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Le conseguenze della verità. Lea, Denise e il prezzo che paga chi sfida i clan

di Roberto Saviano in “la Repubblica” del 12 settembre 2026

Denise Cosco è morta a trentacinque anni. Lea Garofalo, sua madre, è stata uccisa a trentacinque
anni. È la simmetria che spinge tutti a scrivere la parola destino, e destino è il dramma più comodo
che abbiamo, perché pone un velo di mistero sulla scelta di darsi la morte là dove invece ci sono
fatti, nomi, sentenze e responsabilità. Non è destino. È il prezzo. E il prezzo, in queste storie, lo
paga chi ha scelto, chi ha parlato, chi ci ha messo il corpo.
Indagare la decisione di darsi la fine è un arbitrio scivoloso, quasi sempre insostenibile, perché
nessuno può mettere in fila le possibilità di una scelta che appartiene a una sola persona.
Ma qui bisogna raccogliere il coraggio e partire da una lunga traccia di sangue. Nel giugno del 2014
si uccide il padre di Carmine Venturino, il killer che poi collaborò e fece ritrovare i resti di Lea.
Nel 2023 si uccide in carcere Rosario Curcio, uno degli esecutori. Il 10 settembre 2026 si uccide
Denise. La ‘ndrangheta ha perso tutti i processi di questa storia. Li ha persi, e ha continuato a
produrre morte per diciassette anni.
La procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio e ha sequestrato il telefono.
È giusto che si faccia. Ma un fascicolo così può diventare anche un alibi collettivo, perché se
cerchiamo soltanto la mano che ha spinto non guardiamo i diciassette anni in cui nessuno l’ha
tenuta.
Vi ricordate questa storia? È difficile, in un paese dove il dibattito antimafia non esiste più e la
politica volta la faccia, che di una vicenda così si tenga memoria. Allora va raccontata di nuovo.
Contro l’‘ndrangheta
Lea Garofalo era nata dentro la ‘ndrangheta, il padre glielo avevano ammazzato in una faida quando
lei aveva otto mesi, e a sedici anni era scappata con Carlo Cosco a Milano, in una casa di ringhiera
di via Montello, tra gli uomini delle cosche petiline. Dal 2002 raccontava ai magistrati quello che
sapeva, e sapeva molto. Nell’aprile del 2009 esce dal programma di protezione, per due ragioni che
in Italia nessuno vuole guardare. La prima è che quella non era una vita. Identità nuova, pochi soldi,
nessun lavoro. La seconda è più grave. Dopo sette anni le sue dichiarazioni non avevano prodotto
niente. Sette anni di parole consegnate allo Stato e nessun risultato in mano. Lea esce perché la
protezione non la stava proteggendo, la stava asfissiando e da quel momento Carlo Cosco fa una
cosa sola, con pazienza, si riavvicina. E per riavvicinarsi finge di volersi occupare di Denise, arriva ad affittare un appartamento a Campobasso perché la figlia possa finire l’anno scolastico. Un padre
che paga una casa per la scuola di sua figlia. Questo è il travestimento non il rancore, non la minaccia, ma il bisogno di rendere serena la vita della sua bambina. E Lea, che di quel mondo conosceva ogni regola, abbassò la guardia proprio lì, perché nel codice l’uomo d’onore che si occupa della figlia le tornava perfettamente credibile.

L’agguato a Lea
La mattina del 5 maggio 2009 suonano alla porta. C’è un uomo che dice di essere il tecnico venuto
a riparare la lavatrice. La lavatrice era davvero rotta, e le sole persone al mondo che lo sapevano
erano Lea, Denise e Carlo Cosco. Era stato proprio lui a dire che avrebbe mandato qualcuno.
Lea capisce subito. Lui si accorge di essere stato riconosciuto e la aggredisce, lei si difende, lo
morde, lo graffia, lo trascina lontano dalla cassetta degli attrezzi. Il rumore sveglia Denise, che quel
giorno non era andata a scuola, e la ragazza gli si lancia addosso. Lea afferra una bottiglia di vetro, la rompe, è pronta a tagliargli la faccia. Lui scappa con una tale fretta che dimentica la cassetta.
Dentro non ci sono gli attrezzi di un tecnico. C’è nastro adesivo, forbici, spago, e persino strumenti
per dare scosse elettriche. Non stava preparando un omicidio, stava preparando un sequestro con la
tortura dentro, perché quello che volevano da Lea prima di ammazzarla era che cosa avesse detto ai
magistrati. Lo identificano dalle impronte sulla lavatrice, è Massimo Sabatino, amico dei Cosco, e
si prende tutta la responsabilità senza dire per conto di chi fosse andato. Sei anni per tentato
sequestro, con l’aggravante del movente mafioso.
Lea denuncia tutto ai carabinieri e ai carabinieri dice anche il nome di chi c’è dietro, Carlo Cosco.
