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Il coraggio di sperare

La gioia nasce dalla gratitudine

guardare alla realtà e all’altro con uno sguardo profondo, aperto e pieno di speranza

Il tema “il coraggio di sperare” sembra elementare, parole che conosciamo. Eppure più ci si pensa e meno si sa che cosa veramente venga prima: sembrerebbe che il coraggio venga prima della speranza, ma è proprio così? È il coraggio che precede la speranza o invece è la speranza precede il coraggio? La speranza è madre e non figlia del coraggio. Direi che sono due parole gemelle che si rincorrono anche nella riflessione, come Pietro e Giovanni quando si recano al tempio: uno precede l’altro e poi l’altro precede l’uno; è uno scambio permanente.

Certamente ci vuole coraggio per sperare ancora, perché la nostra generazione – vedo che più o meno apparteniamo tutti, o quasi, alla stessa generazione – è una di quelle che si ritrova circondata da un cumulo di speranze tradite o fallite, o entrambe le cose. Pensate soltanto, come esempio, a quello che ha significato per l’umanità la speranza socialista, che ha mobilitato nella storia umana milioni e milioni di persone di tutte le razze, di tutti i popoli, di tutte le provenienze e si è infine rivelata un fallimento totale. Allora per sperare ancora, dopo fallimenti di questo ordine, è necessario tanto coraggio: per non permettere che il fallimento di quella speranza storica, politica, culturale, sociale, travolga l’istanza fondamentale che stava alla base. Era una istanza di libertà, di giustizia, di emancipazione.

Il coraggio di sperare vuol dire questo: non permettere che quel seme profondo, di verità, di autenticità, di umanità, di giustizia che aveva suscitato quella speranza, venga travolto nel suo fallimento storico. Ecco allora il coraggio di sperare, malgrado tutto. Ma poi si può rovesciare il discorso e domandarsi: perché ho ancora questo coraggio, chi me lo dà? La speranza.

E allora vorrei svolgere questo tema nella sua dialettica interna, con un preludio in due tempi, uno poetico e uno biblico, e tre brevi punti che saranno il cuore del discorso: il segreto della speranza, il contenuto della speranza e la speranza come resistenza.

Il primo preludio è poetico, ed è ispirato al poema sulla speranza di un poeta francese, Charles Péguy, morto sul fronte della prima guerra mondiale, il 14 settembre 1914. Péguy ha scritto un poema interamente dedicato alla speranza, intitolato Il portico del mistero della seconda virtù: la seconda virtù è appunto la speranza, la prima è la fede e la terza l’amore. Il poeta immagina Dio che parla con se stesso, e fa questo discorso (che riassumo così per brevità di cose): “Che nel mondo ci sia un po’ di fede non mi stupisce, perché ho lasciato così tante tracce nella creazione, nelle creature, negli astri del cielo, nelle persone umane, nei bambini, soprattutto nei bambini, che sono la mia fotografia, che è impossibile che la gente non si accorga che Dio c’è, che Dio esiste, che Dio è la verità. E non mi stupisce neanche che ci sia l’amore, perché la vita umana è talmente piena di guai che non è possibile che gli umani non si amino tra loro almeno un po’, per pietà di un’esistenza così misera, piena di angosce, di domande, di tristezza, di lutti. Ma la speranza? Non riesco a capire come possa esistere, come sia possibile che questi umani, vedendo come le cose vanno male, anzi malissimo, ciò nonostante sperano che domani andrà meglio.

E allora il poeta chiama questa speranza “ragazzina”, «une petite fille de rien du tout», una ragazzina da nulla, di queste che scorazzano per la casa e non riesci mai ad afferrare e soprattutto a capire. Dio non la capisce. E conclude: «questa piccola fiamma che vacilla a ogni soffio di vento, non riesco a capire come possa essere poi così fedele, così costante, così ferma, così pura, e invincibile e immortale e inestinguibile. Non riesco a capire la speranza». E infine Péguy si chiede: «Ma com’è possibile che questa fontana speranza scorra eternamente, zampilli eternamente, sgorghi eternamente, eternamente giovane, eternamente pura, eternamente corrente, eternamente viva. Com’è possibile, chi la capisce? Io, dice Dio, no, non la capisco, mi sorprende, mi sbalordisce».

