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Testimoni appassionati

Occuparsi di futuro

La passione per il lavoro di orientatore nasce dalla possibilità di fare la differenza

Testimonianza di Dino Pietrobon – (lavora presso il Centro per l’impiego di Treviso nel servizio specialistico di orientamento. Impegnato nel sociale, è consigliere comunale.)

Quando si parla di lavoro, spesso ci si concentra su contratti, numeri e statistiche, competenze e figure professionali. Sono aspetti importanti e visibili, certo, ma non gli unici.

Perché il lavoro non è solo un contratto. Il lavoro è dignità. È identità. È sentirsi parte della società.

Esercitare la mia professione nel mondo della formazione e dell’orientamento, e in questi ultimi anni lavorare al Centro per l’Impiego come operatore, significa entrare ogni giorno in contatto con percorsi di vita diversi, aspettative, paure e speranze. Il nostro compito in sintesi è quello di supportare le persone nella ricerca del lavoro, oltre a costruire una rete funzionale e stabile con le aziende e altri attori del territorio, come enti di formazione, servizi sociali, Ulss, enti del terzo settore. Non si tratta soltanto di fornire informazioni o di gestire pratiche amministrative: serve ascoltare, comprendere e accompagnare le persone.

Nei nostri uffici entrano giovani con lo sguardo pieno di domande, adulti che hanno perso un lavoro dopo anni di stabilità, donne e uomini che cercano una seconda possibilità. Alcuni arrivano con speranza, altri con fatica, qualcuno con la paura di non essere più utile al mondo del lavoro. C’è il ragazzo alla prima ricerca di lavoro, che non sa da dove cominciare.

C’è la persona che ha perso l’occupazione dopo vent’anni e improvvisamente si sente fuori posto.

C’è chi arriva in silenzio, quasi con vergogna, come se chiedere aiuto a cercare lavoro fosse una sconfitta. Io li incontro lì, in quel punto delicato tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere.

Il mio lavoro è “fare orientamento”. Ma, prima ancora, è ascoltare. Perché dietro ogni curriculum, c’è molto più di un elenco di esperienze: ci sono competenze nascoste, sogni rimasti in sospeso, talenti che aspettano solo di essere riconosciuti.

Spesso chi arriva al Centro per l’Impiego non cerca soltanto un lavoro: cerca fiducia. Cerca qualcuno che lo aiuti a rimettere insieme i pezzi, a rileggere il proprio percorso, a capire da dove ripartire, a dare senso ai frammenti di sé tenendosi stretti quelli che ci fanno sentire integri. Respiriamo tanta fatica nelle persone. Ed è proprio in quel momento che capisco quanto questo lavoro sia, prima di tutto, umano. La passione per questo lavoro nasce proprio qui: nella possibilità di fare la differenza. Un colloquio di orientamento può aiutare qualcuno a scoprire competenze che non pensava di avere, a trovare la fiducia per candidarsi ad un’opportunità, ad aiutare una persona a valorizzare ciò che sa fare, a credere di nuovo nelle proprie capacità o semplicemente a non sentirsi solo in un momento di incertezza. Le persone arrivano con tante difficoltà sulle spalle: penso a Linda, che è alla ricerca della prima esperienza lavorativa piena di entusiasmo ma anche di dubbi; ad Elisa, che dopo anni nello stesso settore, si trova improvvisamente a dover ripensare il proprio futuro professionale a causa della chiusura dell’azienda.

Penso a Marco, che ha bisogno di ritrovare fiducia nelle proprie capacità per poter ripensare al proprio futuro.

Credo che l’orientamento sia prima di tutto una relazione: un momento in cui la persona può fermarsi, riflettere sulle proprie competenze, su quello che vuole diventare e immaginare nuove strade possibili. La parte più bella del mio lavoro è vedere nascere consapevolezza nella forza che ognuno porta con sè. Ed è questa dimensione umana, fatta di ascolto e di fiducia, che rende il mio lavoro complesso, affascinante ed estremamente ricco di verità. Essere orientatore significa questo: credere nelle persone, accompagnarle nel cambiamento e contribuire, passo dopo passo, alla costruzione del loro futuro professio-nale. Non esistono formule perfette o soluzioni immediate. Esistono dialoghi, tentativi, strade che si aprono poco alla volta. Serve competenza da parte di noi operatori, tanta competenza. A volte basta una domanda fatta nel momento giusto, nel modo giusto o creativamente diversa dal solito… per far riaccendere scintille di speranza. A volte basta fermarsi ad ascoltare davvero. A volte basta dire: “Proviamo a guardare la tua storia in un altro modo”. A volte basta dire : “proviamo a ripartire da qui, io ci sono”. Altre volte serve tempo, pazienza, fiducia.

E qualcosa cambia. Le persone percepiscono speranza, se tu credi in loro. La verità è che chi fa questo lavoro con passione sa che ogni incontro può essere significativo e portare a un cambiamento. E poi arriva il momento più bello: quando qualcuno torna o ci scrive raccontandoci di aver trovato un lavoro, di aver iniziato un tirocinio, di aver aperto una propria attività o di aver ripreso a credere nelle proprie possibilità. In quel momento capisci che il tuo lavoro non è stato solo un servizio. È stato un passaggio, un momento importante nella storia di quella persona.

Penso a Carlo, che tra mille vissuti di dolore, sofferenza e spesso poca fiducia in sé, mi dice con entusiasmo che ha trovato un lavoro per 6 mesi nella biblioteca del suo paese. C’è Marianna, che è riuscita ad iniziare una piccola attività di lavoro autonomo in ambito agricolo grazie alla pazienza di essersi costruita quest’opportunità un po’ per volta, con la pazienza del tempo e grazie al contributo di una fiducia ritrovata in sé e nuovo entusiasmo.

Ogni piccolo successo – una candidatura in un’azienda che va a buon fine, un tirocinio che si trasforma in contratto di lavoro, una persona che ritrova motivazione – diventa una soddisfazione condivisa. Ed è per questo che ogni giorno, entrando in ufficio, so che non mi occupo soltanto di lavoro. Mi occupo di possibilità, di ripartenze.

Mi occupo di futuro: provare a ripensarsi con speranza credendo nel proprio domani, ma a partire dal “qui ed ora”.