
di Giovanni Cereti, dal quaderno di Ottobre 2015
Mi permetto di presentare oggi una teologia narrativa, e non speculativa, nel senso che desidero arrivare a comunicare come sono maturate alcune convinzioni che speriamo possano portare frutto nella Chiesa.
Nella Chiesa cattolica affermiamo che un nuovo inizio sia possibile per tutti perché attraverso il sacramento della riconciliazione il Signore esercita la sua misericordia nei nostri confronti, per cui siamo accolti con amore e possiamo sempre ricominciare da capo. Tuttavia nel secondo millennio si è imposta la convinzione che un nuovo inizio non sia possibile per coloro che si sono impegnati nel matrimonio ma non sono nelle condizioni di portarlo avanti, per tante situazioni di sofferenza, abbandono, violenza che si verificano nella nostra umanità. Secondo la Chiesa in questi casi o si torna al primo matrimonio, o si rinuncia a vivere una nuova unione coniugale, o la si vive come fratello e sorella.
Io ho lavorato al Tribunale ecclesiastico regionale ligure nella seconda metà degli anni Sessanta. È stata un’esperienza positiva perché c’erano in tutti una apertura e il desiderio di comprendere le situazioni delle persone, si cercava in ogni modo di riconoscere l’inesistenza della prima unione in modo che si potesse essere un nuovo inizio di vita. Tuttavia l’impianto giuridico era inadeguato di fronte ai cambiamenti dirompenti che in quegli anni scardinavano le convenzioni sociali e anche i rapporti familiari.
In ambito ecclesiale, inoltre, il tema dei divorziati risposati era dirimente rispetto alla piena comunione tra cattolici e ortodossi, come rilevò nel 1968 un articolo di un teologo francese, il benedettino dom Olivier Rousseau, che mi interessò molto. Da allora iniziai a studiare questo tema soprattutto dal punto di vista biblico e già allora emerse quello che si dice oggi: certamente Gesù ha detto che l’uomo non deve separare ciò che Dio ha unito, che colui che ripudia il proprio coniuge è adultero, che la persona ripudiata che si risposa è adultera, che chi sposa una persona ripudiata o divorziata è a sua volta adultero. Ma queste parole del Signore devono essere intese come un orientamento, una indicazione da seguire nella vita cristiana, ma nella vita e nella predicazione del vangelo l’annuncio della monogamia deve essere accompagnato dall’annuncio della misericordia del Signore per quanti non riescano a realizzare i propri ideali. In effetti, la Chiesa non ha sempre saputo che la parola del Signore non deve essere intesa in senso legalistico, ma deve essere resa attuale nella vita delle persone.
La Chiesa primitiva aveva subito inteso la possibilità di applicare la parola di Gesù a situazioni diverse, basti pensare al cosiddetto privilegio paolino in base al quale i matrimoni legittimi sono sciolti quando uno dei coniugi (sposatisi entrambi senza essere battezzati) riceva successivamente il battesimo e l’altro coniuge si rifiuta di continuare la convivenza.
In uno scritto del 1971 intitolato Matrimonio, indissolubilità?, chiedevo che si passasse da un sistema di tipo giuridico ad uno di tipo penitenziale. Il paradosso era che, davanti al Tribunale ecclesiastico, pur di ottenere l’annullamento, tutte le possibili nefandezze venivano valorizzate e i coniugi contendenti si vantavano del male che avevano potuto fare e dell’infedeltà al proprio matrimonio. Il tutto per tornare a celebrare un nuovo matrimonio in Chiesa. Il ricorso al Tribunale ecclesiastico dunque non implica alcuna conversione, mentre un sistema penitenziale consentirebbe un cammino di ripensamento e riflessione, per cui ad una persona che abbia adempiuto tutti i propri doveri nei confronti del primo coniuge e dei figli, che dimostri buona volontà per l’avvenire, la Chiesa attraverso il sacramento della riconciliazione può concedere un nuovo inizio.
Attraverso quella che chiamo “teologia narrativa” possiamo riscontrare che in moltissimi casi, nel primo Millennio anche nella Chiesa cattolica il comportamento era diverso da quello attuale.
