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Amare la vita

LA VITA È UN DONO DEFINITIVO

non è mai troppo tardi per scegliere di aderire alla vita e di assecondarne le correnti

di Arturo Paoli

L’uomo moderno, in una successione che disorienta, presenta la visione di un uomo che pare forte, responsabile, padrone dell’universo. Nonostante ciò, nel momento stesso in cui afferma il suo potere, quest’uomo si uccide. Perché? Perché non è capace di trovare una ragione di vita realmente profonda. Ricordo qui l’ingegnere del film La dolce vita, un ingegnere atomico, che assorbito da un interesse scientifico personale, storicamente molto valido, si uccide. Perché? Perché è minacciato dalla fragilità del mondo, e dalla fragilità della sua propria persona.

Quando il concetto di persona è non solo pensato, ma anche scoperto in una relazione profonda e reale con Dio, questo valore di persona è un valore serio, inalienabile, assoluto, che incontro in ogni momento, tanto nella gioia quanto nella disperazione, tanto nei momenti d’integrazione umana quanto negli istanti di solitudine. È un valore che accompagna costantemente, e che è il fondamento, la costanza della forza di vivere.

Ma questa relazione con Dio non può essere come la relazione che si stabilisce con un idolo; dev’essere una relazione col Dio vivente. Se la stabilisco con un idolo, quest’idolo facilmente si svalorizza. Il progresso della scienza, il progresso delle conoscenze umane, influiscono direttamente e necessariamente sulla svalorizzazione dell’idolo, non di Dio. Il padre Moeller ha recentemente parlato di questa svalorizzazione di Dio, di un ateismo moderno che non è un’assenza del vero Dio né una negazione del vero Dio, ma la negazione di una presentazione mitologica di Dio.

Quando la mia relazione con Dio è una relazione di paura, d’interesse, o una relazione di alienazione, quando confido a Dio i problemi che posso e devo risolvere io, e li confido a lui per paura, per codardia, per mancanza d’informazione, evidentemente li risolvo costruendo un idolo.

La mia relazione con Dio non dev’essere prefabbricata. C’è nell’Esodo una definizione stupenda di Dio, che noi abbiamo messo da parte perché è stata come “assorbita” da tutta la cultura filosofica greca. La Questa non è una descrizione della realtà di Dio, è una presentazione dell’esistenza di Dio. «L’uomo sa che Io esisto, che Io sono, non solo che Io sono nell’oscurità, nelle tenebre, nell’invisibile, ma sa qualcosa di più; sa che Io mi sono interessato profondamente del lavoro dell’uomo, della vita e della sorte degli uomini. Io t’invio come profeta, come capo. Io sono colui che guida questo popolo che ora deve cercarmi, conoscermi, implorarmi».

La definizione dell’Esodo suscita un’inquietudine, una curiosità di Dio; mette l’uomo sull’itinerario di Dio.

definizione della Bibbia è molto semplice. Mosé deve presentarsi davanti al popolo. Deve dire qualcosa di Dio. «Se vado dai figli d’Israele e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi manda da voi, e loro mi chiedono qual è il suo nome, cosa risponderò loro?». Allora Dio disse a Mosé: «Io sono colui che sono» (Es 3,13-14).

Questa definizione non lo incasella né lo include in un poligono, e nemmeno lo colloca dentro un preciso concetto filosofico dandogli uno stile inequivocabile. Indica soltanto un itinerario: «che l’uomo mi cerchi; egli sa che Io sono ed esisto, e non solo sa chi sono e che esisto, ma sa anche che Io sono la definizione stessa dell’Essere».

Noi abbiamo dimenticato questa visione di ricerca, quest’atteggiamento di curiosità, di tensione e di attenzione a Dio. Dio lo abbiamo definito, incasellato; ce ne siamo forgiata un’immagine domestica, una specie di altare da mettere in casa per proteggere la nostra vita e i nostri beni, per garantire le nostre concezioni politiche e sociali, i nostri amori, i nostri odii.

Abbiamo, soprattutto, presentato in questa forma Dio al mondo, e questo mondo lo rifiuta ogni giorno di più.