Dal tentativo denunciato all’omicidio riuscito passano sei mesi e diciannove giorni, e in quei sei
mesi e diciannove giorni l’unica persona che ha protetto Lea Garofalo è stata sua figlia di diciassette
anni, svegliata da un rumore.
A novembre madre e figlia salgono a Milano per una ragione semplice, Lea vuole indietro i soldi
che Carlo le deve, e con quei soldi voleva andarsene per sempre, in Australia, con Denise.
L’avvocata Enza Rando, dell’ufficio legale di Libera, cerca di fermarla. «Non andare a Milano, è
pericoloso». E Lea le risponde con una frase che oggi non si riesce a leggere due volte di seguito.
«Avvocato, non si preoccupi, finché con me ci sarà Denise non mi accadrà nulla». Sua figlia era il
suo scudo. Sua figlia era l’esca. Le due cose erano la stessa cosa, e lo sapeva soltanto l’uomo che la
stava aspettando. Denise ha vissuto con questo tormento per tutta la vita: non essere stata lo scudo
protettivo che la madre credeva.
La sera del 24 novembre 2009 Carlo Cosco incontra Lea all’Arco della Pace e con una scusa la
porta in un appartamento dove c’è già suo fratello Vito. Lì Lea viene torturata con ceffoni, scosse
elettriche, calci non per rabbia e non per gelosia, ma per farle dire tutto quello che aveva raccontato
ai magistrati. Quando hanno finito la strangolano con una corda. La mattina dopo, su ordine di
Carlo, Carmine Venturino e Rosario Curcio tornano nell’appartamento, chiudono Lea in uno
scatolone di cartone, la portano in un capannone a San Fruttuoso, vicino a Monza, la infilano in un
fusto di metallo e le danno fuoco finché non resta cenere.
Ricordate chi era Carmine Venturino? Era il fidanzato di Denise. Il padre uccide la madre in un
appartamento. Il fidanzato ne brucia il corpo la mattina dopo e la mattina dopo ancora il padre e la
figlia entrano insieme in una caserma dei carabinieri a denunciare la scomparsa di Lea.
Per due anni e mezzo di Lea non si trova nulla, perché il progetto era esattamente questo, che non
restasse nulla. Niente corpo, niente processo, niente tomba, niente memoria. La lupara bianca non è
un modo di uccidere, è un modo di cancellare, e chi viene cancellato non ha nemmeno il diritto di
essere stato ammazzato. Poi Venturino, mesi dopo l’ergastolo, racconta la corda e il fusto, e in un
tombino di quel capannone i carabinieri trovano frammenti di ossa e una collana. Grazie a quel
poco Denise ha potuto dare a sua madre un funerale. Il collaboratore Angelo Salvatore Cortese
racconta ai giudici che in cella con lui, a Catanzaro, Carlo Cosco gli chiese di ammazzare Lea, e che
lui da solo non poteva decidere, perché serviva il via libera dei capi. Cosco si rivolse anche a due
boss detenuti là. E Cortese spiega la tecnica. Farlo passare per delitto passionale, perché nel codice
ndranghetista la morte di un’adultera la decide la famiglia in autonomia perché è una questione di
onore. E se è una questione di onore interna alla famiglia i capi non possono opporsi, cosa che
avrebbero potuto fare nel caso di una vendetta per una delazione, una denuncia, una collaborazione.
Venturino, in una lettera, scriverà la frase più chiara di tutte. Non è Carlo Cosco che decide di
uccidere Lea Garofalo, questo è un delitto imposto dalla ‘ndrangheta.
Due voci interne che descrivono un’autorizzazione. E nonostante questo l’aggravante mafiosa in
quel processo non è mai stata applicata. La esclude il gip, perché lo sfondo ‘ndranghetista esiste ma
è troppo generico per individuare una cosca di Petilia Policastro. Il pubblico ministero fa propria
quella linea. Le parti civili la chiedono più volte e non la ottengono mai. Così il titolo giuridico definitivo di quella morte diventa omicidio per odio personale e onore criminale. Cioè esattamente la copertura che la ‘ndrangheta aveva progettato. Il travestimento pensato in una cella di Catanzaro arriva intatto dentro una sentenza italiana. Non è che i giudici hanno stabilito che non era mafia. È che nessuno gliel’ha chiesto.
E allora guardate come finisce l’aritmetica. Per il tentato sequestro del 5 maggio lo Stato ha scritto
mafia. Per l’omicidio riuscito, contro la stessa donna, per mano dello stesso gruppo, sei mesi e
diciannove giorni dopo, non l’ha scritto. Il tentativo è mafioso e il delitto no. Senza
quell’aggravante cambiano due cose concrete. La prima è che Carlo Cosco ha potuto chiedere il
gratuito patrocinio, avendo dichiarato meno di 10.628 euro. L’avvocato dell’uomo che ha strangolato la madre di sua figlia perché testimone di giustizia lo abbiamo pagato noi. La seconda è
che nei fascicoli Denise non è mai stata la figlia di una vittima di mafia, era la figlia di una donna
uccisa per una questione d’onore. Sua madre viene ricordata ogni 21 marzo tra le vittime innocenti
delle mafie, e sua figlia ha portato per diciassette anni il peso di una definizione che quel riconoscimento glielo negava. Colpa dello Stato italiano.
