cercano nella Chiesa un luogo di riferimento, le difficoltà dei divorziati e dei separati, delle coppie di fatto, ma anche degli anziani che diventano sempre più numerosi dal momento che aumenta sempre più la lunghezza della vita. Certamente vi sono molte iniziative portate avanti singolarmente dai parroci, ma nella struttura organizzativa della Chiesa vi sono un grande ritardo e altrettante fatica ad accogliere e rispondere a queste situazioni.

E.       LE SOFFERENZE DEL PRETE
L’anello di congiunzione tra la struttura della Chiesa e la pratica pastorale è il sacerdote, che si trova a gestire il punto di snodo più delicato. Da una parte egli è pressato dall’urgenza di adempimenti amministrativi e burocratici che assorbono molta parte del suo tempo, dall’altra spesso deve gestire una domanda dei sacramenti un po’ magica senza la possibilità di approfondire con il dialogo il senso più profondo della liturgia e dei suoi simboli.
L’esperienza e la riflessione che ho maturato in tanti anni di attività formativa e di consulenza in diversi seminari, soprattutto nel Sud d’Italia, mi fanno dire che in generale i sacerdoti assumono tre diversi modelli di comportamento nel vivere il loro ruolo. Il primo è un atteggiamento di obbedienza letterale e acritica a tutte le indicazioni e prescrizioni che hanno ricevuto nella formazione; il secondo è l’atteggiamento opposto di chi cerca di inventare qualcosa di nuovo senza tener conto delle indicazioni ricevute (sono le figure dei solisti che a volte ritroviamo nella cronaca); il terzo è quello di quanti propongono un’offerta frammentaria e ambivalente nella pastorale. Tutti e tre questi atteggiamenti di base rivelano un profondo disagio. Da dove nasce questo disagio?
La grande sofferenza del prete nasce dal percepire che oggi il suo ruolo, inteso come risorsa per l’attività pastorale, è inadeguato alle esigenze della realtà che lo circonda, che gli strumenti ricevuti nella formazione sono inadeguati di fronte alle domande più o meno esplicite della gente. La sua sofferenza poi si acutizza quando alla porta della parrocchia bussano situazioni che portano un grave carico di angoscia e di dolore. I divorziati, gli omosessuali, i malati mentali, gli ultimi, i poveri, gli immigrati, spesso sperano di trovare una risposta nella parrocchia, ma lì non ci sono le strutture adatte ad accoglierli né psicologicamente né organizzativamente. In tutti questi casi, quando le persone non si sentono accolte, abbandonano la frequenza della Chiesa e si rivolgono ad altre istituzioni.

F.      I PROBLEMI DELLA FORMAZIONE
In Italia l’età media dei sacerdoti è di 60 anni. La maggior parte di essi si sono formati a cavallo del Concilio, e portano dentro tutta la difficoltà di raccordare la formazione ricevuta, fondata sul modello teologico statico, con la ventata di rinnovamento rappresentata dal Concilio. La loro formazione iniziava nell’adolescenza e poteva durare anche dieci anni.
Oggi il periodo di formazione dei sacerdoti si è notevolmente abbreviato, riducendosi al periodo del corso di teologia, nel quale viene offerta essenzialmente una formazione teologica. Spesso poi i giovani che bussano ai seminari presentano una grande fragilità personale, e in qualche modo si aspettano che la struttura potente della Chiesa li possa supportare. In alcuni casi, oltre a essere fragili, sono personalità problematiche, frantumate, fino ad avvicinarsi al patologico.

