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I bambini, Dio e noi

come scoprire il potenziale religioso dei bambini?

di Sofia Cavalletti

Pedagogista e formatrice del metodo Montessori. Dopo aver concluso la sua formazione iniziale con una laurea in ebraismo e lingue semitiche alla Sapienza di Roma, dal 1954 e per tutta la sua vita si è dedicata all’educazione religiosa dei bambini. Il metodo catechetico Il buon pastore, da lei ideato, è diventato un classico, un punto di riferimento ancora ritenuto valido da tanti catechisti. Il testo che proponiamo è tratto dal capitolo Dio e il bambino del suo celebre Il potenziale religioso del bambino (Città Nuova), frutto di una lunga esperienza con i bambini dai 3 ai 6 anni.


Prima di iniziare qualsiasi discorso relativo all’educazione religiosa dei bambini, dobbiamo porci una domanda basilare: è lecito dare un’educazione religiosa ai bambini? […] Dobbiamo cercare una risposta nel bambino stesso.

Una simile risposta non può e non deve essere data dall’adulto su un piano teorico, ma deve scaturire solo da un’attenta e spassionata osservazione del bambino, in modo che sia egli stesso a dirci se vuole o no essere aiutato a scoprire Dio e la realtà trascendente; deve essere il bambino a dirci se l’esperienza religiosa è o no costitutiva della sua personalità.

Una relazione interpersonale è sempre un mistero, tanto più è tale quando si tratta del rapporto con Dio; e quando il rapporto è tra Dio e il bambino il mistero è ancora più grande. […] Il rapporto [dei bambini] con Dio va oltre il livello intellettivo; … si presenta ad un tempo di carattere affettivo, conoscitivo e morale: è la certezza di una presenza, di una presenza d’amore, che attira con una grande forza di «seduzione» ma non più, tuttavia, di quanto il bambino sia «disposto e deciso a seguirla»; una presenza quindi che non si impone, ma sembra attendere una risposta. […] È stato osservato che sembra esserci nei bambini un divario fra le loro capacità naturali e quelle soprannaturali e che l’elemento religioso in loro non è adeguato agli stimoli esterni. Si tratta di momenti fugaci, simili a un bagliore che illumina vivamente e poi si spegne; tuttavia essi ci fanno in qualche modo intravedere una realtà misteriosa presente nel bambino, ci mostrano in lui delle potenzialità e delle ricchezze di cui non riusciamo a definire chiaramente il carattere. Il fatto che si tratta di sprazzi non ne infirma l’importanza, perché è proprio del bambino vivere dapprima in modo discontinuo le ricchezze che egli possiede, le quali, solo lentamente e attraverso l’aiuto dell’ambiente, diventano poi in lui un habitus costante. […] La risposta che i bambini danno all’esperienza religiosa è tale che sembra coinvolgerli nel profondo, in un appagamento totale; «II mio corpo è contento» disse Stefania, dopo aver a lungo pregato con i suoi piccoli compagni. La facilità e la spontaneità dell’espressione religiosa e della preghiera del bimbo fanno pensare a qualcosa che sgorga dal profondo, quasi fosse connaturale al bambino. […] Sta di fatto che i bambini sanno, in campo religioso, cose che nessuno ha detto loro. Un esempio impressionante è quello della bambina che ha riconosciuto in Dio l’artefice del mondo; ascoltando la spiegazione del padre si era sentita in qualche modo tradita dalle sue parole, senza avere la capacità di difendersi; è bastato che il padre pronunciasse la parola «Dio» perché la piccola vi riconoscesse quello che cercava e vi si aggrappasse, con gioia infinita. […] Sta di fatto che il bambino sembra capace di vedere l’Invisibile, quasi fosse più tangibile e reale della realtà immediata.

Bianca (cinque anni e mezzo) sta impastando la farina con il lievito, come esercizio relativo alla parabola che paragona il regno di Dio al lievito che fa gonfiare la pasta; la catechista le chiede di spiegare quello che sta facendo a una signora che è venuta a visitare il Centro; e Bianca spiega: «Sto guardando come cresce il regno di Dio». […] I bambini penetrano senza il minimo sforzo oltre il velo dei segni, e ne «vedono» con grandissima facilità il significato trascendente, come se non ci fossero barriere tra visibile e Invisibile.

[…] Se volessimo azzardare una spiegazione di tutto ciò, potremo forse dire che, essendo l’esperienza religiosa fondamentalmente una esperienza d’amore, essa corrisponde in particolar modo alla natura del bambino. Noi crediamo che il bambino abbia più di chiunque altro bisogno d’amore, perché è egli stesso ricco d’amore; il suo bisogno di essere amato dipende non tanto da una carenza che va riempita, ma da una ricchezza che cerca qualcosa che le corrisponda.