Perché Denise Cosco è l’unica persona che in questa storia non ha mai cambiato versione. Ha diciassette anni quando caccia di casa l’uomo con il nastro adesivo, diciotto quando sua madre scompare. Ed è lei, non un pentito e non un’intercettazione, a dare agli investigatori le prime cose che non tornano, compresa quella che nessuno dimentica, che nel viaggio verso la Calabria, in
macchina, lei piangeva e lui rideva forte. Poi si costituisce parte civile contro suo padre e contro i
suoi zii, e in aula resta calma quasi tutto il tempo. Perde la pazienza una volta sola, e non per il padre, ma per un avvocato della difesa che insinua che sua madre potrebbe essere viva, magari in
vacanza in qualche posto lontano, al caldo. Risponde sei parole. «Lei non si deve permettere, io non
vedo mia madre da due anni» e aggiunge anche la frase che spiega la ‘ndrangheta meglio di qualunque saggio. «Ho mangiato con queste persone, sono andata in vacanza con loro, ho giocato
con i miei cugini. Io sapevo, l’avevo capito dalla sera stessa, ma cosa avrei dovuto fare. Non volevo
fare la stessa fine di mia madre». Dalle gabbie, mentre lei parlava, il padre e gli zii guardavano altrove, come se in quell’aula si stesse parlando di qualcun altro.

Una vita senza biografia
Quando la Cassazione conferma, Denise accoglie la sentenza come una liberazione e dice di sperare
che sia la chiusura di un ciclo e l’inizio di un altro, in cui realizzare i suoi sogni senza dover più vivere nascosta per il solo fatto di aver testimoniato contro gli assassini di sua madre. Quello che è
venuto dopo è un altro nome, una città nuova, una figlia piccola e tredici anni di vita senza biografia. Senza il proprio cognome, senza poter dire a un collega chi si è, senza poter spiegare perché certe sere si piange. La protezione ti salva la vita e ti toglie tutto il resto. Ti dà documenti nuovi un lavoro ministeriale, una comunità che da lontano per un po’ ti sostiene, ma non qualcuno
che dopo dieci anni ti telefoni per chiedere come stai. Lo Stato ha imparato a proteggere un corpo, non a proteggere una vita. E questo è il punto politico, non sentimentale, perché i testimoni di giustizia non sono pentiti, non hanno commesso reati, non trattano sconti di pena. Perdono tutto per la sola testimonianza. Non sappiamo cosa è passato dentro di lei nelle sue ultime ore, e chi dice di saperlo mente. Non esiste nessuna linea retta che porti dal dolore alla morte, e fare di un suicidio una conseguenza logica è rubare a una persona l’ultima cosa che le resta, essere stata viva e imprevedibile. Qualcuno, guardando quei due numeri identici, 35, ha pensato che non abbia voluto diventare più grande di sua madre. Non lo sapremo mai. Resta che sua madre era morta a trentacinque anni per darle una vita, e che a trentacinque anni quella vita è finita comunque.
Don Ciotti, che la conosceva, ha detto la frase più giusta di questa giornata. «Non giudichiamo la
sua storia, non innalziamola e non compatiamola, lei non lo vorrebbe». Ha ragione, e allora non
facciamone un santino. Denise era una ragazza che a diciotto anni ha detto la verità su suo padre e ha dovuto vivere dentro le conseguenze di quella verità. Le abbiamo chiesto la cosa più difficile che
si possa chiedere a una figlia, l’abbiamo applaudita per un pomeriggio in una piazza di Milano, e poi lasciata sola con un nome che non era il suo e quel senso dentro di dolore, Lea credeva che il suo solo esistere l’avrebbe salvata.
Questa è la fine di Denise. Ed è la fine di Denise anche perché queste storie non le vogliamo più. In questo paese chi si oppone ai poteri criminali diventa un paria, un impronunciabile. Uno che infanga il paese. Uno che ci fa gli affari sopra. Dirlo è diventato più sospetto che tacerlo. Allora
ricordiamoci come funziona davvero. La mafia non ha bisogno di vincere nelle aule, tanto è vero che qui ha perso tutto. Ha bisogno di una cosa sola: che chi si ribella resti solo. Ha bisogno che chi parla diventi prima un caso, poi una commemorazione, poi un nome che nessuno pronuncia più. Ha bisogno del silenzio che viene dopo le condanne. Quel silenzio non lo produce la ‘ndrangheta. Lo produciamo noi.