Commento a Gv 1,35-51

da “Il racconto di Giovanni” di don Bruno Maggioni, Cittadella, 2012

Cercare e vedere

Per una comprensione più profonda della pagina letta, credo utile soffermarci su due motivi che costituiscono, pare a me, la struttura costante dell’intera costruzione: la ricerca e il vedere. La domanda «Che cosa cercate?» – al contrario di altre espressioni (venire e vedere, dimorare: Cfr. 1,39) – non è più ripresa nel seguito dell’episodio.

«Cercare» resta come in sospeso, quasi un verbo introduttivo che definisce, globalmente e genericamente, il cammino dei discepoli. Nonostante non venga più ripreso, è un verbo importante, in qualche modo un elemento che sostiene l’intera intelaiatura della narrazione. Per lo meno costituisce un angolatura dalla quale è possibile osservare l’intera costruzione. Infatti interpreta – dandocene il significato esistenziale e profondo – il gesto dei discepoli che si staccano dal Battista e seguono Gesù: il loro cammino è inteso, appunto, come una ricerca. Inoltre regge la domanda «dove dimori?» dei discepoli, domanda che rappresenta uno dei temi principali dell’episodio. Infine, trova la sua conclusione nella confessione di Andrea («abbiamo trovato» ). Cercare dove Gesù dimora, cercare e trovare: ecco le due linee di fondo del racconto. II cammino dei discepoli può dunque essere visto come una ricerca. Ma quali sono le strutture di questa ricerca?

Anzitutto, si noti che Gesù pone una domanda, e questo significa che Egli intende costringere l’uomo a interrogarsi sul suo proprio cammino. La ricerca deve essere messa in questione. C’è infatti ricerca e ricerca. II tema riapparirà, esplicitamente, in 6.26. Ce chi cerca dove Gesù dimora (ed è la ricerca corretta) e c’è chi cerca sé stesso. Ecco dunque la prima indicazione: verificare l’autenticità della propria ricerca.

In secondo luogo, la ricerca nasce sulla base di una testimonianza (la testimonianza del Battista e poi la testimonianza dei primi discepoli: la testimonianza è una catena aperta). La ricerca è preceduta da un evento rivelatore e da un testimone che lo proclami. Più avanti, il tema verrà ripreso, riletto e ci verrà detto che – sia pure sollecitata da una testimonianza umana – la ricerca è sempre frutto della grazia preveniente di Dio.

E l’amore di Cristo verso l’uomo che fa nascere la domanda (6,70;16,16). E non si può venire a Gesù senza essere attirati dal Padre (6,44; 6,65; Cfr. 6,37; 10,29; 17,2.24).

In terzo luogo, la ricerca esige – perchè possa terminare in un trovare – non soltanto la correttezza dell’impostazione (dove dimori?), ma anche un «venite e vedrete», cioè un’esperienza. E un aspetto essenziale, sottolineato anche altrove (per es. nell’episodio della Samaritana e del cieco nato). Si esige un incontro. L’esperienza/incontro è una condizione del trovare. La strada della ricerca è aperta dalla testimonianza di altri (1,35-51; 4,29-39ss) ma è l’incontro con Gesù che è determinante. L’incontro personale con Gesù sembra essere nel vangelo il momento decisivo. Tra il cercare e il trovare c’è dunque una serie di operazioni: la verifica della propria ricerca, il venire, il vedere, lo stare insieme.

