Il vino nuovo – di E. Balducci

2′ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Letture 19 GENNA10 1992
Isaia: 62,1-5 1
Corinzi: 12, 4-1 1
Giovanni: 2, 1- 1 2

«Sarai chiamata mio compiacimento e la tua terra ‘sposata’, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo».

Questa ardita metafora nuziale del profeta Isaia ci rimanda ad un aspetto della nostra esperienza umana e del messaggio evangelico che trova il proprio luogo emblematico nel racconto del miracolo di Cana: il vino nuovo a tavola, il vino del miracolo. Prendiamo occasione da questa liturgia della parola per riflettere su un aspetto della nostra esperienza e della nostra vita che è quello della gratuità del soprappiù, che mentre, secondo una certa valutazione, rientra nel superfluo, secondo un’altra – quella vera – viene incontro ad una profondissima necessità dello spirito umano: non ciò che è necessario ci salva ma ciò che è superfluo, ciò che rientra nel gratuito, esterno a tutte le leggi di necessità. Un discorso come questo può sembrare intimistico ma, in realtà, prendendo le misure da questa gratuità profonda in cui si celebra l’incontro fra un Dio che è grazia dell’uomo che aspira alla liberazione, possiamo arrivare a capire che, forse, la cifra segreta del nostro destino è proprio qui. E qui comunque che dobbiamo misurarci con l’ineffabile, l’inesprimibile mistero del Dio della salvezza. Tutte queste case hanno a che fare anche con la condizione attuale in cui viviamo come società contraddistinta da una mancanza di futuro, dalla mancanza di un ordine che dia intelligibilità alla nostra esistenza comune. Forse dovremo riprendere le misure della nostra vita collettiva e riprenderle dal punto giusto che è quello della universale fraternità fra tutti gli esseri viventi.

Per parlare con il linguaggio della cultura potremmo dire che oggi si è riaperto il grande quesito su che cosa sia l’uomo, quale sia il vero umanesimo. Noi siamo vissuti, lungo i secoli, alternando modelli di umanità a seconda del contesto culturale in cui siamo vissuti. Secondo una antica opinione umanistica il vero uomo e l’uomo intellettuale, è colui che esercita la contemplazione intellettiva; diremmo è l’homo sapiens. Secondo una cultura più vicina a noi il vero uomo è l’uomo che trasforma il mondo: e l’homo faber, e un aspetto dominante di questa qualità dell’uomo è l’attività economica di scambio, di produzione anche: è l’homo oeconomicus. Noi stiamo uscendo da questi umanesimi, non convinti che proprio qui risieda l’essenza dell’uomo. Ci verrebbe fatto di recuperare un’idea che ha attraversato, per altro, la nostra cultura, quella dell’homo ludens, dell’uomo che trova il senso di sè nel gioco, nell’attività gratuita, non finalizzata all’utile ma avente in se stessa il proprio senso; un po’ come avviene nei momenti di gioia che ci produce l’arte, la musica, la poesia e la pittura: l’uomo gratuito. Si tratta di variazioni che esigono una fondazione ben diversa. Senza mettermi dinanzi al tavolo di queste proposte e riferendomi direttamente all’annuncio evangelico, devo dire semmai, dovendo fare una analogia fra queste immagini di umanità, che quella più vicina al Vangelo è quella dell’homo ludens.

L’uomo non è nato per il lavoro, nè per l’esercizio dell’intelligenza ma per il libero gioco, per una manifestazione spontanea della sua creatività e forse è qui il grande segreto del messaggio evangelico su cui poco ci tratteniamo perché si tratta, per la verità, di un aspetto difficilmente definibile e quasi fatalmente destinato ad essere percepito in maniera equivoca. Pero dobbiamo farlo, perché è un aspetto letificante della fede sempre, naturalmente, a partire da quel presupposto che ci guida nelle nostre riflessioni, che quando cogliamo un aspetto essenziale della fede siamo sicuri di avere un riscontro nell’aspetto essenziale dell’uomo in quanto il messaggio evangelico è una rivelazione ambivalente: rivelazione di Dio e dell’uomo.

