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Diritto e giustizia

UN NUOVO DIRITTO INTERNAZIONALE

Per riequilibrare l’Onu, serve un Parlamento delle Nazioni unite votato dal popolo

intervista a Paolo De Stefani, di Claudia Belleffi

PAOLO DE STEFANI è professore di diritto internazionale dei diritti umani dell’Università di Padova

Nasce a seguito delle scoperte geografiche del XVI secolo per regolamentare i rapporti tra i regni europei che si stavano lanciando nella colonizzazione delle Americhe e, di lì a poco, degli altri continenti. Non a caso, i suoi primi focus sono stati la libertà dei mari e il diritto di conquista. Oggi è una delle grandi questioni. Parliamo del diritto internazionale e ci confrontiamo con Paolo de Stefani, professore di diritto internazionale dei diritti umani dell’Università di Padova. «È proprio attraverso le regole del diritto internazionale che nel Settecento e nell’Ottocento si definirono gli equilibri europei e mondiali: la formazione dell’impero coloniale britannico, l’ordine europeo dopo le guerre napoleoniche, la nascita degli stati nazionali in Europa e in Sudamerica, la spartizione dell’Africa tra le nazioni cosiddette civilizzate. Fino alla catastrofe della prima guerra mondiale.» Con il Novecento, quindi, qualcosa cambia nel diritto internazionale.

«Sì. Assume tra i suoi compiti anche quello di prevenire le guerre e accompagnare gradualmente – molto gradualmente… -, la liquidazione degli imperi coloniali, ormai troppo costosi. La Società delle Nazioni, creata nel 1919 con il trattato di pace di Versailles, è la prima organizzazione internazionale con un mandato su pace, sicurezza e questioni sociali. Il diritto internazionale revisiona la propria funzione “civilizzatrice”: da semplice supporto notarile degli stati sovrani, diventa garante neutrale degli equilibri politici e di sicurezza. Questa trasformazione assume forme spettacolari dopo la seconda guerra mondiale. La legalità internazionale si cristallizza nello statuto della nuova organizzazione globale, le Nazioni unite, che assume su di sé l’ambizioso progetto di ridisegnare la sovranità degli Stati – di tutti gli Stati: è l’Onu che presiede alla definitiva decolonizzazione dell’Africa e degli altri territori sotto dominio straniero. I pilastri delle Nazioni unite sono pace, sviluppo e diritti umani e questi diventano il contenuto del diritto internazionale.» Quali sono gli obiettivi specifici e gli attori coinvolti? «Il diritto internazionale, a partire dalla svolta del secondo dopoguerra, si è occupato di molteplici questioni politiche, economiche, sociali e ambientali. Tutti i principali problemi contemporanei hanno una dimensione internazionale.

Per affrontarli, non bastano gli Stati. Il diritto internazionale è diventato lo strumento per regolare scambi commerciali, voli aerei, flussi finanziari, comunicazioni, politiche per lo sviluppo. E, naturalmente, la pace e la sicurezza. Anche i diritti individuali (delle minoranze, degli stranieri, dei rifugiati, delle donne, delle persone con disabilità) diventano temi rilevanti per il diritto internazionale. Le procedure e le istituzioni del diritto internazionale si aprono alla partecipazione non solo di diplomatici e funzionari statali, ma anche di associazioni e organizzazioni di società civile, aziende, come multinazionali, ma non solo, movimenti sociali, popoli indigeni, vittime di crimini, giornalisti.» Oggi a livello internazionale sembra che tutto sia deciso sulla base di rapporti di forza in assenza di dialogo e chi ne soffre è il popolo, le singole persone, le minoranze… Ha ancora senso parlare, in questo contesto, di diritto internazionale? Come fare perché venga rispettato e attuato? «Il progetto del “nuovo” diritto internazionale è vasto e ambizioso. Alcuni lo hanno attaccato, dicendo che mira a creare una specie di superstato. In nessun modo il diritto internazionale e le sue istituzioni – l’Onu, le sue agenzie specializzate, le numerose altre organizzazioni internazionali che promuovono qualche forma di governance – si sono mai avvicinati a scalzare gli Stati dal loro ruolo di principali attori politici e regolatori delle dinamiche sociali. Tuttavia, politici e movimenti politici “sovranisti” hanno interesse a denunciare ogni progetto ispirato al diritto internazionale come un potenziale attentato alla sovranità popolare, alla democrazia e alla libertà degli Stati, agitando lo spauracchio del “governo mondiale” oppressivo e repressivo. Oppure hanno interesse a screditare le norme e le istituzioni internazionali, bollandole come inutili carrozzoni. Qualsiasi regola giuridica dovrebbe proteggere i più deboli, ma può servire anche a consolidare il potere del più forte. Il diritto internazionale ha per lo più fatto la seconda cosa, nel corso dei secoli. Tuttavia, il diritto internazionale di oggi, dopo la svolta del 1945, non si presta a sostenere le avventure imperialiste e coloniali degli Stati.

Alcuni governi hanno deciso di sfidare esplicitamente la legalità internazionale, aggredendo altri Stati e violando apertamente il diritto dei conflitti armati; oppure hanno scelto di rompere accordi internazionali (sul disarmo, sulla lotta ai cambiamenti climatici, sugli aiuti umanitari) e boicottare le organizzazioni internazionali che tentano di gestire la sicurezza sanitaria, i commerci, i processi ai criminali di guerra.

