
LA CURA CHIEDE DI RIDECLINARE LA VITA
È attenzione, non imposizione, ascolto, condivisione di scelte e impegno
Intervista a Ivo Lizzola a cura di Claudia Beleffi
Quando pensiamo al termine “cura”, l’immaginario collettivo ci porta ad un’azione concreta da mettere in campo, in primis medico. Un agire fattivo per risolvere un problema: la cura della pelle, dei capelli, di una malattia…
Le origini, greche e latine, della parola sottolineano invece altro: “cura” è attenzione, rivolgere lo sguardo, preoccuparsi. L’etimologia arricchisce di umanità una parola che oggi rischia di prendere una deriva da prestazione più che sostanziarsi in condivisione e accompagnamento.
Abbiamo chiesto al professor Ivo Lizzola di aiutarci ad entrare in questo tema.
«Uno storico tra 80 anni – afferma – quando studierà le nostre comunità, dirà di quanta fragilità si son fatte carico e quanto ampia è stata l’età fragile ospitata e registrerà quanto ci si è specializzati nella cura, investendo risorse. Una vera “età della cura”. Negli ultimi sessant’anni c’è stata un’attenzione diffusa e una nuova considerazione delle vulnerabilità.
Quest’”età della cura”, però, potrebbe finire. Da un lato a livello statale e locale si tagliano le spese destinate agli interventi. Dall’altro abbiamo una generazione che sta crescendo, se non è già cresciuta, nella precarietà, in un tempo segnato dall’epidemia e dalle guerre, che sono esercizio di forza. Non è facile tener dentro tutto questo. Noi un tempo, da ragazzi, avevamo gli oratori, le associazioni dove sperimentare il prendere cura, oggi questa non è più una realtà diffusa».
Quindi la cura sta per morire? «Non possiamo saperlo. Ciò che in questi anni stiamo vivendo potrebbe portare i giovani alla riscoperta della cura, partendo dalla comune vulnerabilità, sentendo la bellezza della fraternità. Io vivo a Bergamo: in tempo di pandemia qui tutti hanno avuto almeno un familiare morto per il Covid. Questo senso di fragilità ha quintuplicato nella nostra zona i suicidi anche tra gli adolescenti. Abbiamo però anche visto i ragazzi attivarsi verso i compagni, con forme di veglia reciproca e nuova sensibilità. La guerra e la percezione di precarietà sono un peso ma resta una generosità esistenziale in cui dobbiamo continuare a credere.
Perché noi per primi siamo dono».
In che senso? «Noi veniamo da un dono: non siamo originari, tanto meno origine di noi stessi. Siamo dati al mondo, messi al mondo, offerti. All’inizio nasciamo, fragilissimi, in mani d’altri. La prima sensazione del corpo e del mondo ci è data dal palmo di due mani che ci accolgono, ci puliscono, e ci accudiscono, ci cullano.
Nasciamo nella cura, nella cura ricevuta in questa specie di danza della vulnerabilità: perché nel momento in cui quelle mani ci prendono, ci accolgono, ci sostengono, loro stesse stanno imparando di nuovo la loro grande fragilità, anche un po’ con la loro impotenza».
Da dove ha origine la cura? «Origina dalla memoria di essere figli e figlie della cura, e dall’impegno di serbare tra noi l’attesa di bene. Serbarla vuol dire a volte ricostruirla, rigenerarla, anche faticosamente, anche controcorrente, quando la vita e le relazioni paiono averla spezzata o sfinita».
Ci sono oggi nuove realtà di cura? «La cura dei nipoti verso i nonni è una novità antropologica del nostro tempo. Per la prima volta nella storia quattro generazioni convivono e si accompagnano.
I bambini sentono la loro fragilità come quella dei nonni e la rielaborano come non sufficiente a impedire una capacità di cura: si può essere capaci di cura anche da fragili. La cura non è solo dei forti! Grandi medici, anche grandi oncologi hanno capito il posizionamento esatto di alcune cure, soprattutto palliative, quando loro stessi sono stati malati. La cura vera è la capacità di tenersi nelle mani e negli occhi reciprocamente».