Il Vangelo di Giovanni chiude, dopo aver raccontato il miracolo, dicendo che Gesù diede inizio ai suoi «segni». Il miracolo di Cana è un segno. Il miracolo, come sappiamo, è una, reale o presunta, deroga alle leggi di natura fino a volgerle ad esiti diversi da quelli previsti dal meccanismo della natura. Il miracolo, nel Vangelo, non è destinato a stupirci per questo, è un segno, cioè un linguaggio, un simbolo. Quindi a noi non interessa nemmeno sapere come avvenne il fatto di questo vino servito a tavola, quando c’era un momento di smarrimento dovuto alla mancanza di vino. Gesù introduce il nuovo vino, il vino buono quando al riguardo non c’era nessuna necessità, a rigore, perché dal racconto appare che i commensali fossero già abbastanza alticci. Questo gesto gratuito è il primo segno di Gesù. Gesù spesso ritorna a questo segno.

Del resto l’Eucarestia è il vino che Egli dà e in quel momento Gesù dice: «Io non berrò più di questo vino fino a che non lo berrò con voi nel regno». In qualche modo il vino è il simbolo di quell’evento ultimo verso cui siamo tutti volti, è un simbolo nuziale, perché anche la gioia nuziale è un momento gratuito dell’esistenza, appartiene, in apparenza, alle necessità, in realtà è gratuita. Non è detto che sposarsi significa già entrare in quella gioia: ci sono innumerevoli matrimoni che non hanno conosciuto la gioia nuziale in ciò che ha di gratuito, di inesplicabile. Ci sono altri aspetti dell’esistenza a cui Gesù si è rivolto con particolare attenzione, come quando ha preso un bambino (ecco, se vogliamo usare un linguaggio improprio, l’umanesimo di Gesù!): «Se non diventate come i bambini non entrerete nel regno dei cieli». Non è certo una parola degna di Platone o Aristotele, è una parola irregolare. Non si può porre, ad un mondo di adulti, un bambino come modello. Non perché fosse un innocente – questo è un concetto romantico, Gesù non credeva certo a questa innocenza – ma perché il bambino rappresenta il simbolo di una vita ancora non inserita nella necessità della vita collettiva, dentro le regole severe della legge, dentro i moduli prestabiliti del sapere. Il bambino non è integrato nel mondo. Farà presto ad entrarci. Del resto, abbiamo creato strutture apposite perché si faccia presto. Il bambino è come l’aurora che rispunta minacciando i nostri meriggi artificiali che noi dobbiamo conservare. Non è serio progettare un mondo di bambini! Gesù ha preso il bambino e lo ha messo in mezzo agli adulti per indicarcelo come modello. Questa è una delle variazioni sullo stesso tema che ci rimandano a quel momento in cui berremo il vino insieme a Lui, cioè ad un evento ultimo. Il senso della creazione è il banchetto con il vino nuovo.

Creato cosi lo sfondo simbolico, proviamoci un momento, per cogliere, con precisione da laboratorio, l’essenza del messaggio di Gesù e l’essenza del significato del nostro destino, ad esaminare quelle che sono le regole della nostra vita negli aspetti positivi con i quali spesso siamo portati ad identificare il cristianesimo. Questa, come diro subito, è la corruzione inevitabile della fede, il tributo che la fede, diventando costume, paga per sopravvivere. Essa pero deve rinascere di continua dalle proprie ceneri. Noi siamo – ecco la nostra tristezza, quella a cui non diamo mai pieno sfogo ma che, latente o a volte estremamente esplicita, ci accompagna – schiavi della necessità – gli antichi greci parlavano della ananke, della moira – che ci governa. Noi viviamo in quanto rispondiamo a questa necessità che ci circonda. Del resto, la nostra vita sta fra nascita e morte come fra due estremi necessari e questo arco ci plasma, ci modella con ascensioni e declini. E la necessità da cui vorremmo essere liberi. Già qui si rivela la nostra diversità, perché ogni altra creatura è omogenea alla necessità. Noi non siamo omogenei perché vorremmo essere diversi. Ma nella vita associata noi siamo costretti ad accettare delle necessità che sono le leggi che regolano la nostra vita. Non c’è nessun appello all’infanzia che ci permetta di deridere le leggi: esse sono una necessità alla quale dobbiamo pagare il nostro tributo. Il caso più tipico è il matrimonio che sembrerebbe fuori delle regole, invece, per essere vissuto in una societa, ha delle severe leggi che sembrano costituirne la struttura essenziale. Sappiamo che non è cosi. Perfino nell’evento nuziale, presentato da Isaia come evento escatologico, c’è uno spessore di necessità che va regolato secondo leggi. E cosi la nostra stessa cultura è legata a delle necessità. La parola che io uso, la sintassi che uso è una legge a cui mi adatto per necessità, altrimenti non mi faccio comprendere.

