
La morte di Enzo Bianchi riapre la riflessione sulla storia di Bose, sul rapporto tra il fondatore e la comunità
di Daniele Rocchetti su l’eco di Bergamo del 25.09.26
Ho preferito aspettare e lasciare sedimentare pensieri e parole prima di commentare la morte di Enzo Bianchi. Perché quando muore una persona che ha attraversato così profondamente la propria storia, e quella di tanti altri, le parole rischiano di essere troppo immediate: o diventano celebrazione, o diventano giudizio.
La prima volta che ascoltai Enzo Bianchi fu, se la memoria non mi inganna, nell’autunno del 1979. Tenne un incontro presso il Centro culturale San Bartolomeo di Bergamo sui movimenti ecclesiali allora emergenti. Fu una serata magnifica e iniziò lì una vicinanza di cui conserverò per sempre gratitudine e riconoscenza.
Ricordo la lucidità della sua analisi e la forza con la quale sottolineò il rischio che le nuove aggregazioni si muovessero attorno alla figura e alla proposta di un leader carismatico, confondendo il carisma con l’istituzione e il valore dell’intuizione originaria con la dimensione comunitaria che da essa aveva avuto origine.
È una frase che mi è tornata spesso alla mente in questi giorni, perché forse contiene, inconsapevolmente, una delle questioni decisive della vicenda di Bose.
Negli anni successivi lo invitai una ventina di volte a Bergamo e, con grande generosità, accettò sempre. Furono lectio magistralis, incontri biblici e occasioni di confronto con persone diverse per storia, sensibilità e cultura: Massimo Cacciari, Gianni Vattimo, Giuliano Amato, Ezio Mauro. Anche questo dice qualcosa di Enzo: la capacità di ascoltare e di misurarsi con interlocutori lontani, senza rinunciare alla propria voce.
Ma prima di arrivare a questo punto, credo sia necessario ricordare il significato che Bose ha avuto.
Perché Bose non è stata semplicemente Enzo Bianchi. È stata un’esperienza comunitaria che ha avuto un’importanza straordinaria nel post-Concilio italiano.
In un tempo nel quale la Chiesa usciva dal Concilio Vaticano II con domande radicali — sul rapporto con il mondo, sulla Parola di Dio, sulla liturgia, sull’ecumenismo, sulla responsabilità dei laici, sul rapporto tra fede e cultura — Bose ha provato a dare a quelle domande una forma concreta di vita.
Questo, credo, sia il suo merito più grande. Non soltanto pensare il Concilio, ma viverlo. Non soltanto parlarne, ma trasformare alcune delle sue intuizioni in una forma quotidiana di vita comunitaria.
Per questo Bose è stata un laboratorio. Ma è stata anche una scuola, e una scuola esigente.
Una scuola di ascolto della Parola, innanzitutto. La Scrittura non come patrimonio degli specialisti o come ornamento della vita cristiana, ma come centro della vita personale e comunitaria. La lectio divina come pratica quotidiana, come esercizio di ascolto e di discernimento.
Una scuola di ecumenismo. Non l’ecumenismo delle dichiarazioni ufficiali, ma quello fatto di volti, preghiera, amicizia, ospitalità, conoscenza reciproca. In un’Italia ancora largamente abituata a pensare le confessioni cristiane come mondi separati, Bose ha mostrato che le differenze potevano essere attraversate senza essere negate.
Una scuola di dialogo con il mondo. Bose ha avuto la capacità di rivolgersi anche ai non credenti, non per convertirli, ma per ascoltarli e per condividere con loro le grandi domande dell’esistenza. Ha cercato di mostrare che la fede cristiana poteva abitare la città di tutti, parlando un linguaggio comprensibile e mostrando la pertinenza antropologica della Parola.
Una scuola, infine, di vita comunitaria.
Ed è forse questo l’aspetto che oggi rischiamo maggiormente di dimenticare.
Il carisma di Enzo Bianchi ha generato una comunità di donne e di uomini. Persone concrete, con storie, sensibilità e vocazioni diverse, che hanno dato corpo nel tempo all’intuizione originaria. Donne e uomini che hanno pregato insieme, studiato, lavorato, accolto, ospitato, discusso, dissentito, cercato insieme una forma di vita cristiana.
La grandezza di Bose sta anche qui: nell’aver trasformato un’intuizione personale in un’esperienza comunitaria.
Per questo Bose è diventata una scuola. Non una scuola soltanto nel senso intellettuale del termine, ma un luogo nel quale generazioni di persone hanno imparato qualcosa sulla fede, sulla Chiesa, sulla Parola, sull’alterità, sulla convivenza, sulla responsabilità.
Molti di noi sono passati da Bose per un incontro, una settimana, una conferenza, una preghiera. In tanti ne siamo usciti diversi da come eravamo entrati.
Io stesso sono salito a Bose molte volte, negli anni successivi a quel primo ascolto a Bergamo. Ci sono tornato per riannodare legami di amicizia e per nutrirmi di quanto quella comunità offriva.
Non posso dunque guardare a Bose soltanto come a una vicenda ecclesiale da giudicare. È parte di una storia personale e della storia di molti.
Bose ha davvero rappresentato il meglio del post-Concilio in Italia. Ed è proprio perché lo penso che non credo sia necessario idealizzarla.
Il carisma di Enzo Bianchi è stato indubbio. Anzi, è stato ciò che ha reso possibile la nascita della comunità. Senza quella forza generativa, senza quella capacità di intuizione, di parola e di attrazione, Bose probabilmente non sarebbe esistita.
Enzo, però, per molti anni e finché è rimasto priore ha rifiutato con decisione di essere chiamato “fondatore”. Preferiva definirsi, più semplicemente, l’iniziatore.