Non è sufficiente che io mi ponga in relazione con Dio; è necessario – come dice continuamente la Bibbia, dalla prima all’ultima pagina – ch’io mi metta in relazione con il Dio vivo, con il Dio che vive, con il Dio che è Dio nella sua realtà.

Con questo Dio devo mettermi in relazione; e la sola forma possibile per farlo è una relazione d’ignoranza, di ricerca, d’ingenuità, di semplicità. Gesù parlava dell’atteggiamento del bimbo che non sa, che non conosce, che è disposto a tutto perché non ha idee prefabbricate; l’atteggiamento più vero per trovare Dio è un atteggiamento di abbandono, di fiducia totale, sapendo che Egli tutto riempie e tutto dirige.

La seconda relazione è con le persone.

La mia persona si fa e si disfa nella relazione con gli uomini. Vi sono uomini che appaiono ringiovaniti spiritualmente di dieci o vent’anni; in cambio, ve ne sono di quelli che la vita trova invecchiati, depressi e amareggiati ogni giorno che passa. Vi sono delle rughe nella loro vita spirituale. Che cos’è che li ha invecchiati tanto? La risposta è sovente questa: la loro relazione con le persone non è sana né autentica.

Vorrei qui rivolgermi particolarmente ai giovani per difenderli da uno scandalo che diamo noi vecchi – o quasi vecchi. Lo scandalo è questo: noi consideriamo qualcosa di normale e fatale, presentandolo come un fenomeno di esperienza e di sapienza, il fatto che l’uomo a cinquant’anni diffidi del suo simile. È normale che a vent’anni ci si dimentichi di chiudere a chiave la porta di casa. Ma è altrettanto normale che a cinquanta la si chiuda con quattro chiavi? È questo il risultato di una relazione insana, ingiusta tra le persone.

Se a cinquant’anni sono amareggiato, ferito, solitario, chiuso in me stesso, diffidente verso tutto e tutti, non posso giustificarmi dicendo: «sono così perché ho avuto una vita grama, piena di delusioni, sono stato truffato e perseguitato, ho molto sofferto, tutto si è accumulato sulla mia persona». Questa risposta significa che non mi sono inserito bene nella comunità.

Perché la vita serve e ha un solo significato. La vita è un progresso nell’amore. La persona che matura, che fiorisce, che umanamente progredisce, dovrebbe progredire nell’amore.

Nel leggere gli scritti di un teologo mistico ho trovato una frase che mi ha molto impressionato: «Tutti i santi muoiono d’amore». Moriranno anche di qualche infermità, ma certamente muoiono d’amore. Essi giungono a una pienezza, a una sovrabbondanza, a un arricchimento tale d’amore, che a un dato momento questo amore non può più essere contenuto nei limiti della persona.

Quando la mia storia personale è un cammino verso la sfiducia, verso la solitudine, verso la separazione dagli uomini, significa che è un cammino patologico, non è normale.

La mia persona deve stabilire con gli altri delle relazioni sane. Come? Direi in due modi. In primo luogo lavorando per l’affermazione e il trionfo dei diritti degli altri, così che il mio vivere con gli altri non sia statico, ma motivato da questa ricerca comune: il bene, la giustizia, la crescita.

In secondo luogo devo insistere nel desiderio, nell’aspirazione, nel gusto per il dialogo. […] Ma cos’è il dialogo? Il dialogo è scoprire una persona e la sua storia reale, personale, irripetibile; e ogni persona ha un mondo dietro di sé, ben al di là delle idee, del clan, dell’associazione o del clan che la classifica.

A me però non deve interessare la sua classificazione politica, né la sua visione religiosa o culturale; io voglio conoscere la sua storia, lo sforzo personale che ha realizzato per giungere a essere persona. Vorrei vedere cosa si nasconde dietro la sua appartenenza a un gruppo politico o religioso. […] Il cristiano è una persona che, superando divisioni politiche, divisioni sociali, ha un’apertura, una capacità di dialogo perché ha il senso della persona.