La Chiesa apostolica degli inizi esercitava il potere di rimettere i peccati per opera di Spirito santo (Gv. 20) con la coscienza che «tutto quello che avete legato sulla terra sarà legato nei cieli» (Mt 16 e 18). La comunità aveva coscienza di poter esercitare la misericordia nel nome del Signore nei confronti dei peccatori, dopo la remissione avvenuta con il battesimo. Si riconosceva cioè una seconda possibilità di salvezza anche nei confronti dei peccati più gravi. Quelli lievi infatti, cioè le piccole mancanze della vita quotidiana, venivano rimessi attraverso la partecipazione all’Eucaristia, attraverso la recita del Padre nostro, attraverso opere di carità o di misericordia verso gli altri. I peccati più gravi invece potevano essere rimessi attraverso la penitenza pubblica che si affermò nella chiesa d’Oriente e d’Occidente nel II e III secolo d.C.
La remissione attraverso penitenza pubblica fu ammessa fino all’anno 250 quando vi fu la persecuzione di Decio e molti cristiani di fronte alla minaccia della morte si convertirono al paganesimo onorando l’imperatore come divinità e facendo affermazioni che potevano risultare apostasia dalla fede cristiana.
Di fronte a quella situazione, il teologo Novaziano — vescovo scismatico che si creò antipapa dal 251 al 258 — sostenne che la Chiesa avesse il potere di assolvere tutti i peccati ma non quello di apostasia né altri due peccati gravissimi, l’omicidio e l’adulterio, che potevano essere rimessi solo sul letto di morte. La comunità novaziana si diffuse largamente in Asia minore, ma la Chiesa continuò a riconoscere la possibilità di rimettere tutti i peccati, anche quelli gravissimi, attraverso la penitenza pubblica.
Si arriva a Costantino, il quale per salvare l’Impero romano e la sua unità riconobbe la libertà religiosa ai cristiani in modo che questo popolo che voleva vivere nell’amore, pacificamente e senza violenza, costituisse un collante all’interno dell’impero. Ma purtroppo dovette affrontare quasi subito una divisione all’interno della Chiesa cristiana dovuta ad Ario e all’arianesimo. Per tentare di risolvere questa divisione nel 324, un anno prima del concilio di Nicea, Costantino emanò una Costituzione che riconosceva soltanto alla Chiesa cattolica e apostolica il diritto di erigere chiese, di disporre di luoghi sacri, di avere cimiteri propri ecc. A tutte le altre Chiese, considerate sette, non erano riconosciuti questi diritti. E fra le sette erano annoverati anche i novaziani, i quali allora cercarono di rientrare nella Chiesa cattolica.
Di loro si occupò il concilio di Nicea nel 325 che al canone 8 dispose: «A proposito di quelli che si definiscono puri, qualora vogliano entrare nella Chiesa cattolica, questo santo e grande concilio stabilisce che prima di ogni altra cosa essi dichiarino apertamente, per iscritto, di accettare e seguire gli insegnamenti della Chiesa cattolica: e cioè essi entreranno in comunione sia con coloro che sono passati a seconde nozze, sia con coloro che hanno ceduto nella persecuzione, per i quali sono stabiliti il tempo e le circostanze della penitenza, così da seguire in ogni cosa le decisioni della Chiesa cattolica e apostolica». È un canone affascinante e importante, che il cardinale Kasper ha citato al concistoro del 20 febbraio 2014 come fondamento per assolvere i divorziati risposati.
Questo canone è conosciuto da sempre nella tradizione della Chiesa cattolica ma nel Medioevo la situazione era molto diversa da quella della Chiesa antica; nei primi secoli non c’era una celebrazione ecclesiale del matrimonio, c’era una celebrazione civile svolta secondo i riti familiari e le consuetudini locali, e quindi ci si sposava e si divorziava in conformità alle leggi e alle consuetudini dei diversi luoghi. Non essendo una celebrazione ecclesiale del matrimonio, anche i fallimenti riguardavano matrimoni celebrati in forma civile. Il canone 8 di Nicea non stabilisce «d’ora in poi si dovrà fare così nella Chiesa cattolica», ma afferma che i novaziani che vogliono rientrare nella Chiesa cattolica devono accettare la prassi della Chiesa cattolica, la quale prevedeva di sottomettere alla penitenza pubblica e di assolvere gli apostati nella persecuzione e i divorziati risposati.
