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Guardare lontano

L’esperienza della Pasqua

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«Guardare lontano con gli occhi dei giovani»: Matteo Manna, volontario in Africa per la ong bolognese CEFA, ci racconta il percorso che lo ha portato a immergersi «nella vita e nella cultura di una realtà molto distante», all’interno di un progetto che si occupa di agricoltura per combattere la malnutrizione soprattutto infantile.

Come è nata in te l’idea di fare il servizio civile e di farlo in Africa?

Ritengo che il Servizio Civile sia un’ottima opportunità per affacciarsi al mondo della cooperazione e del volontariato; in particolare ho scelto di partecipare al bando per il Servizio Civile Universale per avere la possibilità di vivere per un anno in un paese estero e immergermi nella vita e nella cultura di una realtà molto distante dalla mia. Ho scelto l’Africa perché ne sono sempre stato affascinato e perché ho avuto modo di confrontarmi con due miei zii che, negli anni ‘80, a loro volta fecero Servizio Civile per due anni con la mia stessa ong, in un villaggio non molto distante dal mio.

Qual è il tuo precedente percorso scolastico? c’è un nesso tra la tua formazione e l’esperienza che stai facendo?

Dopo il liceo scientifico ho intrapreso un percorso di laurea triennale in Scienze ambientali presso La Sapienza, ho poi proseguito con la Laurea magistrale in EcoBiologia, conservazione degli ecosistemi terrestri. Durante il percorso universitario mi sono interessato agli impatti dei cambiamenti climatici sulle popolazioni locali dei paesi più fragili: quindi la possibilità di vivere per un anno nel contesto rurale di un villaggio, in un progetto che si occupa di agricoltura per combattere la malnutrizione, mi è sembrata in linea con i miei studi e anche una possibilità per sviluppare nuove competenze, oltre che per mettere in pratica e consolidare quelle acquisite.

Quando sei arrivato che cosa ti ha colpito di più? qual è stato l’impatto?

Mi ha colpito il grande freddo, ho preso un bel raffreddore! Abbiamo avuto tre settimane di formazione sulla lingua locale, lo swahili, a Matembwe, sede storica della Ong CEFA (Comitato Europeo Formazione Agricoltura), che si trova a circa 1900 mt sul livello del mare, nelle Highlands dell’entroterra della Tanzania. Inoltre, siamo arrivati in agosto, il mese più freddo dell’anno, dato che sotto l’equatore le stagioni sono invertite. Con il tempo quello che mi ha colpito di più è lo stile di vita molto positivo delle persone locali, non posso dire di aver visto due persone litigare o alzare la voce in una discussione, né persone estremamente tristi, anzi sembra che ognuno abbia sempre il morale alto, e ho capito come una vita “difficile” non per forza sia triste, e come invece nella nostra parte del mondo, vite “facili” possono essere molto tristi.

In cosa consiste il tuo servizio civile? fai parte di una struttura? come è organizzata? ti trovi bene?

Faccio parte del CEFA, una ONG di Bologna che dal 1972 lavora per vincere fame e povertà: aiuta le comunità più povere del mondo a raggiungere l’autosufficienza alimentare e il rispetto dei diritti fondamentali (istruzione, lavoro, parità di genere, tutela dei minori). Il progetto a cui partecipo ha come obiettivo la lotta alla malnutrizione infantile nei villaggi, attraverso la formazione agricola e la distribuzione a famiglie in difficoltà di materiale per l’orticoltura e l’allevamento domestico. Inoltre collaboriamo con una cooperativa locale (Mawaki) che gestisce una macina di farina di mais e che recentemente ha iniziato a produrre la merenda locale tradizionale, Uji, una sorta di porridge a base di farina di mais, fagioli, soia, semi di zucca, riso e barbabietola. Questo Uji è destinato alle scuole dell’infanzia dei villaggi limitrofi, ed è fortificato con l’aggiunta di nutrienti come ferro, zinco, acido folico e vitamine, per garantire un corretto sviluppo dei bambini nei primi anni di crescita. Mi trovo bene con i colleghi e la struttura è molto ben organizzata.

Hai contatti diretti con le persone del luogo? hai fatto amicizie? qualcuno/a in particolare ti ha colpito?

Il progetto si svolge interamente in un villaggio, quindi a contatto con la popolazione locale. In ufficio, durante la settimana lavorativa, sono l’unico italiano, oltre al mio collega volontario del servizio civile: i rapporti con le persone del luogo sono sicuramente la maggioranza. Inoltre in villaggio la popolazione che conosce l’inglese è molto limitata, da qui la necessità e opportunità di imparare lo swahili. Sicuramente durante gli ultimi cinque mesi si è instaurato un rapporto di amicizia con i colleghi dell’ufficio, della macina e con gli addetti alla sicurezza. Inoltre, nel fine settimana cerco di andare nella vicina città di Iringa, dove mi alleno nella squadra di basket dell’Università Rucu. Grazie alla condivisione di questa passione ho avuto la possibilità di integrarmi e instaurare delle relazioni con ragazzi coetanei che andassero al di là del primo grande ostacolo della “pelle bianca”… i pregiudizi ci sono sempre.

A partire dalla tua esperienza che idea ti sei fatto del lavoro di cooperazione internazionale?

Dalla limitata esperienza di questi cinque mesi, mi sono fatto l’idea che la cooperazione internazionale possa essere di grande aiuto in realtà difficili, quando riesce ad inserirsi nel contesto locale, cosa non facile a farsi, e che richiede esperienza, tempo, flessibilità e diversi aggiustamenti in corso d’opera, poiché un progetto scritto su carta deve sempre fare i conti con la realtà.

Che impressione ti stai facendo della vita in un paese africano? quali sono le cose che apprezzi di più?

Mi sono reso conto di quanto poco cosciente fossi della vastità del continente africano e del grande mosaico di culture ed etnie che lo compongono. Sicuramento lo stile di vita locale, che si riassume nel “pole pole” (piano, piano), può essere inconcepibile per noi occidentali abituati a correre, a cercare di fare le cose nel minor tempo possibile ecc., ma nella vita di tutti i giorni si traduce in un basso livello di stress che non per forza riduce l’efficienza in ambito lavorativo o di erogazione dei servizi, anzi, secondo me migliora la qualità della vita.

Al termine di questa esperienza sai già come ti vorrai orientare per il tuo futuro? Consiglieresti ad altri/e giovani di fare il servizio civile internazionale?

Per il futuro non ho ancora nulla di deciso, sicuramente si sono aperte nuove opportunità e nuovi punti di vista su cui rifletterò nei prossimi sei mesi, prima del termine del Servizio Civile. Questa è un’esperienza che sicuramente raccomanderei (e lo sto facendo) agli amici e ad altri giovani: Rispondete al bando e fatevi prendere. Sarete catapultati in un mondo del tutto nuovo, sicuramente stimolante. Siate aperti e recettivi. È una grande opportunità!