E anch’io, sulla scia di Péguy, mi chiedo: come fa questa ragazzina, chiamata speranza, a rendere pura l’acqua torbida, a rendere giovani giorni ormai vecchi, a rendere trasparenti anime opache, a rendere bambine anime consumate, a rimettere in piedi anime prostrate, a mettere in movimento anime bloccate? La speranza fa miracoli.

Questa è la conclusione del preludio poetico.

Il secondo preludio è biblico, dove incontriamo una figura emblematica che personifica, nella sua esistenza, la speranza: è naturalmente Abramo, di cui l’apostolo Paolo dice che «sperò contro speranza». Cioè sperò quando non c’era più nulla da sperare, sperò nella disperazione. Abramo è la personalizzazione della speranza nella disperazione. Quell’uomo che aveva 75 anni, e quindi era un pensionato, che avrebbe avuto diritto al suo riposo, riceve da Dio un ordine completamente assurdo: «Parti, vai». Ma come? Sono appena arrivato, ho concluso la mia vita, sono sistemato, sono a posto, ho il mio clan. No, Dio gli chiede di lasciare tutto e di partire, senza sapere per dove: «dove te lo dirò dopo»… è un po’ troppo! Abramo è una personificazione che va al di là di come avremmo potuto inventarla, se fosse una invenzione umana. La speranza biblica, vedete, è trasgressiva, è sempre andare oltre, oltrepassare. Ma qual è, possiamo chiederci, il motore che mette in movimento Abramo a 75 anni? Qual è il movente, la molla che ti fa partire quando sei appena arrivato? È una promessa, di cui non vedi niente, non sai nulla, tranne che è Dio che te la promette. Come lo sai, non si sa. Come tu capisci che quella promessa non è qualcosa che viene da te, che viene dalla storia, bensì da un altrove che non controlli ma che ti controlla, che conosci soltanto nel momento in cui si rivela con quelle parole. Abramo è modello di una speranza purissima, senza argomenti, senza appigli. Solo una parola che tu dici a te stesso: «È Dio che mi parla, non sono io che parlo a me stesso. Non è il clan, non è la storia, non è il passato, non è il futuro, non è neanche il presente, perché il mio presente è il mio futuro. Questa è la speranza con cui siamo confrontati. Non è poco. Sperare contro speranza.

Dopo questi due preludi, arriviamo al primo punto: il segreto della speranza. La speranza è de facto una delle grandi forze motrici della storia umana, e se per qualche sventura o disavventura culturale, spirituale, religiosa, l’umanità cessasse di sperare, regredirebbe a forme di esistenza preumana. Sarebbe una morte dell’umanità. Ma da dove nasce la speranza? Qual è la sua radice? L’abbiamo già detto parlando di Abramo, alla sua base c’è la promessa senza appigli, senza dimostrazione, una pura parola che promette ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo e una terra. Paradosso straordinario, perché lui aveva la terra. Abramo non discute con Dio, prende per buona la promessa di Dio e risponde: «va bene, spero in quel che tu mi dici di sperare».

Le nostre speranze sono un insieme di tante cose: le promesse di Dio, ma anche le promesse della storia, le promesse della nostra esistenza, le speranze, i desideri, i sogni, i bisogni personali e collettivi. La speranza è sempre radicata nell’esistenza e ogni aspetto della nostra vita può diventare oggetto di speranza, tanto in campo materiale, quanto in campo spirituale, religioso: il pane, il lavoro, la casa, le amicizie, gli amori, la fede, il perdono dei peccati, la pace interiore, la salvezza, la vita eterna. Abbraccia tutto questo e molto di più. La speranza è un crocevia dove si incontrano tutte le cose umane, che fanno parte del nostro vivere quotidiano, e tutte le cose divine, i valori, le cose grandi e sublimi che costituiscono l’orizzonte della nostra vita. La speranza è una realtà nella quale è difficile distinguere l’umano dal divino. È il luogo dell’incontro, dell’appartenenza dell’umano al divino e del divino all’umano.