Ma com’è possibile che la Chiesa accettasse i divorziati risposati senza chiedere loro di ritornare al primo coniuge? Era possibile forse perché la concezione dell’uomo delle prime comunità cristiane era differente da quella che possiamo avere noi ed era molto più legata alla realtà sostanziale delle persone. Ma soprattutto era possibile perché nella comunità cristiana vigeva l’obbligo espresso nel Deuteronomio: «Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa. Se essa, uscita dalla casa di lui, va e diventa moglie di un altro marito e questi la prende in odio, scrive per lei un libello di ripudio, glielo consegna in mano e la manda via dalla casa o se quest’altro marito, che l’aveva presa per moglie, muore, il primo marito, che l’aveva rinviata, non potrà riprenderla per moglie, dopo che essa è stata contaminata, perché sarebbe abominio agli occhi del Signore; tu non renderai colpevole di peccato il paese che il Signore tuo Dio sta per darti in eredità.» (24,1-4).
Il libello di ripudio era una forma di difesa della donna dall’arbitrio del marito il quale, una volta allontanata la moglie, non poteva tornare indietro. È chiaro che la Chiesa dei primi secoli predicava la monogamia come ideale cristiano, il matrimonio permanente e fedele, ma esercitava la misericordia del Signore attraverso il sacramento della riconciliazione, attraverso la penitenza pubblica, nei confronti di coloro che avevano fallito il loro progetto di vita, erano venuti meno alla parola data ed erano entrati in una seconda unione.
Lo storico Alberto Melloni, che accetta pienamente questa interpretazione del canone 8 di Nicea, come d’altra parte fa tutta la comunità scientifica internazionale, afferma che «il problema che il Sinodo ha davanti a sé non è quello di assolvere i divorziati risposati, ma è quello dei novaziani di oggi». I novaziani di oggi, tra i quali vi sono anche alcuni cardinali, sostengono che non si possa tornare indietro rispetto alla dottrina sul matrimonio e minacciano lo scisma. I novaziani di oggi sono coloro che non vogliono concedere ai divorziati risposati la possibilità di riconciliazione e quindi sono loro ad essere fuori dalla comunità ecclesiale.
Credo che questo sia un punto di straordinaria importanza perché la Chiesa può crescere attraverso la presa di coscienza che nasce da una migliore conoscenza della realtà del passato, ma purtroppo le opposizioni ai cambiamenti sono estremamente forti, non soltanto nella Curia romana ma nel mondo.
Avviandomi verso la conclusione aggiungo ancora alcuni elementi di riflessione. Il primo è che siamo stati educati alla concezione del matrimonio assolutamente indissolubile, ma mi permetto di fare questo paragone: tra i sacramenti soltanto due sono considerati permanenti, l’eucaristia e il matrimonio; tutti gli altri sono sacramenti istantanei, che si esauriscono nell’atto: il battesimo, la cresima, l’unzione degli infermi, l’ordinazione sacerdotale. Nell’Eucaristia, secondo la terminologia classica, il sacramentum tantum è la consacrazione del pane e del vino, segno del corpo e del sangue di Cristo. Una volta avvenuta la consacrazione, fino a che il pane resta pane, nessuno — neanche il Papa — può disporre che l’ostia consacrata non sia più tale. Ma se il pane ammuffisce non può più essere considerato pane e quindi cessa il sacramentum tantum, e insieme cessa anche la res tantum, la grazia del sacramento.
Se facciamo il paragone con il matrimonio, il sacramentum tantum è il segno dell’amore di Dio per la nostra umanità e dell’amore con cui l’umanità corrisponde all’amore di Dio. Il sacramentum tantum è l’amore degli sposi, la volontà degli sposi di essere marito e moglie; e fino a che l’amore, l’intesa, la concordia, la volontà di essere marito e moglie permane nei due sposi, nessuno — neanche il Papa — può sciogliere quel matrimonio! Resta il vincolo coniugale, e resta la grazia del matrimonio. Ma quando i due sposi cominciano a dividersi, forse a odiarsi, intraprendono strade diverse, forse sono già entrati in nuove relazioni, è quasi una bestemmia dire che il matrimonio è ancora il segno dell’amore di Dio sulla terra. No! L’amore di Dio resta, ma il segno che sulla terra ne rivela la bellezza e la grandezza, cioè l’amore degli sposi, è venuto meno. Fino a che il sacramentum tantum resta, nessuno può intervenire e il matrimonio resta assolutamente unico, fedele, indissolubile e indistruttibile per la vita e per l’eternità; quando però viene a cessare, è stato commesso il peccato chiamato da Gesù adulterio, o anche se non c’è stato peccato vi è la necessità di separarsi perché è impossibile continuare la convivenza, in queste situazioni la Chiesa ha il potere di assolvere coloro che, con maggiore o minore responsabilità, hanno sciolto il vincolo del matrimonio perché è cessato il sacramentum tantum, il segno dell’amore e della volontà degli sposi di essere marito e moglie, e cessa anche il res tantum, la grazia del matrimonio.