Prendersi cura e aver cura sono due sinonimi? «Il prendersi cura dice una disponibilità e una assunzione di responsabilità: ti esponi e ti giochi in questo, ma non ti sostituisci all’altro. Aver cura è riconoscersi dentro una realtà che ci accomuna. Ci impegna ad agire con una danza di fiducia, di gesto, di supporto.
È uno scambio reciproco e affettuoso tra persone che possono condividere fragilità e competenze».
Quali sono le azioni proprie della cura? «Vedo tre movimenti in una relazione di cura e li riprendo da Eugenio Borgna: l’ascolto del dolore e del malessere; il prendere le distanze; il reincontrarsi con maggior competenza. Prima entro empaticamente in contatto con l’altro, quasi a sentire su di me ciò che prova; poi necessariamente prendo le distanze per analizzare, osservare. Infine avviene il nuovo incontro dove si è cambiati entrambi: io conosco cose nuove di te e tu di me e insieme di noi stessi e insieme si può trovare una nuova via per la vita nel nuovo orizzonte di fragilità».
Quindi la cura chiede di rideclinare la stessa vita…
«Sì, scoprendo nuovi significati e possibilità. C’è la cura tra persone che si amano: è preferenziale, tra persone che si sono scelte. Pensiamo agli innamorati, agli amici. C’è la cura educativa, che avviene tra “stranieri” e crea comunità di cura reciproca. Al di là della gradevolezza e della sintonia, si creano ponti di umanità tra persone estranee tra loro, addirittura anche attraverso il diritto internazionale. Penso alle esperienze estive che le Caritas del Nordest propongono con la presenza in alcuni progetti del mondo. Le richieste dei giovani a partecipare sono raddoppiate.
Quindi la cura è viva, non è morente».
Se le chiedessi di indicarci gli atteggiamenti chiave del prendersi cura…
«Il primo è la risonanza. Siamo chiamati a indebolirci in un certo senso, a esporci fino al punto di sentire quello che sente l’altro: chiedendo un nostro riposizionamento fatto di pensieri e gesti. Dobbiamo accettare l’altro come è per poi corrispondere, anche in modo esigente. Pensiamo agli operatori del penale minorile. Devono sentire la rabbia, lo smarrimento, l’incertezza del proprio valore che vivono i ragazzi, ma dopo questa risonanza tornano esigenti perché devono spingerli a rimettersi in gioco. Il secondo atteggiamento è la capacità di indebolirsi. Se si è portatori di competenze e potere, cura è deporre, condividere potere e riflessione, scelte e impegno. Non è imposizione. Il terzo è la capacità di stare attenti a quello che avviene. La cura è una realtà nella quale uomini e donne fanno avvenire il futuro guardando cosa si apre. Quando si lavora con i disabili tutto questo è ben evidente e nascono e sono nate esperienze straordinarie: l’abitare condiviso, il baskin, il lavoro reinventato: in alcune situazioni crei delle condizioni.
ma poi ti affidi alla risposta sorprendente che la vita prenderà nella via di cura».
La cura, quindi, non è mai una risposta certa.
«Parte dalla realtà dell’umano nella quale è importante stare attenti a ciò che nasce. Magari non son rose ma licheni, ma qualcosa comunque nasce. La cura è accompagnamento affettuoso nel reggere le fatiche. Il tempo è breve: da adulti molti arrivano a pensare alla morte che chiede accompagnamento “nella grande debolezza”. Christian Bobin ne Un azzurro che non mente più dice che è vero che restiamo soli di fronte alla morte ma è bene essere accompagnati un poco. Non sottovalutiamo questo.
C’è poi un legame tra cura e impotenza. Anche se la cura sembra essere inefficace rispetto alla sofferenza, comunque è presenza, è condivisione.
Pensiamo ad esempio alle cure palliative: rendono possibile abilitare il tempo, le relazioni, le ultime comunicazioni.
Il dolore fa sentire il corpo e… la cura è un bel modo per salutarci».