Ma, al di là del termine, la sua funzione originaria resta evidente: è stato lui a intuire una strada, a raccogliere persone, a dare un linguaggio, a costruire una forma.
Ed è proprio il carisma, quando è grande, a portare con sé un rischio: quello di eccedere la realtà che ha contribuito a generare.
Ma una comunità, quando diventa veramente comunità, non può rimanere indefinitamente coincidente con chi l’ha iniziata. Deve acquisire una propria soggettività e responsabilità, una capacità di discernimento condivisa.
A mio avviso, una parte delle tensioni che hanno segnato la storia recente di Bose può essere letta anche così: come una difficoltà a riconoscere fino in fondo la differenza tra il carisma di Enzo e la realtà che quel carisma aveva generato.
Non è un giudizio sulla persona. È una questione ecclesiale.
Il carisma è un dono proprio perché non è una proprietà. Genera qualcosa che, una volta nato, non appartiene più soltanto a chi lo ha generato.
Ed è qui che la storia diventa dolorosa.
Perché la comunità che Enzo aveva contribuito a generare aveva ormai una sua vita. Era diventata una realtà fatta di donne e di uomini, di vocazioni, di relazioni, di responsabilità condivise.
Forse non è stato sufficientemente riconosciuto questo passaggio. E quando la differenza tra il carisma di chi ha iniziato una comunità e la comunità che ne è nata non viene colta fino in fondo, possono sorgere tensioni e ferite difficili da ricomporre.
È anche per questo che ho guardato con particolare attenzione all’ultimo gesto di Enzo Bianchi.
La lettera a Sabino Chialà e la richiesta di una riconciliazione visibile con la Comunità di Bose mi sono sembrate un gesto bello. Non perché cancellassero ciò che era accaduto, né perché risolvessero magicamente le responsabilità e le sofferenze.
Ma perché riconoscevano che, alla fine, una comunità è fatta di persone e di relazioni. E che una storia, anche quando è stata attraversata dalla divisione, può cercare una parola diversa.
Proprio per questo ho fatto fatica ad ascoltare le parole pronunciate da Goffredo Boselli al termine dell’Eucaristia.
Le ho trovate scomposte e fuori luogo.
Non discuto il dolore di chi le ha pronunciate. Né voglio mettere in discussione la legittimità di una memoria diversa da quella di altri.
Ma quelle parole mi sono sembrate inappropriate in quel momento.
C’erano al funerale fratelli e sorelle di Bose, persone che avevano condiviso per anni una storia, una vocazione, una casa. C’erano ferite, certamente, ma anche affetti e legami che nessuna ricostruzione della vicenda può cancellare.
In quel momento avrei pensato fosse necessario custodire soprattutto il rispetto, il silenzio, la discrezione.
Quel rispetto, silenzio e discrezione che la Comunità, a dispetto di tante parole esibite anche con superficialità, ha custodito sempre, anche negli anni della lacerazione.
Lo ha custodito anche quando avrebbe potuto non farlo, quando avrebbe avuto ragioni per difendersi da accuse che considero insensate.
Un funerale dovrebbe essere, prima di tutto, un luogo di riconciliazione.
E quell’Eucaristia avrebbe potuto rappresentare proprio questo: non la rimozione delle responsabilità e delle sofferenze, ma la scelta di non aggiungere altre parole capaci di dividere a una storia già segnata dalla divisione.
Per questo quelle parole mi sono sembrate una pietra d’inciampo per i fratelli e le sorelle di Bose presenti al funerale.
Un peccato, perché la loro presenza era già un segno: fragile, certo, ma proprio per questo prezioso.
Il gesto di Enzo e Sabino mi è sembrato andare nella direzione opposta: poche parole, il riconoscimento reciproco, la ricerca di una possibile riconciliazione.
Un gesto più eloquente di molte ricostruzioni della storia.
Forse è proprio qui che si misura oggi l’eredità di Enzo Bianchi.
Non nella celebrazione di un fondatore, né nella sua condanna. E nemmeno nella rimozione delle contraddizioni che hanno accompagnato la sua vita e la storia di Bose.
Si misura nella capacità di distinguere il carisma dalla comunità, la persona dall’opera, l’origine dal futuro.
Enzo ha generato molto. Ma ciò che ha generato non gli appartiene più.
Questo vale per ogni fondatore. E vale anche per Bose.
La comunità che Enzo ha contribuito a creare è diventata nel tempo una comunità di donne e di uomini. Ha avuto una propria storia, ha formato coscienze, ha educato alla Parola, ha costruito relazioni, ha aperto porte.
È stata laboratorio e scuola esigente per generazioni di cristiani e di cercatori.
Questo patrimonio non può essere ridotto né al carisma di Enzo né alle vicende dolorose degli ultimi anni.
E Bose non è soltanto ciò che è stata: continua a essere una comunità chiamata a interrogarsi su ciò che può ancora offrire alla Chiesa e al mondo.
Deve poter continuare a vivere non contro Enzo e nemmeno semplicemente in nome di Enzo, ma raccogliendo ciò che di quell’esperienza è ancora capace di parlare al presente e di aprire un futuro.
Forse la vera eredità di Enzo Bianchi sta proprio nella possibilità di tenere insieme due verità.
La prima: senza il suo carisma, Bose non sarebbe esistita.
La seconda: proprio perché quel carisma è stato fecondo, Bose è diventata qualcosa che va oltre colui che l’ha iniziata.
Ogni grande carisma, prima o poi, deve accettare di diventare storia.
E ogni comunità che ha ricevuto un grande carisma deve imparare a vivere senza trasformarlo né in un idolo né in un nemico.
Il carisma vero non trattiene. Genera, forma, educa. E poi, finalmente, lascia andare.
OreUndici