Anche al livello morale questo avviene. E il punto che più ci interessa perché qui ci troviamo ai confini della dignità umana. Un grande filosofo della ragione pratica ci dice che l’imperativo morale è necessario, ha una sua forza necessitante. Se noi viviamo secondo il dovere noi viviamo secondo una necessità di nuovo tipo, che non è coattiva nel senso fisico ma ha una sua forza cogente interiore. Non possiamo sottrarci. Tu devi perché devi, e non ci sono deroghe.

E questo il cristianesimo? No, non è questo. Questa e una sapienza che noi troviamo ovunque e da cui non siamo per niente esentati. Pero c’è un momento, nella nostra esperienza umana, in cui si aprono come degli spiragli, in cui non più la necessità ma la gratuità, l’imprevisto, il caso inseriscono nella nostra vita il superfluo, il non necessario, che nell’intimo apprezzamento ci appare come quello che ci era proprio necessario. Quante volte, anche nel ritmo più modesto della vita quotidiana, può bastare un sorriso, più che un assegno, per illuminare una giornata! Ci sono dei gesti gratuiti che all’improvviso illuminano la vita. Dove li collochiamo? Entro quale regola? Siamo fuori della necessità, è quello che nel linguaggio codificato della teologia si chiama ‘la grazia’. Noi vorremmo uscir fuori della legge del necessario. C’è dunque al fondo di quei principi costitutivi della nostra struttura umana un guizzo di scintilla, un afflato incontrollabile che ci conduce verso il gioco. Quando la Scrittura ci dice che la Sapienza giocava davanti a Dio che creava il mondo, vuol dire che al principio di tutte le cose c’è una specie di gioco che noi non possiamo esprimere concettualmente senza smarrirci in estetismi discutibili. Quando parliamo del messaggio evangelico non dobbiamo mai ridurlo, anche se esso attraversa gli spessori della nostra vita culturale, a nulla che corrisponda ad una legge morale. Non C’è una legge morale evangelica. Non per nulla Gesù si diverte – in qualche modo è un ludens! – quando dice ai severi ascoltatori, gente certo onesta come i farisei: «Le prostitute vi giudicheranno!» [Mt 21, 31 ] . Crolla l’universo morale, crolla tutto! Cosa vuol dire? Vuol dire che le nostre virtù serie non contano per il regno di Dio, non sono il vino nuovo. Il vino nuovo è la libertà dello spirito, è la fraternità senza motivi e non per necessità di giustizia – che pure è una necessità a cui dobbiamo obbedire – ma per gratuità.

