La relazione adulti-giovani

Sistematicamente ci viene proposto il tema e il problema dei giovani. Vi vorrei parlare piuttosto del problema degli adulti in rapporto con i giovani. La relazione adulti – giovani è difficile perché parte da un atteggiamento di base non corretto: il giovane deve imparare dall’adulto e condividerne i valori. Fratel Arturo nei suoi momenti “profetici” ripete che i nostri valori di adulti sono come fiori recisi tanti anni fa e appassiti nelle nostre mani. Pretendiamo che i giovani li apprezzino, li condividano e li amino. Il giovane sta su un’altra lunghezza d’onda. Noi siamo preoccupati di accaparrare, custodire, conservare, difendere ciò che consideriamo la nostra proprietà, sia riguardo le cose materiali sia quelle del pensiero. Il giovane è a contatto con la forza prorompente della vita e esprime in forme variopinte e mutevoli il “desiderio“ profondo che cerca di farsi strada.

Gli adulti più saggi tra di noi hanno imparato a prestare attenzione a ciò che i giovani esprimono, ma prima o poi nel nostro atteggiamento di “sapere tutto” vogliamo che i giovani si conformino ai modelli che portiamo dentro. Quale genitore sa annullare le sue attese e le sue pretese e mettersi in “ginocchio” a servizio di quello che il giovane è, nella sua unicità più profonda e nella sua ricchezza interiore? I giovani vivono sul “processo primario”, spesso mancano di capacità elaborativa delle spinte creative che, come un torrente lavico, ogni momento viene fuori dal loro mondo interiore. Non sentono utili i genitori giovanilisti che li rincorrono, li scimmiottano nel vestire e nelle abitudini ma vogliono punti di riferimento sicuri, in cui la coerenza tra il pensiero e l’azione sia chiaramente espressa e realizzata nella quotidianità. La loro reazione si manifesta con l’ignorare e il non prendere in considerazione ciò che la storia può loro insegnare attraverso l’esperienza che gli adulti possono comunicare loro. Si creano due mondi che vivono accanto ma non dialogano. Che fare?

Anche Gesù ha vissuto lo stesso problema. Ricordate l’episodio del giovane ricco? Credo però di poter dire che Gesù abbia riassunto tutta la sua saggezza pedagogica nella parabola cosiddetta del “figlio prodigo” ribattezzata del “padre buono”. Padre buono perché ha la grande virtù di non giudicare, di saper aspettare e accogliere a braccia aperte, senza un filo di condanna, il giovane in difficoltà con la vita. Gesù rappresenta anche l’altra categoria dei giovani nel figlio cosiddetto saggio, che infelicemente non ha capito niente dello stile del padre ma si è semplicemente uniformato ai suoi voleri. Esprimo un sogno: il giorno in cui il nostro “desiderio” sommerso da montagne di irrazionalità codificate in rituali ripetitivi quotidiani, riuscirà a farsi raggiungere dal desiderio “abbaiante” e impetuoso dei giovani, forse potremo sperare un mondo che esca dalle sabbie mobili dell’autodistruttività per percorrere strade di fraternità, di speranza e di giustizia.

don Mario