Purtroppo, il diritto internazionale non dispone di un apparato coercitivo proprio per reagire a questi attacchi: non ha creato alcun superstato. Ma non ci sono dubbi che le guerre che Russia, Usa, Iran, Israele stanno facendo sono del tutto illegali. È importante continuare a dirlo e documentare queste violazioni. Sono sicuro che prima o poi questi paesi e i loro governanti pagheranno un prezzo pesante, in termini politici, diplomatici, di reputazione e anche economici, come conseguenza delle azioni scellerate di cui si rendono responsabili.» Come si coniuga oggi il rapporto tra diritto e giustizia? «Il diritto dovrebbe servire la giustizia. Ma la giustizia va oltre le regole giuridiche e non si può pretendere che tutto venga regolato dal diritto. L’iper-giuridificazione non fa bene alla giustizia. Le scelte virtuose di ciascuno di noi come consumatore – comprare beni che non sfruttano i lavoratori né inquinano – o come cittadino – partecipare, non usare la violenza, perseguire il bene comune e non solo il proprio tornaconto-, così come le scelte virtuose dei nostri governi – non sprecare risorse, perseguire la pace, promuovere lo sviluppo delle popolazioni svantaggiate, preservare condizioni di vita dignitose per le generazioni future – non devono essere fatte per paura di una sanzione, ma perché crediamo nell’equità, nell’eguaglianza, nella solidarietà. Questi sono sentimenti che non si impongono con la legge o con la forza, ma con l’educazione, l’esempio, e magari anche con le buone letture.» Quali sono i primi fronti in cui è necessario intervenire e come? «Oggi è chiaro che viviamo una fase drammatica nella comunità internazionale. Due membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, cioè dell’organo che dovrebbe sorvegliare la pace internazionale, hanno avviato delle guerre illegali. Gli Usa sanzionano i giudici della Corte penale internazionale, l’organo che dovrebbe giudicare i crimini di guerra; la Russia ne ha addirittura condannato uno (in contumacia), l’italiano Aitala, per avere ordinato l’arresto di Putin. Israele attacca il Libano, accusandolo di non aver rispettato la risoluzione dell’Onu che gli chiedeva di disarmare l’Hezbollah, ma non parla delle decine di altre risoluzioni dell’Onu, mai applicate, che chiedono a Israele di porre fine all’occupazione e alla colonizzazione della Palestina. Il massacro di Gaza, che la Corte internazionale di giustizia considera un potenziale genocidio e che gli esperti dell’Onu riconoscono esplicitamente come genocidio, continua senza che nessuno, in Israele, pensi di processare i responsabili. Anzi, si approva una legge che introduce la pena di morte per i terroristi, ma solo se colpiscono gli israeliani, non se le vittime sono palestinesi. Queste sono aberrazioni che devono cessare al più presto. C’è un’evidente crisi operativa e di credibilità del Consiglio di sicurezza. Il veto di Russia, Cina o Usa ha impedito al Consiglio di agire nei conflitti in Israele, Siria, Ucraina, Iran. Alcune proposte sono in campo per ridurre drasticamente il diritto di veto di cui godono i cinque membri permanenti, ma per toglierlo del tutto o almeno limitarlo servirebbe il consenso degli stessi “cinque grandi”. La struttura dell’Onu è troppo sbilanciata sugli Stati: per mettere questa organizzazione al passo con i tempi servirebbe un’assemblea parlamentare, simile a quella del Consiglio d’Europa, o un vero e proprio Parlamento delle Nazioni Unite eletto dai popoli, come il Parlamento europeo, magari integrato con scienziati, gruppi indigeni, esponenti di confessioni religiose. Ma non sono misure che si possano mettere in cantiere ora, con Putin e Trump al potere a Mosca e a Washington.» È pessimista sul futuro o ci sono segnali per guardarvi con fiducia? «Oggi mi sembra ormai diffusa la drammatica consapevolezza che, di questo passo, rischiamo di vanificare gli sforzi fatti negli ultimi ottant’anni per costruire un diritto internazionale meno a servizio dei potenti e più a servizio dei soggetti svantaggiati, tornando all’epoca in cui gli stati sovrani potevano liberamente usare la forza per i propri interessi, contro gli stati esteri e contro la propria popolazione.

Questo è quello che vorrebbero Putin, Trump, Xi Jimpin, e i loro estimatori. Questi sono anni decisivi: se il castello del diritto internazionale crolla, tutti ne saremo colpiti negativamente. Le mobilitazioni che in questi anni abbiamo visto per l’Ucraina e per Gaza, i movimenti per il clima, le diverse azioni che si svolgono a livello locale, anche sui social media, per i diritti umani (alla casa, alla salute, contro la violenza sulle donne) sono il segnale che i valori del “nuovo” diritto internazionale hanno attecchito. Così come è un segno positivo, pur in un contesto di crisi dei modelli tradizionali della democrazia politica, l’emergere di prassi democratiche originali in molti settori e in molte parti del mondo, spesso su spinta dei giovani della generazione Z. Da questi giovani, in Europa, in Asia, in Africa e in America Latina, mi attendo uno scatto di innovazione anche per il diritto e la politica internazionale.»