Non per nulla la storia contemporanea, che si rifà sempre alla grande rivoluzione con le tre parole: libertà, uguaglianza e fraternità, ha preso sul serio le prime due ma sulla terza non sa che fare. Come si può fare la fraternità? Eppure questa è la sfida! Fatemi un mondo di uomini uguali e liberi: è un mondo triste se non è fraterno. Ma come si fa a mettere per legge la fraternità? La fraternità non rientra nelle necessità, è una libera elezione. Non si è fratelli per forza, come non si è sposi per forza. Perché anche il matrimonio ha due volti: uno rientra nella necessità istintuale e legale, il resto è gratuito. Questo elemento inafferrabile è il Vangelo, perché ci viene detto che l’essenza del futuro rassomiglierà a questo. Ne deriva che noi ci troviamo a dovere, per un verso, – ecco il nostro triste ministero – affermare l’importanza delle leggi morali con convinzione. Ci sono leggi morali che vanno rispettate perché il loro senso ultimo è proprio in questo loro trascendimento nel gratuito. L’essenziale perù non è in questo, è in qualcosa di altro. Se dovessimo leggere il Vangelo con l’ottica che ora ho tentato di costruire troveremmo pagine di straordinaria bellezza, come il discorso di Gesù con la Samaritana… Tutto il Vangelo è questo, anche se noi abbiamo dovuto sforzarci per fame un anello nella catena culturale dell’umanità, collocando, magari, la rivelazione cristiana dopo il pensiero greco. Insomma, lo abbiamo utilizzato. Ma il Vangelo non è questo. Abbiamo costruito una Chiesa con tutte le leggi, ma il Vangelo non è questo. Abbiamo creato la morale Cattolica, ma il Vangelo non è questo. Questo è il Vangelo in quanto entra nell’arco delle necessità, che è il nostro arco. Il guaio è che spesso abbiamo ridotto tutto a questo, abbiamo tappato gli spiragli per paura che le coscienze ci scappassero di mano. Perché non si può pensare a questo Evangelo di gioia senza lasciare alle coscienze la piena libertà, liberandole dalle mediazioni che opprimono. Come si fa ad annunciare il Vangelo come questo? È difficile, però è questo il senso misterioso della comparsa di Gesù fra gli uomini. In fondo, quando Egli va a questo pranzo di nozze con la madre ed i parenti assolve a doveri sociali che anche noi assolviamo. Si va, si deve andare: è cugino, è tuo parente, è amico! È la necessità sociale. Gesù fino a quel momento sta dentro, non si distingue da un altro ospite, e quando la Madre fa pressione, dice: «Non è ancora giunta la mia ora. Che c’è fra me e te o donna?»», l’ora del miracolo, l’ora della Resurrezione! All’improvviso Egli compie il segno. Come dire che il Vangelo fiammeggia dentro gli spazi della necessità quotidiana, quando meno ve lo aspettate. Dobbiamo stare sempre all’erta perché la chiamata può arrivare quando meno ce lo aspettiamo, possiamo sentir bussare alla porta quando meno ce lo aspettiamo – arieggio qui frasi della Scrittura – e guai se accade ciò che diceva in una bella frase Sant’Agostino: «Ho paura di Gesù che passa e non torna più». Questo arrivo è imprevisto, può arrivare in mille forme.

Devo chiudere qui con la convinzione di aver detto ben poco, comunque di aver messo a fuoco questa specificità del Vangelo. Va da sè, non so trattenermi dal dirlo, che se io prendo il Vangelo in questa sua specificità sono in grado di risolvere il problema, che dovremo affrontare tante volte nel futuro: come si fa a portare il Vangelo alle altre creature? Ci sono etnie, popoli che son vissuti al livello dell’homo ludens. Non hanno macchine, non hanno lo Stato, non hanno le leggi e noi diciamo: primitivi! Chi lo sa che non siano gli ultimi ad essere i primi? Per ciò che ci viene fatto di conoscere del mondo esterno al cristianesimo può darsi che il vino buono si prepari là, perchè il vino nostro, di noi cristianità, è un vino artificiale, è contagiato. Forse occorre essere pronti a far questo: a sostituire ad un teologo un selvaggio! Viene un selvaggio e ci insegna più lui che un teologo, perché questo Vangelo non si insegna, è un prodotto straordinario della grazia che scende e della grazia che sale. Come potete prestabilirlo? L’importante è esser pronti a tutto questo. E che Dio ci tenga pronti!