Faccio solo un esempio: quando nasce, un bambino che cosa chiede? Inconsciamente chiede di vivere, concretamente chiede di poppare, di mangiare. Chiede il pane. Il pane è la prima speranza di chi viene al mondo. Speranza concretissima. E finché il bimbo non è sazio piange, cioè chiede. Il pianto è la preghiera del bambino. La prima richiesta del Padre nostro, quando passiamo dal livello di Dio al livello della nostra vita, è «dacci oggi il nostro pane». L’umano e il divino sono compresi nella speranza del pane che è nello stesso tempo speranza umana e speranza divina. Questa compresenza di umanità e divinità nella speranza è il segreto della nostra speranza, di tutte le nostre speranze, che nel Nuovo Testamento sono riassunte nella promessa del regno di Dio. La promessa di Dio, la speranza di Dio è dunque il motore di tutte le speranze umane, sia quelle relative alla sfera materiale della vita, sia quelle relative alla sfera spirituale e religiosa.

C’è ancora un’espressione che voglio sottolineare, presente nella lettera agli Ebrei: nella promessa di Dio ad Abramo, oltre alla terra e alla discendenza, Egli «aveva in vista qualcosa di meglio». Questa espressione credo riassuma bene il nucleo fondamentale della speranza cristiana e umana: avere in vista qualcosa di meglio.

Il secondo punto riguarda il contenuto della speranza, che è sempre relativo al bisogno perché se hai fame la speranza è il pane, se sei nudo la speranza è il vestito, se sei solo la speranza è il prossimo, se sei in esilio la speranza è una patria dove sentirti a casa, se sei in prigione la speranza è la libertà, se sei ammalato la speranza è la guarigione, se sei colpevole la speranza è il perdono, se sei condannato la speranza è la grazia. Però la speranza maggiore, è la speranza per i morti. Fino ad ora abbiamo parlato della speranza per i vivi, ma c’è qualche cosa di meglio: la speranza per i morti. Tocchiamo il vertice assoluto della speranza, che non avremmo neanche il coraggio di avvicinare, se non fossimo autorizzati a farlo dalla resurrezione di Gesù. La resurrezione di Gesù vuol dire questo: c’è speranza per i morti. Il che significa che non dobbiamo avere paura di sperare troppo, ma di sperare troppo poco. Di non osare la speranza maggiore che è quella per i morti.

Poi c’è il contenuto della speranza come mobilitazione all’azione. La speranza non è soltanto attesa, non è soltanto visione, non è soltanto progetto: è anche operare. La speranza diventa operaia. E diventa operaia quando si immerge nella disperazione. Quando conosci che cosa vuole dire disperare, la tua speranza non resta progetto, non resta visione ma diventa azione, mobilitazione.

In conclusione, il terzo punto è la speranza come resistenza. Poiché siamo circondati dalle macerie di tante speranze tradite o fallite, la grande tentazione è dire che è impossibile che i morti risuscitino, è impossibile che risuscitino le speranze. È la grande tentazione di ogni generazione che abbia vissuto questa serie di fallimenti. Pensate all’unità cristiana: è da cento anni che esiste il movimento ecumenico, il dialogo tra le chiese, il concilio Vaticano II… un lavoro immenso è stato fatto. Eppure, purtroppo, per quanto concerne l’unità cristiana siamo al punto di prima. Le chiese non sono unite. Con tutto ciò che è cambiato, non è cambiato l’essenziale, la divisione non è cambiata. È vissuta diversamente, ed è importantissimo, però la divisione resta. Ma pensate anche alle speranze con cui è stata accompagnata la creazione dell’Onu, l’organizzazione delle Nazioni Unite, nel 1948: sembrava un’alba nuova, invece ogni giorno sperimentiamo l’impotenza politica dell’Onu. Zero! Bisogna allora che la speranza diventi resistenza. Dobbiamo resistere e sperare, credere.

In fin dei conti il segreto della speranza, il contenuto della speranza, la speranza come resistenza, si possono riassumere nell’affermazione che sperare significa credere che tutte le nostre speranze sono innestate nella speranza di Dio. La speranza di Dio è che c’è qualcosa di meglio e che Lui ha in vista qualcosa di meglio per noi.

Il pastore valdese Paolo Ricca ha tenuto la relazione di apertura al convegno estivo di Ore undici e ha celebrato, insieme a don Mario, la liturgia eucaristica.
«Anche rivedersi è un dio, con la d minuscola, ma pur sempre un dio», ha detto rivolto a don Mario, citando Bonhoeffer in una delle sue ultime lettere dal carcere.
Riportiamo una sintesi della sua relazione, non rivista dall’autore, che ringraziamo.