G.      FORMAZIONE E SCIENZE UMANE
L’ultimo documento della Chiesa sulla formazione nei seminari parla ancora con molto sospetto della psicologia, che purtroppo fa ancora paura all’interno del mondo religioso perché non sono chiari il compito della psicologia e quello della spiritualità. La psicologia, come tutte le scienze, rappresenta soltanto uno strumento mentre è la spiritualità ad orientare le persone. Una buona psicologia libera il percorso spirituale dalle inevitabili strutture nevrotiche della persona, avvantaggiando il cammino della spiritualità e portandolo ad un livello di maggiore profondità. La psicologia serve a conoscersi, ad avere consapevolezza delle proprie fragilità, ad armonizzarle con il desiderio. I suoi strumenti attivano dinamiche profonde che portano ad una maggiore identificazione, chiarezza, maturità in cui vengono elaborate vecchie angosce e preoccupazioni infantili, permettendo alla persona di porsi di fronte alla vita in modo più adulto. Questa è la base per arrivare al livello più alto del vivere umano che è la dimensione spirituale.
Io credo che vada ripensato tutto il percorso di formazione dei sacerdoti, tenendo presente che la formazione non è una serie di lezioni, conferenze ed esercizi spirituali, ma un processo profondo di elaborazione della propria storia e dell’esperienza di Dio che il giovane sacerdote porta dentro di sé dall’infanzia. Gli studi psicologici, in particolare quelli condotti dalla psicoanalista argentina Ana Maria Rizzato, ci dicono che le immagini di Dio non si formano tanto attraverso la trasmissione di nozioni, quanto dal rapporto di fiducia vissuto con i genitori, dalla possibilità di sperimentare relazioni di fiducia profonda. Nell’esperienza del sacerdote, a questa prima immagine latente si sovrappone la formazione alla fede ricevuta nel corso degli studi, che non sempre si integra profondamente alla prima. Ne consegue che le sue modalità comunicative e operative diventano il frutto di questa serie di sovrapposizioni, che producono comportamenti pastorali frammentari, un iperattivismo che finisce con lo svuotare la persona e renderla indisponibile all’ascolto. In questo modo si alimentano reazioni di perplessità, oppure adesioni cieche e totalizzanti fondate su norme rigide piuttosto che sull’orientamento dei comportamenti.

H.       RIPENSARE LA PASTORALE
Ripensare la pastorale richiede attenzione a due livelli, quello strutturale e quello personale. Il sistema organizzativo della pastorale va ripensato con l’occhio attento alle organizzazioni che producono beni e servizi, le quali hanno elaborato modelli di comunicazione raffinati  a partire dai bisogni degli utenti dei servizi. Di questo abbiamo già detto alcune cose.
Sul piano personale, io credo che il modello debba essere Gesù Cristo. Nei tantissimi episodi raccontati dai Vangeli, ogni volta in cui incontrava una persona, Gesù cercava di cogliere quale fosse il suo bisogno. Pochissime volte ha parlato di peccato, essenzialmente si preoccupava di incontrare l’altro. Questo dovrebbe essere il vero obiettivo della pastorale, cioè stabilire un rapporto con la persona e poi, partendo dall’esperienza religiosa che la persona fa, dall’immagine dell’Oltre che ha dentro, iniziare un cammino verso la scoperta di Cristo, ma soprattutto della sua personale esperienza di spiritualità. Sono tornato da pochi giorni dal Brasile, dove abbiamo avviato un progetto di solidarietà con dei giovani attraverso il lavoro della terra. A questi ragazzi non ho mai parlato di Dio, ma ogni mattino facevo con loro dieci minuti di meditazione perché imparino ad ascoltare, perché attraverso l’ascolto della natura possano imparare che c’è qualcosa che li supera, un processo con il quale mettersi in contatto e collaborare.

I.        PASTORALE DELL’ASCOLTO
Io credo che la prima caratteristica della pastorale della Chiesa e del sacerdote dovrebbe essere un atteggiamento di ascolto accogliente. Le persone hanno bisogno di sentirsi ascoltate e comprese a diversi livelli. Il primo è quello della comunicazione che avviene attraverso i mass media. Gli interventi delle autorità ecclesiali dovrebbero avere un carattere di accoglienza riflessiva dei problemi, di ricerca in comune del senso di essi. Un atteggiamento di sicurezza di fronte alle complessità della vita finisce con l’allontanare le persone non soltanto dalla Chiesa, ma anche da una ricerca profonda di spiritualità. Dobbiamo domandarci: qual è l’immagine di Dio che passa attraverso i rappresentanti della Chiesa che intervengono sui mass media? Ricordiamo tutti il messaggio di papa Giovanni la sera di apertura del Concilio, o le parole del cardinale Pappalardo pronunciate in un momento di grande sofferenza della Chiesa in Sicilia. Grandi figure come don Puglisi, don Milani, padre Turoldo, Madre Teresa di Calcutta, Padre Pio dovrebbero essere proposte valorizzando la loro interiorità e la loro ricerca spirituale piuttosto che l’effetto magico che la loro fede può produrre nella vita degli uomini.
Un secondo livello è quello dei simboli che hanno una forte valenza come i sacramenti: come vengono trasmessi? Quale immagine di Dio comunicano? Anche questi simboli vanno vissuti nella profondità del silenzio e della ricerca di verità.
Infine il terzo livello è quello dell’ascolto personale, ascolto di tutte le forme di sofferenza e povertà. Esso presuppone una profonda interiorità, silenzio, esperienza di preghiera e relazione con il Padre. Questa capacità di ascolto si esprime nella capacità di non schiacciare nessuno nella propria sofferenza, nel proprio peccato ma nella possibilità di aprire piste lunghe e profonde di recupero dell’autenticità dell’umano.

