“…alterarsi fa bene”

Linee essenziali della spiritualità islamica

Testo tratto dall’intervento di Shahrzad Houshman al convegno di Ore undici “L’altro che mi altera” , non rivisto dall’autore.

Ho iniziato a studiare la teologia islamica nel mio paese, l’Iran, quando avevo 15 anni, per un bisogno profondo di spiritualità che era nato dentro di me e che pensavo di soddisfare frequentando una scuola di teologia, dove si parla di Dio. Questa scelta è stata una rivoluzione nella mia vita perché era lontanissima dall’educazione e dai pensieri dei miei genitori, docenti universitari, entrambi atei. Il buon Dio, il grande Spirito mi ha portata in Italia nel 1988 dove ho potuto conoscere profondamente anche il cristianesimo. Ho studiato la teologia cristiana fondamentale, prima a Reggio Calabria e poi all’Università Lateranense di Roma.

Da anni lavoro nel campo del dialogo interreligioso, insegno alla Gregoriana e in altre scuole materie riguardanti la teologia e la spiritualità islamica. Quando ho iniziato a studiare il cristianesimo ho sperimentato che questo “altro” mi stava completamente alterando.

Ho pensato: «non ce la faccio, questo studio sta alterando tutta la mia fede, il mio ordine religioso, la mia mentalità.»

Avevo una mia via, una strada, una luce e ora mi parlavano di Trinità, di eucarestia, di un Dio che è relazione. È stata una vera alterazione. Il buon Dio ha voluto tenermi in piedi e dopo il primo anno ho deciso di continuare. Allora ho capito che alterarsi fa bene, perché se mi vedo nello specchio dell’altro, se mi lascio istruire dall’altro, quello che mi altera in realtà mi allarga, abbatte i muri e lascia entrare l’oceano. Certo che irrita, coinvolge, disturba, a volte massacra ma se lo accetto alla fine allarga. Allarga e aiuta a rivedere non solo la vita e l’esperienza personale, ma il tuo stesso testo sacro. Ho ripreso il Corano in mano e mi sono accorta che lo leggevo con altri occhi, scoprivo nuove finestre sullo stesso testo.

Vorrei cominciare dal testamento spirituale di frère Christian de Chergé, il monaco trappista che ha vissuto in Algeria con il popolo musulmano, ha ricevuto e offerto la sua vita a questo popolo. «Se mi capitasse un giorno, e potrebbe essere anche oggi, di essere vittima del terrorismo, che sembra voler coinvolgere oggi tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. La mia vita non ha più valore di un’altra, non ne ha neanche meno, in ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra ahimè prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Non potrei auspicare una tale morte, mi sembra importante dichiararlo, non vedo come potrei rallegrarmi che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio. So il disprezzo attraverso il quale si è arrivati a considerare gli algerini globalmente presi, so anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti. L’Algeria e l’islam per me sono un’altra cosa, sono un corpo e un’anima, l’ho proclamato abbastanza credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima chiesa proprio in Algeria, già allora nel rispetto dei credenti musulmani. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre per contemplare i suoi figli dell’islam come Lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria del Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito la cui gioia segreta sarà sempre ristabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza giocando con le differenze.» E poi per l’amico dell’ultimo minuto: «E anche a te, amico

dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi, anche per te voglio questa grazia e questo addio profilatosi con te, e che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati in paradiso, dal padre nostro, di tutti e due. Amen. Inshallah. Algeria, 1° gennaio 1994.»

