“Il virus stravolge la Chiesa. L’Europa? Basta egoismi”

intervista a Francesco Montenegro a cura di Carlo Tecce
in “il Fatto Quotidiano” del 20 aprile 2020.

Don Franco è il cardinale Francesco Montenegro, siciliano di Messina con origini pugliesi, arcivescovo di Agrigento, la diocesi che abbraccia l’iconica Lampedusa. È un pastore con un gregge, non con una cattedra. Era a fianco di Jorge Mario Bergoglio per il primo viaggio da pontefice, l’otto luglio di sette anni fa. Papa Francesco gettò una corona di fiori nel mare lampedusano, chimera e spesso tomba per migliaia di migranti, lì denunciò l’indifferenza globalizzata e poi pensò, chissà, di consegnare la berretta cardinalizia a don Franco.

“Buongiorno, qui parla don Franco”.

Cardinale?

Mi spiace, mia madre non mi ha chiamato eminenza. Altrimenti avrei detto: buongiorno, qui parla don eminenza.

Allora, ricominciamo: buongiorno, eminenza.

Io mi guardo le mani per capire se ho lavorato abbastanza, non bado all’abito che indosso. Certo la pandemia mi impone di registrare video e messe, però io preferisco la fede vissuta.

Adesso Agrigento e provincia riaprono le Chiese.

Per alcune ore di mattina. I matrimoni se proprio urgenti: il prete, gli sposi e i testimoni. Suonerò le campane più spesso per confermare la nostra presenza.

La serrata ha agitato la Conferenza episcopale italiana e provocato un intervento di papa Francesco.

Io ho sofferto tanto, non ho ordinato di sbarrare gli ingressi con piacere, ma ho agito per il bene comune. Agrigento ha una sanità non molto attrezzata, pochi posti letto negli ospedali. Era mio dovere impedire occasioni di contagio, non esporre la gente al pericolo.

S’è detto: perché nutrire i fumatori con i tabaccai e non lo spirito cristiano con le chiese. E qualcuno ha chiosato: la fede si consegna alla scienza.

Io credo in un Dio presente, vicino all’uomo in qualsiasi situazione, però devo rispettare le indicazioni dello Stato, valutare il contesto e proteggere i più fragili. Ciò non significare diventare succubi. Io sono un cristiano e sono un cittadino. La fede non è una bacchetta magica che fa scomparire il buio, è la luce che ci spinge a camminare nel tunnel.

Qualcuno suggeriva le messe per Pasqua.

La nostra fede ha un aspetto comunitario e sacramentale. Ho consigliato ai parrocchiani di mettere il Vangelo al centro della casa come noi in chiesa abbiamo il tabernacolo. Non serve praticare la fede dei gesti, andare a messa con il sentimento di chi paga le tasse, spolverare la coscienza e sentirsi buoni cristiani oppure illusi di aver strappato un pezzettino di Paradiso. Questa pandemia è un’esperienza devastante, si ammassano le macerie attorno a noi, domani saremo chiamati a ricostruire – scriva con la maiuscola, per favore – una nuova Chiesa, una nuova Società, una nuova Europa.

In ordine: una nuova Chiesa.

Il nostro perimetro va allargato, non ristretto. I poveri sono i grandi assenti. Papa Francesco ha spalancato le finestre, a volte patisce la solitudine. Non possiamo tollerare i cristiani che disprezzano gli immigrati, non possiamo accettare la fede dal divano o dai palazzi. Il virus ci ha spinti a lanciare scialuppe di salvataggio, si sono creati legami solidi seppur a distanza, c’è un movimento che si è riacceso. Non sprechiamo un’occasione, non alziamo steccati.

Una nuova Società.

Rimuoviamo la logica del più forte. Abbattiamo i muri, dentro e fuori. Non dobbiamo chiuderci in noi stessi, dormire sereni mentre migliaia di uomini muoiono affogati in acqua e milioni di africani vivono con qualche dollaro in capanne di fango. Ci riguarda da vicino, è una nostra responsabilità.

Non possiamo osannare la ricchezza e scordarci la sanità pubblica. Non possiamo escludere gli anziani, i nullatenenti, i disabili. Negli ospedali, dopo stagioni di tagli alle risorse, si è dovuto scegliere chi curare. I vincoli economici hanno sfasciato la sanità universale. Il mondo che ci siamo allestiti, che ha dimenticato la natura e l’essenziale, ci sta cadendo addosso per un virus. Ci sentivamo padroni, ci siamo ritrovati schiavi. Francesco cita l’ecologia integrata, cerchiamo di avere uno sguardo ampio, non di soffermarci sui nostri piedi, ma di muoverli. Quale nazione oggi può avere l’arroganza di gridare “basto a me stessa”?

Una nuova Europa.

Mi sono occupato di migranti per la Cei e sono stato presidente della Caritas, spesso ho dialogato con i funzionari di Bruxelles, sono stato al Parlamento e pure a un Consiglio europeo e mi spiace conservare pessimi ricordi. L’Unione ha sempre seguito la bussola del rigore contabile, non della prosperità sociale. Non ha ridotto le distanze tra nord e sud. Io ho paura che l’acronimo Ue diventi “unione egoismi” e perda la sua utilità e il suo ruolo nella storia. Io chiedo all’Europa di avere coraggio, di essere solidale, di investire nel futuro. L’Europa del denaro è a breve scadenza. La pandemia ci offre la possibilità di rimediare agli errori e va sfruttata con intelligenza. Ho letto che hanno supplicato scusa all’Italia perché abbandonata, il perdono non va negato, ma adesso impediscano che l’Italia vada in frantumi. Sotto l’emergenza sanitaria cova una emergenza sociale di proporzioni immani e io già lo percepisco. Sarà difficile resistere ancora a lungo sigillati in casa.

Vedo una vecchia povertà.

Cosa intende?

Le famiglie bussano per il pane, la pasta, l’affitto. La febbre preoccupa, ma i genitori non sanno come sfamare i figli. Agrigento ha un piede in Africa, siamo l’ultimo avamposto d’Europa. Non ci sono fabbriche o industrie da rimettere in moto. Ci sono lavoretti, anche in nero, che non si fanno più, turismo finito, alberghi vuoti, campi incolti.

Un’apocalisse scatenata da un organismo invisibile.

No, saremo migliori.

Ne è sicuro?

La fede è credere che domani spunterà il sole.