Questa argomentazione oggi viene presa seriamente in considerazione. Facciamo parte di una comunità che deve crescere, il matrimonio non può essere una gabbia che imprigiona marito e moglie indipendentemente dalla loro volontà e dal loro comportamento. Gli sposi sono responsabili di far continuare giorno dopo giorno il loro amore, la loro intesa, la loro volontà di essere marito e moglie, di portare avanti il loro progetto per tutta la loro vita. Sono loro i ministri del matrimonio che hanno la responsabilità di ravvivare incessantemente la fiamma dell’amore che è sulla terra segno dell’amore di Dio. Ma il giorno che, disgraziatamente, venisse meno questa volontà, questa intesa, questo desiderio di continuare ad essere coniugi, viene meno anche il sacramento.
Aggiungo un argomento ulteriore: nella Chiesa cattolica si parla di indissolubilità del contratto e del sacramento; non può esistere un contratto matrimoniale valido che non sia ipso facto sacramento. Ma se questo vale per la formazione del matrimonio, vale anche per la sua distruzione, cioè se viene distrutto il contratto tra gli sposi sul piano civile, anche il sacramento del matrimonio, sia pure con colpe e responsabilità degli sposi, viene meno.
Vi sono anche altre considerazioni che vengono indicate: Papa Ratzinger e altri con lui sostengono che si debba esaminare se ci fosse «piena fede nel momento della celebrazione del matrimonio». Se i due coniugi o uno solo di essi non aveva fede evangelica autentica forse il matrimonio non può essere dichiarato inesistente. Personalmente non credo che questa linea possa portare a una soluzione della questione perché come possiamo indagare sulla misura della fede, magari fragile come un lucignolo fumigante, una canna spezzata? Una certa fede c’è sempre quando si celebra il matrimonio in Chiesa. Dalmazio Mongillo poneva la questione a partire dalla prima lettera ai Corinzi: «Ciascuno esamini se stesso e poi si accosti alla mensa eucaristica». In questo modo si rinvia alla coscienza personale di ciascuno. Alberto Melloni si rifà al Concilio di Trento secondo cui l’Eucarestia cancella tutti i peccati, dunque anche l’adulterio e la rottura del patto coniugale.
E allora cosa accadrà in occasione del Sinodo che verrà celebrato nel prossimo mese di ottobre? Personalmente credo che si sia formata una maggioranza sufficiente perché questo percorso porti frutto. Certo il Papa desidera agire in maniera collegiale, non vuole forzare e opporsi alla volontà della maggioranza del Sinodo, ma se pure questo passaggio non maturasse con il Sinodo, il Giubileo della misericordia è stato pensato, voluto, desiderato, promulgato, proprio perché si possano compiere gesti di misericordia. Il Giubileo ha il fine di vivere e trasmettere la misericordia del Signore attraverso la comunità ecclesiale, tanto nei confronti dei divorziati risposati quanto in altri casi, come nei confronti dei presbiteri che si sono sposati e hanno ricevuto il divieto di esercitare il ministero per cui sono stati ordinati. In altri casi c’è l’intenzione di affidare ai vescovi del mondo intero la responsabilità per intervenire e annunciare la misericordia del Signore nei confronti di tutti i casi dolorosi che ci possono essere. Nell’intenzione di Francesco la comunità cristiana del mondo intero è coinvolta nel Giubileo della misericordia.
Concludo e ripeto: il matrimonio è il dono straordinario fatto da Dio alla nostra umanità. Tuttavia molte persone oggi non osano celebrare il loro matrimonio in Chiesa per il timore di entrare in una gabbia dalla quale non si può più uscire. Una comprensione pienamente umana della situazione dei coniugi potrebbe indurre tante persone a riscoprire il valore e la bellezza di un matrimonio celebrato non solo di fronte a Dio e alla società civile, ma anche di fronte alla comunità cristiana unita per pregare per loro. È un atto di responsabilizzazione degli sposi: il matrimonio non continua a vivere contro la loro volontà. Sono gli sposi che devono, giorno per giorno, alimentare il loro amore, fare crescere la loro volontà di essere marito e moglie e così realizzare quel meraviglioso disegno di Dio. Dio ha concesso all’uomo e alla donna il dono della coppia, ma il vero dono alla nostra umanità è il fatto che siamo insieme, uomini e donne.
OreUndici