J.       PASTORALE DELLA SPIRITUALITÀ
Il secondo elemento che mi sembra importante nella pastorale è la spiritualità. Credo che si debba uscire dal modello della parrocchia come centro di aggregazione e assistenza sociale, perché queste attività di grande valore perdono di significato quando non sono arricchite da una profonda spiritualità. Spesso il volontariato in parrocchia risponde alle esigenze dei volontari più che alle domande delle persone che bussano alla porta. Vanno ripensati i percorsi di spiritualità, intendendo con questa parola l’orientamento di fronte alle domande profonde dell’uomo.
Certamente le spiritualità di sant’Ignazio, di san Vincenzo De’ Paoli, di don Bosco, per citare solo qualche esempio, hanno rappresentato una risposta efficace per il loro tempo. Di esse dobbiamo mantenere gli aspetti di autenticità che si legano allo stile di Gesù: l’ascolto, l’interiorità, il rispetto dei tempi della persona. Le nostre comunità, le nostre parrocchie, le nostre attività debbono diventare luoghi del silenzio, dell’approfondimento in cui ci sia spazio per essere ascoltati nei bisogni manifesti, ma anche in quelli più profondi. I sacerdoti vanno formati a questo atteggiamento di ricerca comune, di valori condivisi, di modalità nuove di vivere l’esperienza della comunità cristiana.

L. PASTORALE E CREATIVITÀ
Dobbiamo ricordare che Gesù, lasciando il mondo, ha detto agli uomini: “Vi lascio lo Spirito, che vi accompagna”. Lo Spirito è presente in tutti gli uomini, credenti e non credenti, la sua forza creatrice opera sempre. Una pastorale capace di mettere insieme le tante ricchezze umane, nell’ascolto del “soffio” dello Spirito può dare luogo a forme inedite di vita. Lo stile pastorale dovrebbe essere un’esperienza in cui ogni decisione viene elaborata, condivisa e presa insieme. In questo modo diventerebbe possibile dare vita e senso alle strutture presenti in tutte le diocesi, che invece spesso sono svuotate dal di dentro. I consigli presbiterali e i consigli pastorali spesso si trasformano in organismi che svolgono funzioni burocratiche, a cui far accettare decisioni già prese. Essi dovrebbero diventare luoghi di creatività e soluzione dei problemi pastorali. Alcune esperienze nuove, come le unità pastorali, sono una valida proposta, a condizione che non rimangano contenitori vuoti ma siano supportati da esperienze concrete. Nella formazione i sacerdoti dovrebbero essere aiutati ad utilizzare la creatività, sia nella catechesi che nell’organizzazione pastorale, cioè a scomporre i problemi e trovare risposte nuove pur rispettando i principi fondamentali della fede.
Io credo che un passo importante che il sacerdote dovrebbe fare è quello di interrompere il sistema di iperattivismo che lo porta ogni giorno ad inseguire gli avvenimenti più urgenti e non quelli più importanti, avere il coraggio di fermarsi e iniziare un processo di riflessione condiviso con un piccolo gruppo di amici e confratelli che sente più vicini. In questo modo si può avviare un processo nuovo, un lungo cammino che nasce dal ripensamento profondo di quanto si è ricevuto nella formazione, di quanto si vive interiormente, e di quanto richiede la realtà con la quale ci si incontra.

don Mario De Maio

Articolo pubblicato sulla rivista “PRESBYERI” – n°4/2007