La ricerca infine – sia dal punto di vista del desiderio del discepolo (dove dimori?), sia dal punto di vista della promessa di Gesù (vedrete), sia dal punto di vista della conclusione (abbiamo trovato) – ha come unico oggetto il mistero di Gesù. E precisamente il mistero di Gesù non soltanto come luogo messianico, ma come luogo della presenza di Dio (cosi il «vedrete» di 1,5) e come luogo dell’incontro, del riposo e della dimora (si cerca Gesù e lo si segue per dimorare con Lui). Con questo sono già anticipate – sia pure velatamente – le grandi strutture di ogni ricerca umana e religiosa: l’uomo desidera stare (menein: abitare, dimorare) con Dio, cerca continuamente di sfuggire alla temporalità, al cambiamento e alla morte, cerca di trovare qualcosa che sia durevole; tutto questo l’uomo lo trova in Cristo. Il desiderio dei discepoli di dimorare con Gesù – il desiderio che Ii spinge a seguirlo e a cercarlo – coincide con lo scopo della sua missione: Gesù è venuto per rivelare agli uomini la sua dimora (14,3;17,24; Cfr. 12,16) e per prenderli con sè. Missione di Cristo e ricerca del discepolo coincidono. Ci resta da osservare – prima di abbandonare questo passo introduttorio e fondamentale – che sul suo sfondo si intravede il tema della ricerca della sapienza. Cercare e trovare è un motivo presente, con una certa insistenza, appunto nella tematica sapienziale. I passi sono numerosi: Sap 6, 1 2- 16 ; 1 , 1- 2; Prov 1 , 28; 3 , 13; 8,17-35, e altri ancora. Per noi sono interessanti, in modo particolare, due annotazioni: la ricerca della sapienza da parte degli uomini è preceduta dalla stessa iniziativa divina (Dio precorre la ricerca dell’uomo e la suscita); il tema cercare e trovare è associato al tema «dimorare» (Cfr. Sap 3,4). Letto su questo sfondo sapienziale, I’intero nostro racconto acquista con più vivacità il senso di una fortunata ricerca del Messia delle attese anticotestamentarie, cosa giù chiara nella proclamazione di Andrea («abbiamo trovato il Messia») e di Filippo («abbiamo trovato Colui di cui hanno scritto Mosè nella legge e i profeti»).

Alla domanda dei due che lo seguono e gli chiedono dove abiti, Gesù risponde con un imperativo e una promessa: «Venite e vedrete» (1,39).

Per diventare discepoli non basta una testimonianza, nè una propria ricerca: occorre un incontro personale. E questo è possibile soltanto in forza di una precisa chiamata di Gesù: «Venite». La chiamata e all’imperativo, come sempre. Nel linguaggio giovanneo «venire a Gesù» equivale a credere in lui. «Vedrete» è, invece, al futuro. Gesù non dice che cosa vedranno nè quando. E stando con lui che il futuro si dischiuderà. Seguire Gesù non significa sapere già dove egli conduca. Un pensiero analogo si troverà più tardi nei discorsi di testamento. Gesù dice ai discepoli: «Del luogo dove io vado voi conoscete la via» (14.4).

La sequenza delle chiamate si conclude con un’affermazione in cui ritorna il verbo vedere al plurale: «In verità, in verità, ti dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo» (1,51).

Per manifestare sè stesso, Gesù ha bisogno di un futuro. La sua manifestazione, infatti, avviene attraverso una storia – la sua vita – che solo alla fine può svelare pienamente chi egli sia. L’immagine del cielo aperto e degli angeli che salgono e scendono rinvia al sogno di Giacobbe, in cui il patriarca vide una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo e gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa (Gn 28,12). Nella rilettura evangelica il verbo «aprire» (anoigo) è usato come participio perfetto passivo (aperto): questo suggerisce che I’apertura dei cieli ormai è un fatto permanente. E cambia anche l’oggetto da vedere: non più la scala, ma il Figlio dell’uomo; non più il Dio dei padri, ma il Figlio dell’uomo. Gesù è il luogo in cui Dio si manifesta e si comunica agli uomini, lui è la nuova casa di Dio. Gesù il rivelatore e il rivelato, questa è una prima conclusione.

E una seconda: la correttezza della ricerca non sta, dunque, nel sapere giù con esattezza che cosa si vuole, dove si va, ma piuttosto nel porsi sulla strada giusta, nella direzione giusta, disposti a percorrerla dovunque essa conduca. II difetto di fondo sta proprio nella pretesa di chiudere il cammino, di sapere giù: rinchiudersi dentro un progetto, anziché aprirsi alla libertà di una persona, che è Gesù.

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