 

Ho voluto iniziare con le parole di frère Christian perché lui ha incontrato, studiato, amato il Corano e l’islam. Ad esse voglio affiancare un passo della tradizione islamica per cominciare a delineare i tratti essenziali di questa spiritualità. Questo passo dice: «Uno chiede al profeta Muhammad: “Che cos’è l’iman?” Risponde il profeta: “Credere in Dio, nei suoi angeli, ai profeti, alla resurrezione”. “Che cos’è  l’islam?”. “L’islam è adorare Dio al punto di non dargli associato alcuno, praticare la preghiera, pagare l’obbligo legale ai poveri, digiunare durante il mese di ramadan, fare il pellegrinaggio alla mecca. “E che cos’è san?” San è adorare Dio come se lo vedeste, o almeno se voi non lo vedete sapere che lui vi vede. La spiritualità islamica è tutta racchiusa in questa frase, che disegna tre cerchi concentrici attraverso i quali si può rappresentare la spiritualità. L’islam è il cerchio più esteriore: compiere dei riti, fare il pellegrinaggio, il digiuno, l’elemosina, la testimonianza, insomma adempiere tutte quelle opere che si vedono all’esterno. Il secondo cerchio, l’iman, è la fede, ed entra più in profondità: fede è sapere che c’è un solo Dio, che ha creato ed è in relazione con l’universo, che entra in relazione con quegli uomini chiamati santi, profeti, maestri che riescono a svuotare l’anima di se stessi per ricevere la parola di Dio. Credere nei profeti, nell’unicità di Dio, nei suoi angeli e nei suoi libri: questa è la fede dell’islam. Nel cerchio più profondo vi è san, il centro del centro: vedere Dio, se non riesci a vederlo almeno sapere che lui ti vede. Questo è il cammino verso cui la scuola spirituale della religiosità islamica cerca di portare i suoi seguaci.

Sembra semplice, ma la domanda è: come faccio a vederlo? Ebn’ Arabi è il più grande mistico spirituale islamico di tutti i tempi, ha conosciuto il grande mistico persiano Rumi e anche Francesco d’Assisi, durante gli undici mesi che Francesco visse in Egitto. Un passo di Ebn’ Arabi risponde alla nostra domanda: «Ascolta o bene amato, io sono la realtà del mondo, il centro e la circonferenza, io sono le parti e il tutto, io sono la volontà stabilita tra il cielo e la terra, non ho creato in te la percezione se non perché sia l’oggetto della mia percezione. Se dunque tu mi percepisci, percepisci te stesso, ma attraverso te non potresti percepirmi. Solo attraverso il mio occhio tu vedi me e ti vedi. Non è con il tuo occhio che puoi concepirmi. Beneamato tante volte io ti ho chiamato, e tu non mi hai udito, tante volte mi sono a te mostrato e tu non mi hai veduto, tante volte mi sono fatto dolci effluvi e tu non hai sentito, nutrimento saporoso e tu non hai gustato. Perché non puoi attingermi attraverso quel che tocchi, o respirarmi attraverso i profumi? Perché tu non mi vedi, perché tu non mi senti, perché? Perché? Perché? Per te le mie delizie superano le altre delizie tutte e il piacere che io ti procuro va oltre ogni piacere. Per te io sono preferibile ad ogni altro bene, io sono la bellezza, io sono la grazia. Amato, amami, ama me solo, amami d’amore, nessuno è più intimo di me, gli altri per se stessi t’amano, io per te t’amo e tu da me fuggi lontano. Benamato tu non puoi trattare me con equità poiché se a me ti avvicini è perché mi sono io avvicinato a te, io sono più presso a te di te medesimo e dell’anima tua e del tuo soffio. Beneamato andiamo verso l’unione, andiamo mano nella mano, giungiamo alla presenza della verità, sia lei il nostro giudice e alla nostra unione imprima il suo sigillo per sempre.»

Come si fa a raggiungere questa visione? Il fine della spiritualità islamica è la visione, quando vedi non hai più dubbi. Le tappe di questo cammino nella spiritualità islamica sono sette, descritte nei testi della spiritualità e della mistica. La prima tappa è islam: questa parola viene normalmente tradotta con “sottomettersi”, ma non è una buona traduzione, perché deriva da due radici che significano una salute, l’altra pace. Islam significa consegnarsi con fiducia a Dio per ritrovare la vera e piena salute e la vera e piena pace. Ti ha creato, ti ha nutrito, ti ha allevato, fidati, consegnati. La seconda tappa è faqr: svuotati, diventa povero. Faqir, poverelli, è il nome che viene dato ai mistici, a coloro che camminano nella via di Dio e decidono di svuotarsi di ogni bene.

