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Il cuore della fede

da “L’altro l’atteso” – Le omelie del martire di Tibhirine di Christian De Chergè

27 aprile 1986 — V domenica di Pasqua — a Latroun (93)
Testi: At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-35

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. Sapranno, lo riconosceranno, come Cristo fu riconosciuto vivente allo spezzare del pane, a Emmaus.
Nella prima lettura, si tratta di perseverare nella fede, una fede viva, quella dell’amore. Perché — dicevano — dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni. Sono delle prove, dei test. La prova del cuore che si affida a Dio e nuota controcorrente rispetto al mondo. Come i martiri dell’amore (Ghassibe Kayrouz).
Nel vangelo, fuori è notte! Nell’ora della grande prova, la parola suprema è difficile, s’identifica con la persona, con la vita, con il Regno. La parola della novità, della creazione, dell’universalità: tutti.

  • Il che significa che tutti gli uomini hanno occhi per riconoscere l’amore dovunque si trovi (Zaccheo, Maria Maddalena, il buon ladrone…).
  • Il che significa che non sono discepolo solo perché sono battezzato e professo la fede di Nicea. Occorre l’amore e non basta amare i fratelli o gli amici, ma io vi dico: amate i vostri nemici…
  • Il che significa che non basta che sia io a dire di essere discepolo di Cristo. Devono dirlo gli altri, tutti, e non a giudicare dalla mia fede, ma dalle opere, dall’apertura del cuore. Sta a ciascuno dirlo, nella misura in cui vi trova posto. Non sono responsabile dell’amore che io ispiro, ma dell’amore che lui m’ispira.
  • Il che vuol dire che non occorre nessun presupposto all’amore: né la fede né la morale. «Amo perché amare è la mia vita».
  • Il che vuol dire anche che l’amore che Dio mette nei nostri cuori ci permette di riconoscere i discepoli di Cristo dovunque essi siano — cioè dappertutto —dall’amore che vivono. E sono più numerosi di quanto si creda, anche al di fuori dei confini della Chiesa, la quale è solo il sacramento del Regno.

Esempio:

  • I vecchi e i bambini del ricovero di Gaza — cristiani e musulmani insieme, disabili e malati psichici — che riconoscono la testimonianza delle suore. E loro sono come i discepoli — in atto d’amore — anzi, non sono altro che discepoli. Che dignità hanno! Sono spogliati di tutto ciò che non è eterno! Pane vivo. Rivestiti, inconsapevoli della loro non normalità.
  • I bambini di Kfar Sama che, asciugate le lacrime, vinta la paura, sparita ogni tristezza, pregavano completamente appoggiati al cuore di Dio. Allora accadrà e fu sera, e fu mattina. Ci sarà una sera confusa per sempre con il mattino. «Rivivrai nel tuo amore, amico mio, mio fratello, di una vita che la guerra non può più ferire. Insieme suoneremo ancora il flauto. Suoneremo le melodie del cielo e i nostri corpi non avranno più importanza. Perché tu sei mio fratello e io il tuo. Allora l’amore ricreerà il mondo»!

«L’inferno è adesso» dice Fadi, il bambino, terrorizzato dalle bombe. «Abunal dice che l’inferno è dove non c’è l’amore. Allora siamo all’inferno perché tutto brucia. E anche noi bruceremo!». «No! — gli urla la sorellina, Jumna — Non è vero. Io amo tutti. Il papà, la mamma e Abuna amano tutti. Vedi, da noi non può essere l’inferno, perché ci amiamo tutti!».
E quando tutto è stato distrutto e i genitori morti, i due bambini si sono rifugiati nella chiesa, vicino all’altare. Fadi ha abbracciato la sorellina in lacrime: «Non avere paura. Vedi? Non può essere l’inferno, perché ci amiamo».
«Vedete come si amano!»