Se vuoi camminare e raggiungere la visione divina devi riconoscere che sei nulla, che sei povero.

La terza tappa è resah, la felicità. Quando ti svuoti di te, questo svuotamento non ti dà tristezza ma pace e felicità. Questo dice la spiritualità islamica: mi sono fidata e ora mi abbandono fiduciosa con un sorriso, sono felice di quello che mi hai dato, mi dai e mi darai. Ti ringrazio. La quarta è muhibbah, l’amore. Ora ti innamori, non hai il peso dell’accumulo delle cose, sei felice perché entri nell’amore di un Dio che è Dio del creato: sono innamorato di tutto il mondo perché tutto il mondo è suo. In ogni volto, in ogni tramonto, in ogni alba, in ogni profumo riesci a incontrarlo.

Dopo l’amore c’è heirat, lo stupore. Talmente forte che quasi ti perdi. La quinta tappa è tawhîd, l’unificazione: unificazione individuale, ti ritrovi corpo anima spirito in un equilibrio pieno, ma anche unificazione universale, vedi unità e armonia in tutto, riesci a vedere “tutto uno”.

L’ultima tappa è il ritorno alla prima: ti consegni. Che altro fare? Sei felice, non hai niente da perdere, sei nell’amore, nello stupore, ritorni a consegnarti pienamente, liberamente, coscientemente a quel Dio, a quell’energia, a quella bellezza. Chiamalo Allah, chiamalo come vuoi. Dove c’è bellezza, dove c’è profumo, dove c’è luce, eccolo: allora consegnati. Alla fine di tutto questo percorso, dopo una grande fatica razionale, spirituale, religiosa, umana, alla fine mi ritrovo

a dire che solo Tu sei il buono e il bello, rimani un mistero, altrimenti mi annoierei.

Nel Corano ci sono tanti esempi di questo cammino, ne voglio portare soltanto due. Il primo riguarda la figura di Abramo, di cui il Corano parla nel capitolo 6. Abramo è alla ricerca della luce, vuole vedere la luce. Mentre cammina vede una stella, e pensa di avere trovato il suo beneamato, la meta, la luce, la via. Ma quando scende il tramonto non vede più la stella, e pensa: “non amo ciò che tramonta”. Continua la sua ricerca e incontra la luna: “questa è una luce più grande, questo è il mio Dio”, ma anche la luna tramonta. Arriva al sole: è felicissimo, “ecco la luce che cercavo!”. Ma il sole tramonta. In questo cammino doloroso, perché ogni volta che vedi tramontare una luce dentro di te soffri molto, Abramo capisce: “volgo il mio volto verso Colui che è la fonte di ogni luce, che non tramonta mai e non si assenta mai, che è l’unico che dà vita a ogni luce, è sempre presente, non muore mai”. Abramo ritrova la radice della luce che non tramonta mai, ritrova Dio dentro di sé. Quel dentro di sé corrisponde al fuori di sé. Il secondo passo riguarda Maria, che nel Corano è unica, letteralmente grammaticalmente essenzialmente unica. È l’unica donna che viene nominata con il suo nome. Il quarto capitolo del Corano è dedicato alle donne, ma nessuna è nominata con il proprio nome, l’unica donna che il Corano annuncia con il nome vero è Maria. Maria viene chiamata “libera”. La vera libera è lei, e in tutte le tappe spirituali Maria è l’esempio eccellente. Prima sceglie dove andare, va verso la luce, poi si ferma e costruisce il suo castello interiore, riceve lo spirito e lo accoglie, accetta di cambiare completamente la direzione della sua vita. Infine Maria ritrova Dio dentro di sé: ritrova il divino in lei, e diventa il simbolo, il modello, colei nella quale dobbiamo specchiarci, strutturarci e alterarci per crescere in Dio e nella nostra profonda umanità.